Osvaldo Alberti [449]

5torri
Cortina -1978 – Il percorso più ad est delle Piste 5 Torri, circa a tre quarti della discesa – Ernesto Giorgi ©

Nell’inverno del 1974 mi cimento con un nuovo sport: lo sci alpino, cioè la discesa solita che fanno tutti e mi iscrivo, per essere vicino a casa, alla scuola di sci del Nevegal, in quel di Belluno. Nel 1975 supero l’esame di Passo di Pattinaggio, Passo di Giro e Cristiania Parallelo, conseguendo così la Quarta Classe Internazionale D, su sei esistenti.   

Felicità immensa perché lo sci, assieme alla pesca subacquea in apnea, è lo sport che mi piace di più.

Nel 1975, a San Nicola vado in una pensione in affitto a Cortina, sino a Pasqua. Mi ripropongo delle meravigliose sciate. Baldanzosamente, mi reco alla Scuola di Sci di Cortina e parlo con Angelo Lacedelli, direttore della scuola, dicendo che sono in Quarta Classe Internazionale D, che intendo proseguire ed esibisco la mia tessera. Lacedelli non dice niente, ha un sorriso ironico e dice: “Proprio domani mattina alle 11, in località Socrepes, teniamo degli esami ai nostri allievi e possiamo anche esaminare il tuo livello. Mi raccomando la puntualità. Arrivederci.”

Quindi, Lacedelli non ha preso per oro colato la dichiarazione scritta della mia tessera…

Mi preparo a Socrepes un paio d’ore prima, esercitandomi per ben figurare e attendo il mio turno, mentre stanno esaminando i loro allievi.

Mi chiamano: “Tocca a te. Prendi quello skilift e quando sei in cima, scendi a zig-zag per quei paletti, rosso a sinistra e blu a destra, eseguendo il punto 13, il Cristiania Parallelo, della Classe D.

Emozionatissimo, salgo con lo skilift e scendo tra i paletti alla perfezione (secondo me, naturalmente…) e mi fermo poi davanti ai maestri con una bella derapata, perfetta. Vedo delle espressioni incerte. Si consultano in tre di loro, poi Angelo Lacedelli mi dice: “Molto imbarazzante… possiamo ritirarti la tessera e sostituirla con quella nostra, di Cortina, ma possiamo riconoscerti solo la B, Seconda Classe Internazionale. Mi dispiace, perché dovrai ripartire da là, indietro di due Classi.”

L’umiliazione fu talmente grande che non dissi niente. Poi pensai che, tutto sommato, non era colpa mia se la vecchia scuola mi aveva riconosciuto un certo livello e feci buon viso a cattiva sorte. “Va bene, direttore, accetto, mi cambi la tessera e mi assegni un maestro.”

“Te ne assegno due, che sono fratelli e ti seguiranno o l’uno o l’altro: Silvio ed Albino Alverà. Dato che sei qua tutta la stagione, mettiti d’accordo direttamente con loro.”

S’iniziò la mia avventura con Silvio Alverà, uno che aveva partecipato alle Olimpiadi Invernali del 1956 e non dico altro. Mi accorsi che, in realtà, Lacedelli era stato generoso: secondo me, non ero nemmeno in seconda classe. Era un altro mondo. Io stavo dietro a Silvio e lui, per spiegarmi, non si fermava: si girava di centottanta gradi e continuava a sciare all’indietro, mentre parlava rivolto vero di me che ero più a monte. Incredibile!

Mi insegnò la regola fondamentale: lo sci è lungo per distribuire il peso ma deve scivolare diagonalmente e dolcemente sulla neve, non tagliarla con le lame, tranne nell’istante in cui si cambia direzione: lo sciare diventa una danza. Farlo, però, non è come dirlo.

Difficile progredire, perché Silvio era di una pignoleria incredibile: da come tenevo le braccia si accorgeva se ero troppo sui talloni o se ero centrato sullo sci: “Se stai troppo sui talloni, avrai tre difetti. Reazioni lente nei cambiamenti di pendenza. Fatica eccessiva. Non potrai mai fare il fuori pista. Meglio se cominciamo di nuovo.” E si tornava alle lezioni di due giorni prima.

Questa sofferenza continuò con Albino e Silvio per tutti gli inverni del 1976 e 1977, finchè il 12 febbraio 1978 feci l’esame delle Tre Stelle D’Oro, Sesta Classe Internazionale F, con 16) Serpentina, 17) Serpentina a raggio corto e 18) Serpentina in assorbimento.

Per tre volte presi lo skilift per superare le tre ultime prove. Dato che la pista non era ripida, l’esame risultò faticoso e difficile, soprattutto l’ultima prova in assorbimento.

Ebbi gli applausi dei maestri, la tessera con la Classe F e il distintivo di Cortina con Tre Stelle D’Oro.

