Osvaldo Alberti [449]

5torri
Cortina -1978 – Il percorso più ad est delle Piste 5 Torri, circa a tre quarti della discesa – Ernesto Giorgi ©

Revisione del 2 marzo 2020 – Nell’ inverno del 1974 mi cimento con un nuovo sport: lo sci alpino, cioè la discesa solita che fanno tutti e mi iscrivo, per essere vicino a casa, alla scuola di sci del Nevegal, in quel di Belluno. Nel 1975 supero l’esame di Passo di Pattinaggio, Passo di Giro e Cristiania Parallelo, conseguendo così la Quarta Classe Internazionale D, su sei esistenti.   

Felicità immensa, perché lo sci, assieme alla pesca subacquea in apnea, è lo sport che mi piace di più.

Nel 1975, a San Nicola (6 dicembre) vado in una pensione in affitto a Cortina, sino a Pasqua. Mi ripropongo delle meravigliose sciate. Baldanzosamente, mi reco alla Scuola di Sci di Cortina e parlo con Angelo Lacedelli, direttore della scuola, dicendo che sono in Quarta Classe Internazionale D, che intendo proseguire ed esibisco orgogliosamente la mia tessera del Nevegal. Lacedelli non dice niente, ha un sorriso ironico e dice: “Proprio domani mattina alle 11, in località Socrèpes, teniamo degli esami ai nostri allievi e possiamo anche esaminare il tuo livello. Mi raccomando la puntualità. Arrivederci.”

Quindi, Lacedelli non ha preso per oro colato la dichiarazione scritta sulla mia tessera…

Mi preparo a Socrèpes un paio d’ore prima, esercitandomi, al fine di ben figurare e attendo il mio turno, mentre i maestri stanno esaminando gli altri allievi.

Mi chiamano: “Tocca a te. Prendi quello ski-lift e, quando sei in cima, scendi a zig-zag per quei paletti, tenendo il rosso alla tua sinistra e il blu alla tua destra, eseguendo  così il punto 13, il Cristiania Parallelo, della Classe D.”

Emozionatissimo, salgo con lo ski-lift e scendo tra i paletti alla perfezione (secondo me, naturalmente…) e mi fermo poi davanti ai maestri con una bella derapata, perfetta. Vedo delle espressioni incerte. Si consultano, in tre di loro, poi Angelo Lacedelli mi dice: “Molto imbarazzante… possiamo ritirarti la tessera e sostituirla con quella nostra, di Cortina, ma possiamo riconoscerti solo la B, Seconda Classe Internazionale. Mi dispiace, perché, se vuoi partecipare alla scuola, dovrai ripartire da là, indietro di due Classi.”

L’umiliazione fu talmente grande che non dissi niente. Poi pensai che, tutto sommato, non era colpa mia se la vecchia scuola mi aveva riconosciuto un certo livello e feci buon viso a cattiva sorte. “Va bene, direttore, accetto, mi cambi la tessera, mi retroceda e mi assegni un maestro.”

“Te ne assegno due, che sono fratelli e ti seguiranno o l’uno o l’altro: Silvio ed Albino Alverà. Dato che sei qua tutta la stagione, mettiti d’accordo direttamente con loro.”

S’iniziò la mia avventura con Silvio Alverà, uno che aveva partecipato alle Olimpiadi Invernali del 1956 e non dico altro. Mi accorsi che, in realtà, Lacedelli era stato generoso: secondo me, non ero nemmeno da seconda classe. Era un altro mondo. Io stavo dietro a Silvio e lui, per spiegarmi, non si fermava: si girava di centottanta gradi e continuava a sciare all’indietro, mentre mi dava spiegazioni, rivolto verso di me che ero più a monte. Incredibile!

Mi insegnò la regola fondamentale: lo sci è lungo per distribuire il peso ma deve scivolare diagonalmente e dolcemente sulla neve, non tagliarla con le lame, tranne nell’istante in cui si cambia direzione: lo sciare, allora, diventa una danza. Farlo, però, non è come dirlo.

Difficile progredire, perché Silvio era di una pignoleria incredibile: da come tenevo le braccia si accorgeva se ero troppo sui talloni o se ero centrato sullo sci: “Se stai troppo sui talloni, avrai tre difetti.

  1. Reazioni lente nei cambiamenti di pendenza.
  2. Ogni volta, ti stancherai molto.
  3. Non potrai mai fare il fuori pista.

Meglio se cominciamo di nuovo.” E si tornava alle lezioni di due giorni prima.

Questa sofferenza continuò con Albino e Silvio per tutti gli inverni del 1976 e 1977, finché, il 12 febbraio 1978 feci l’esame delle Tre Stelle D’Oro, Sesta Classe Internazionale F, con 16) Serpentina, 17) Serpentina a raggio corto e 18) Serpentina in assorbimento.

Per tre volte presi lo ski-lift per superare le tre ultime prove. Dato che la pista non era ripida, l’esame risultò faticoso e difficile, soprattutto l’ultima prova, in assorbimento. La pista poco ripida veniva scelta appositamente.

Ebbi gli applausi dei maestri, la tessera con la Classe F e il distintivo di Cortina con Tre Stelle D’Oro.

Mi dicevano che sciavo come un maestro e chiesi allora di iscrivermi per avere il patentino di maestro. La risposta fu che dovevo avere, per esercitare, entrambi i genitori ampezzani, quindi niente da fare. Come potevo allora migliorare ulteriormente? Mi assegnarono alla Scuola di Agonismo, sotto la direzione di Osvaldo Alberti, Istruttore Nazionale ed Istruttore degli Scoiattoli di Cortina, personaggio di pochissime parole, bravissimo, un mostro, con due gambe che sembravano due querce.

