Città di Venezia 8 [446]

carmagnola
Venezia – Secolo XV° – Un boia con la mannaia sul ceppo per la decapitazione – Il Conte di Carmagnola – Alessandro Manzoni.

Francesco Bussone, Conte di Carmagnola, capo delle milizie veneziane, capitano di ventura, divenuto troppo pericoloso, fu decapitato in Piazzetta San Marco, tra le colonne di Marco e Todaro, nel 1432.   

La moglie e le quattro figlie furono obbligate ad assistere all’esecuzione.

Alessandro Manzoni scrisse la sua prima tragedia nel 1820 ispirandosi alla figura di questo condottiero, intitolandola per l’appunto Il Conte di Carmagnola.

Francesco Bussone (Nato a Carmagnola nel 1385? e morto decapitato a Venezia il 5 maggio 1432) era detto il Carmagnola o Conte di Carmagnola ma era in realtà divenuto Conte di Castelnuovo Scrivia e poi di Chiari ma nacque da pastori poverissimi ed allevava capre: infatti mantenne nel suo stemma gentilizio l’immagine di tre capretti.

In giovanissima età decise di seguire Bonifacio Cane, detto Facino, leggendario mercenario piemontese, al servizio dei Visconti. Alla morte di Facino, la di lui moglie si sposò in seconde nozze con un Visconti e il giovane Francesco Bussone si mise parimenti al servizio dei Visconti, dimostrando coraggio, intelligenza e capacità militare somma. Divenne addirittura il consigliere di Filippo Maria Visconti, portandolo al trionfo, essendo incapace quest’ultimo di reagire all’assassinio di Giovanni Maria Visconti. Francesco Bussone liberò Filippo Maria dai parenti, che lo volevano accantonare per la sua inettitudine. Filippo Maria contraccambiò generosamente, assegnando a Francesco Bussone delle proprietà immobiliari. Il nuovo capitano, a Trezzo sull’Adda, fece prigioniero addirittura Bartolomeo Colleoni, capitano di ventura della Serenissima, cosa che impressionò enormemente il Consiglio dei Dieci veneziano.

Tra le innumerevoli imprese militari, vi fu quella di Bellinzona, capitale del Canton Ticino, vicino a Lugano, dove egli per primo riuscì a sconfiggere, nel 1422, il famoso Quadrato dei fanti svizzeri, con uno stratagemma passato alla Storia. Ancora oggi Bellinzona è dominata dall’imponente, meraviglioso castello costruito dai Visconti. Filippo Maria Visconti ricompensò nuovamente Francesco Bussone con titoli ed onori e dandogli in sposa Antonia Visconti. A questo punto il nuovo Conte cominciò forse a pensare di succedere a Filippo Maria Visconti, il quale lo prevenne, togliendogli il comando militare e dandogli il governatorato di Genova, appena conquistata.

A Venezia, queste cose erano risapute. Francesco Bussone si indispettì per la destituzione e passò al servizio della Serenissima, la quale in realtà pensava che fosse il miglior comandante militare sulla piazza ma di carattere troppo impetuoso per l’equilibrio veneziano.

Nel 1427, omettendo tutti gli altri successi ottenuti per Venezia, distrusse i suoi vecchi padroni milanesi alla famosissima battaglia di Maclodio (12 ottobre 1427): per la prima volta il Carmagnola ebbe l’idea di usare delle balestre enormi montate su carri, le quali furono decisive. Venezia, benché sempre sospettosa, lo onorò a dovere e consolidò definitivamente, con la battaglia di Maclodio, il suo dominio su Bergamo e sulla Lombardia orientale.

Si susseguirono alcune piccole disavventure militari, come ad esempio il non aver saputo arginare degli attacchi devastanti degli ungari in Friuli. Il Senato veneziano, benché dopo Maclodio lo avesse nominato Comandante Supremo, cominciò a ricordare l’episodio della sconfitta di Bartolomeo Colleoni e dell’umiliazione subita: Venezia non dimentica.

Cominciarono a circolare le chiacchiere: si sussurrava come il duca di Milano, Filippo Maria Visconti, rivolesse il Carmagnola a tutti i costi e che gli avesse offerto la signoria di Brescia.

Fu istituito il processo a porte chiuse e il Consiglio dei Dieci addusse certamente delle prove, anche se non schiaccianti, che il Carmagnola stava trattando col suo vecchio Signore, Filippo Maria. Per Venezia, ritrovarsi il Carmagnola a Brescia come signore, era addirittura impensabile.

Fu fatto arrivare l’8 aprile 1432 al Palazzo Ducale per incontrarsi col Doge ma fu tradotto invece ai Piombi. Dopo una sommaria parvenza di processo, in quanto la decisione era già stata presa, fu decapitato il 5 maggio 1432, dopo 27 giorni di Piombi.

E così, la sua vita si concluse fra Marco e Todaro. Alessandro Manzoni gli dà completamente ragione ma tutto l’assieme fa pensare che, come altrove dice lo stesso Manzoni, il torto e la ragione non fossero divisibili col coltello. Tuttavia, quando dall’altra parte del coltello c’era il Consiglio dei Dieci, di solito, per quello che era da questa parte del coltello, finiva male.

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