Mi dicevano che sciavo come un maestro e chiesi allora di iscrivermi per avere il patentino di maestro. La risposta fu che dovevo avere, per esercitare, entrambi i genitori ampezzani, quindi niente da fare. Come potevo allora migliorare? Mi assegnarono alla Scuola di Agonismo, sotto la direzione di Osvaldo Alberti, Istruttore Nazionale ed Istruttore degli Scoiattoli di Cortina, personaggio di pochissime parole, bravissimo, con due gambe che sembravano due querce.

Mi disse che dovevo prepararmi per lo Slalom Speciale per poter imparare quelle che sarebbero state le mie specialità, cioè Slalom Gigante e Discesa Libera. Non avevo il fisico snello per lo Speciale, come d’altronde lui. La mia attrezzatura faceva ridere e bisognava cominciare dagli scarponi. Mi scrisse un biglietto per la Dolomite, dicendo che facevo parte dei suoi allievi e che mi allestissero un paio di scarponi del modello tale con calzata tale.

Arrivato a Montebelluna, mi misero ai piedi (piedi rivestiti da due sacchetti di plastica) due scarponi rossi apparentemente larghissimi,  con due tubi di gomma che uscivano dai talloni. Mi misi in posizione da discesa libera, appoggiando le mani su di una ringhiera. Mi misero sulle spalle uno zaino con un’ottantina di chili. Quando mi fui sistemato in posizione, aprirono due rubinetti e da due bombole entrò, attraverso i due tubi, una poltiglia bollente che lentamente si diffuse all’interno degli scarponi. Poi dovetti stare immobile per un quarto d’ora, altrimenti avrei compromesso tutta l’operazione.

Quando ormai mi veniva da piangere, con un coltello da calzolaio tagliarono, a mezzo centimetro dagli scarponi, i due tubi di gomma che ormai erano corpo unico con la poltiglia. Mi tolsero lo zaino, mi portarono una poltroncina, dove sedetti e mi fecero mettere i piedi con gli scarponi sempre chiusi su di uno sgabello: dovevo stare un’altra mezz’ora perché la poltiglia si raffreddasse ulteriormente e si consolidasse meglio.

Poi mi fecero togliere gli scarponi a cinque ganci e mi dissero che per due giorni non avrei potuto sciare perché i piedi sarebbero rimasti lessi. Inoltre, per una settimana non dovevo indossare gli scarponi nuovi.

Quando misi gli scarponi nuovi da competizione, imparai che il cinquanta per cento della sciata dipende dagli scarponi. Comunque, con gli scarponi da competizione ai piedi, chiusi, non si può stare fermi: bisogna sciare e aprirli di nuovo al più presto.

Compresi allora perché chi fa discesa libera scende il più velocemente possibile: per aprire al più presto gli scarponi, che altrimenti fanno impazzire. Vai giù velocissimo, caro mio, appena arrivi apri gli scarponi…

Mentre prima, a detta di tutti, sciavo come un maestro, dopo una stagione che prendevo lezioni con Alberti mi dicevano che sciavo come un folle disperato. Mentre prima seguivo le cunette con un percorso obbligato dalle cunette, ora ero in grado di scendere a gran velocità, tracciando delle gigantesche lettere ‘s’ perfette, con le gambe che assorbivano cunette, dislivelli, tratti ghiacciati o tratti fondenti.

E così, arrivò il giorno in cui Osvaldo Alberti mi fece un unico complimento e poi mai più.

In cima al Canalone Pomedes, alle sette di mattina, con la pista aperta appositamente per noi, con la neve durissima, Osvaldo Alberti mi disse: “Adesso scendiamo sino a Piè Tofana senza fermarci, a tutta velocità, eseguendo delle ‘esse’ larghissime, da una parte all’altra della pista, cunette o non cunette, dossi o non dossi, io ti precedo, tu fai la strada che faccio io. Fatti il segno della Croce.”

Il segno della Croce se lo fece anche lui e partì a una velocità folle. Se c’era una cunetta, le gambe si allungavano e talvolta spariva nella voragine, se c’era un dosso, lo assorbiva prima, con le ginocchia in bocca, in modo da ammortizzare e non essere proiettato nel vuoto.

Ed io… dietro…

Quando arrivò, Osvaldo Alberti si voltò, per vedere dov’ero ma io ero già arrivato. Non fece alcun gesto. Mi disse solo: “Già qua…”. Quello fu l’unico complimento che ricevetti.

Da qul giorno, mi insegnò solo paletti, perché disse che non avevo bisogno d’altro. I paletti erano di legno durissimo, nodosi. E le nocche delle mani, sotto i guanti, erano sempre sanguinanti e congelate.

Oggi spianano le piste ed anche chi è alle prime armi può scendere come un pazzo, uccidendo sé stesso e pazienza ma può uccidere anche gli altri.

 

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