Alluvioni [450]

acquaalta2
Venezia – Piazza San Marco con l’acqua alta.

Riporto qui le mie esperienze personali con le alluvioni e non un resoconto di quanto successo, che si può trovare ovunque: scrivo quindi ciò che ho sperimentato in prima persona.   

Il 12 novembre 1951 stavo frequentando l’inizio della terza elementare. Le scuole cominciavano invariabilmente il primo giorno non festivo del mese ottobre. Avevo la sveglia alle sette, come tutte le mattine e mi dovevo preparare e fare un chilometro abbondante (a piedi, naturalmente), con una cartella che pesava quindici quintali scarsi e recarmi alla scuola elementare Armando Diaz, in Fondamenta de l’Osmarìn (Rosmarino), subito dopo il Ponte dei Greci. Di solito, in Calle de la Pescarìa, la calle sotto casa mia che dava sulla Riva degli Schiavoni, prima della sveglia, c’era un frastuono di passanti: operai (arsenaƚòti) che andavano all’Arsenale (di dantesca memoria), marinai dell’Acnil (non c’era ancora l’ACTV, che mi sembra essere Azienda Comunale Trasporti Venezia, comprensiva della terra ferma, c’era invece l’Azienda Comunale di Navigazione Interna Lagunare) che camminavano discutendo di calcio, facchini che si preparavano per la giornata, discutendo del tempo atmosferico, lavandai col loro carro a mano (molto diffusi a Venezia, perché la carbonella dei vaporini insudiciava la biancheria esposta nelle calli), garzoni di alimentaristi che coi carretti a ruote gommate portavano il necessario alle trattorie (òcio, òcio ch’el fa màl, occhio al carretto, che può far male!), venditori di ghiaccio, arrotini (éeel gùa! l’arrotino!), compratori di stracci (Chi ga  stràsse da tocàr bèssi! Chi ha stracci da vendere per prendere soldi!). Quella mattina, niente assolutamente: che ci fosse la nebbia? Di solito, con la nebbia, un marinaio, alla sera o non appena scendeva el caƚìgo (la nebbia) rimuoveva la catena di blocco dalla boa B21 sita tra la Riva e San Giorgio Maggiore, in modo che il battocchio liberato potesse fare dei rintocchi sulla campanella ad ogni moto ondoso. Notare che, dal ritmo della campanella, si capiva se la laguna era più o meno agitata.

 Niente, non c’era nemmeno la campana della nebbia, il cui rintocco ricordava i monatti manzoniani. Poi, improvvisamente, sento dei colpi sordi, ripetuti ad intervalli di 15 secondi circa. Era una cassapanca a pianoterra, piena di vestiti della stagione passata, che sbatteva incessantemente sui muri rivestiti di legno dell’androne d’ingresso: c’era quindi acqua alta, un fenomeno non nuovo, ovviamente. In quegli anni il massimo normale di acqua alta era eccezionalmente 80 centimetri, talvolta 90, non come ora, che può raggiungere anche il metro e trenta.

Si trattava quindi di scendere alcuni gradini delle scale e vedere se, indossando gli stivaloni alti fino all’inguine, la scuola fosse raggiungibile. Mi affaccio dalle scale e vedo un incubo. L’acqua era altissima. Il dato ufficiale rimasto è quello del mareografo di Punta della Dogana (o Punta della Salute) che alle otto e cinque registrerà un metro e cinquantuno! Un’acqua da coprire completamente un ragazzino come me. Ma rispetto al calpestio, la Punta della Dogana è i realtà privilegiata perché è relativamente alta sulla laguna e la misura è calcolata sulla media. In Piazza San Marco, penso che sarà arrivata a un metro e settanta e oltre sul calpestio, da annegare chiunque: o credete di resistere a lungo nell’acqua gelida di novembre? Quindi niente scuola ma quello che impressionò fu che la diminuzione del livello s’iniziò solo alle cinque del pomeriggio.