Mi disse che dovevo prepararmi comunque per lo Slalom Speciale anche se non avrei potuto gareggiare in tale slalom ma sarebbe servito per poter poi imparare meglio quelle che sarebbero state le mie specialità, cioè Slalom Gigante e Discesa Libera. Non avevo il fisico snello per lo Speciale, come d’altronde anche lui. Disse che la mia attrezzatura faceva ridere e che bisognava ricominciare dagli scarponi. Mi scrisse un biglietto di presentazione per l’industria di scarponi ‘La Dolomite’, dicendo che facevo parte dei suoi allievi e che mi allestissero un paio di scarponi del modello tale con calzata tal’altra.

Arrivato a Montebelluna, mi misero ai piedi (piedi rivestiti da due sacchetti di plastica) due scarponi rossi apparentemente larghissimi,  con due tubi di gomma che uscivano dai talloni. Mi misi in posizione da discesa libera, appoggiando le mani su di una ringhiera. Mi misero sulle spalle uno zaino con un’ottantina di chili. Quando mi fui sistemato in posizione, aprirono due rubinetti situate in due bombole  e da tali bombole entrò, attraverso i due tubi, una poltiglia bollente che lentamente si diffuse all’interno degli scarponi. Poi dovetti stare immobile per un quarto d’ora, altrimenti avrei compromesso tutta l’operazione.

Quando ormai mi veniva da piangere, con un coltello da calzolaio tagliarono, a mezzo centimetro dagli scarponi, i due tubi di gomma che ormai erano corpo unico con la poltiglia. Mi tolsero lo zaino, mi fecero sedere in una poltroncina, e mi fecero allungare le gambe, con gli scarponi sempre chiusi, su di uno sgabello: dovevo stare un’altra mezz’ora: in tal modo la poltiglia si sarebbe raffreddata ulteriormente e si sarebbe consolidata meglio.

Poi mi fecero togliere gli scarponi a cinque ganci e mi dissero che, per due giorni, non avrei potuto sciare perché i piedi sarebbero rimasti lessi. Inoltre, per una settimana non dovevo indossare gli scarponi nuovi.

Quando misi gli scarponi nuovi da competizione, imparai che il cinquanta per cento della sciata dipende dagli scarponi. Comunque, con gli scarponi da competizione ai piedi, chiusi, non si può stare fermi: bisogna sciare e aprirli di nuovo al più presto.

Compresi allora perché chi fa discesa libera scende il più velocemente possibile: non è per arrivare con buon piazzamento : è semplicemente per aprire al più presto gli scarponi, ché altrimenti fanno impazzire. Vai giù velocissimo, caro mio e, appena arrivi, apri gli scarponi… ma state tranquilli che di mollare gli scarponi non se ne dimentica nessuno.

Mentre prima, a detta di tutti, sciavo come un maestro, dopo una stagione che prendevo lezioni con Alberti mi dicevano che sciavo come un folle disperato: cioè come Osvaldo Alberti… mai insulto fu più apprezzato…

Mentre prima seguivo le cunette con un percorso obbligato dalle cunette stesse, ora ero in grado di scendere a gran velocità, tracciando delle gigantesche lettere ‘s’ perfette, con le gambe che assorbivano cunette, dislivelli, tratti ghiacciati o tratti fondenti.

E così, arrivò il giorno in cui Osvaldo Alberti mi fece un unico complimento e poi mai più. Vale la pena di parlarne.

In cima al Canalone Pomédes, in Tofana, alle sette di mattina, con la pista aperta appositamente per noi, con la neve durissima, Osvaldo Alberti mi disse: “Adesso, fai bene attenzione: scendiamo sino a Piè Tofana senza fermarci, a tutta velocità, eseguendo delle ‘esse’ larghissime, da una parte all’altra della pista, tanto, la pista è ancora chiusa, cunette o non cunette, dossi o non dossi, io ti precedo, tu mi segui e fai esattamente la strada che faccio io. Fatti il segno della Croce, perché ci si può far male.”

Il segno della Croce se lo fece anche lui e partì ad una velocità folle. Se c’era una cunetta, le sue gambe si allungavano e talvolta spariva nella voragine, per poi riemergere; se c’era un dosso, lo assorbiva prima, con le ginocchia in bocca, in modo da ammortizzare e non essere proiettato nel vuoto.

Ed io… dietro…

Quando arrivò, Osvaldo Alberti si voltò, per vedere dove fossi… ma io ero già arrivato. Non fece alcun gesto. Disse solo, come parlando  tra sé: “Già qua…”. Quello fu l’unico complimento che ricevetti.

Nessun altro complimento ma in quel momento decise che avevo imparato abbastanza. Da quel giorno, mi insegnò solo paletti, perché disse che non avevo bisogno d’altro. I paletti erano di legno durissimo, nodosi, non come oggi, di plastica morbida. E le nocche delle mani, sotto i guanti, erano sempre sanguinanti e congelate.

Oggi? oggi… spianano le piste ed anche chi è alle prime armi può scendere come un pazzo, uccidendo sé stesso e pazienza ma può uccidere anche gli altri.

L’esordiente, non in forma fisicamente, accelera sempre di più perché curvare costa fatica. Poi, succedono gli incidenti.

 

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