I tavolini dei bar e le sedie della Riva degli Schiavoni furono spazzati via e si vedevano galleggiare al largo.

Parecchie imbarcazioni e gondole furono distrutte e affondate, perché la corda di ormeggio era troppo stretta e quindi, non potendo scorrere verso l’alto, obbligava l’imbarcazione ad inclinarsi sempre di più, sino alla rottura del natante o al suo rovesciamento.

Per motivi analoghi, le passerelle che andavano dalle rive ai pontili per i vaporetti furono quasi tutte disintegrate dal dislivello imprevisto. Alcune passerelle, rinforzate da strutture di ferro, pesantissime, andavano in giro a tutta velocità per la Riva degli Schiavoni e chi fosse stato investito sarebbe probabilmente morto.

La causa metereologica? Per chi non vuole andarsela a vedere, si trattò di venti caldi e fortissimi, pieni di umidità, provenienti dal sud, che ammassavano verso nord le acque dell’Adriatico. D’altronde, il primo periodo di novembre è spesso foriero di alluvioni. Contemporaneamente, successe l’alluvione  del Polesine ma io non l’ho vista.

Il 15 ottobre 1960 successe una cosa analoga e la massima fu un metro e 45 alle 7:55 del mattino. Facevo la terza superiore e si potrebbe ripetere quanto detto in precedenza, tranne che per il vento di bora da nord-est, fortissimo e per il vento di scirocco, da sud-est, che crearono una situazione di blocco dell’Adriatico.

La sera del 9 ottobre 1963 c’era la partita di calcio in Eurovisione Real Madrid contro Glasgow, che s’iniziava alle 21:30. A Longarone, alle 22:39, quando il secondo tempo s’è iniziato da poco, si conclude la vita di mille persone: il monte Toc cade nel bacino del Vajont.

Io mi trovo ad Ormelle da mia nonna e, lavorando in banca, sono stato trasferito da Venezia e, per la prima volta, devo prendere servizio il 10 mattina a Conegliano. Il destino vuole che io non possa raggiungere la banca il primo giorno. A Santa Lucia di Piave i Carabinieri e l’Esercito proibiscono il passaggio a chiunque. Cos’è successo? Mah… il Piave è in piena… per radio, le notizie sono vaghe. Non potendo andare a lavorare, torno indietro e vado a Roncadelle dove conosco un posto vicino ad una fornace da dove si può vedere il Piave e spero di non essere fermato dai Carabinieri o dall’Esercito. Il Piave fa paura. Nelle sue acque, tra i detriti, si vedono cadaveri che arriveranno sino a San Donà di Piave, carogne di bovini con la pancia gonfia, enorme, polli, anatre, cani, gatti, tutti miseramente annegati. Dopo alcuni giorni arrivo a Longarone dove i binari della ferrovia sono arrotolati come degli spaghetti. La diga è intatta.

Il 4 novembre 1966 sono ad Oderzo e so i fatti di Firenze. Siccome a Venezia si dice ‘l’àqua tórna’, cioè dove ha inondato una volta, prima o poi ritornerà,  giro per tutta la città di Oderzo e mi accorgo che la zona del Collegio Brandolini e tra quelle che non sono sotto acqua. Io, come tutti i veneziani, sono terrorizzato dall’acqua, nemico infido e in seguito andrò ad abitare con la mia famiglia in tale zona. La ferrovia, costruita nel 1885, rimase completamente distrutta il 4 novembre 1966 e fu riattivata il 4 novembre del 2000, esattamente dopo 34 anni. Utilizzata principalmente per il trasporto merci ma non solo. Causa: vento di scirocco fortissimo, che impediva ai fiumi veneti di defluire. Particolarmente colpita fu Meduna di Livenza, completamente sommersa. Al centro di Meduna, alla Locanda Paradiso, sono esposte le foto di quel giorno. Vale la pena di vederle.

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