Marco e Todaro 13 [460]

marcoTodaro(Vedi anche i precedenti, l’ultimo dei quali è Marco e Todaro 12). Todaro: “Màrco, nissùni sa ben se sia mègio quèsto o quél tìpo de democrassìa: còssa ti dìxi…” [Marco, nessuno sa bene se sia meglio questo o quel tipo di democrazia… tu cosa dici…]    

Marco: “Co no savémo ben, sarìa mègio sentir, cóme al nòstro sòłito, el fantàsma de un espèrto… podarèssimo ciamàr un połìtico e patriòta, Danièle Manìn, venessiàn e avocàto, presidénte de ła Repùblica de San Marco dal 1848, che calcòssa el capìsse de sicùro…” [Quando non sappiamo bene, sarebbe meglio sentire, come al nostro solito, il fantasma di un esperto… potremmo chiamare un politico e patriota, Daniele Manin (1804 – 1857) veneziano ed avvocato, presidente della Repubblica di San Marco dal 1848, che qualcosa capisce di sicuro.]

Daniele Manin: “Cari amici, eccomi qua per parlarvi della democrazia. Tutti, da tremila anni, si riempiono la bocca di questa parola che significa ‘Potere al popolo’ oppure ‘Governo del popolo’. Non facciamo qui la storia della democrazia: cerchiamo piuttosto di chiarire i concetti di base. Siccome il concetto di democrazia si è evoluto nel tempo e, nei vari periodi storici, i concetti sono stati contemporaneamente più di uno, bisogna sempre tenere in considerazione di quale concetto si stia parlando. Io sono sempre stato convinto che, chiarendo bene il concetto a cui ci riferiamo, le cose siano molto più semplici da comprendere.

Il popolo può esercitare il potere democratico in due modi:

  1. Con delle assemblee dirette, dove le decisioni vengono prese dal popolo stesso a maggioranza.
  2. Con l’elezione di rappresentanti del popolo, i quali operano in coscienza, avendo presente il contenuto del mandato popolare. Non debbono esistere premi di maggioranza nel modo più assoluto.

Caso 1:  democrazia diretta.

Per quanto riguarda il caso 1, tipica è la storia di Venezia sino al 1297, dove abbiamo avuto un vero esempio, durato per secoli, di come le popolazioni di Venezia decidessero a maggioranza in assemblee (col potere legislativo, che avevano il nome di Concio, dal latino Contio, assemblea, adunanza, concione) e dove le decisioni venivano rispettate ed applicate dal potere esecutivo (funzionari, ministri) e dal Doge, il quale controllava i ministri, designato dalla Concio stessa.

Di solito, le democrazie dirette vanno a finir male e questo fu anche l’epilogo della concio veneziana. Nel 1297, coloro che stavano governando per conto del popolo decisero che nella stanza dei bottoni sarebbero rimasti soltanto loro e i loro eredi, per sempre. Perché lo fecero? al 50 per cento per comandare direttamente e al 50 per cento per i limiti sopravvenuti nella validità delle decisioni.

Perché di solito le democrazie dirette vanno a finir male? Perché, nel primo periodo, il popolo è chiamato a decisioni relativamente semplici, elementari, dove chiaramente tutti vedono l’interesse proprio, di loro stessi, cioè della popolazione, mentre nel periodo successivo, quando sono state organizzate le cose primarie, le decisioni sono più complesse e richiederebbero un’istruzione particolarmente approfondita da parte del popolo.

Ad esempio, in un primo tempo il popolo veneziano poteva essere chiamato a decidere sulla pesca ma in un secondo tempo poteva essere chiamato a risolvere i conflitti di pesca con le popolazioni dalmate. Quest’ultimo aspetto richiede nozioni tecniche sulla pesca, nozioni di diplomazia, di lungimiranza per tener conto dei rapporti di buon vicinato e così via. Cosa non facile per gente del popolo.

Perché la democrazia diretta possa funzionare bene anche nei periodi complessi, bisogna che colui che esercita il voto (il popolo) abbia una preparazione, una istruzione elevatissima, altrimenti il sistema in esame sarà destinato a peggiorare.

Molte volte, a questo punto, quando coloro che esercitano la democrazia diretta raggiungono il limite dell’incompetenza, avviene (ed è meglio che avvenga) un colpo di stato. Ovviamente, è da pregare Dio che chi esegue il colpo di stato sia un galantuomo che ama la sua patria.

Caso 2: rappresentanti del popolo.

Per evitare che le cose vadano male, come con la conclusione del Caso 1, per ovviare alla mancanza di preparazione del popolo, conviene forse che il popolo stesso non eserciti la democrazia ma che lo facciano dei rappresentanti qualificati e preparati. I politici, naturalmente, vogliono comandare e dicono che lo devono fare loro e non i tecnici: ma, come abbiamo visto, se il politico non è competente non serve a niente e in tal caso tanto vale che il potere lo eserciti direttamente il popolo. Quindi, i politici devono capire che la loro funzione è inutile. In democrazia, il popolo deve designare solo ed esclusivamente tecnici competenti, i quali rispondono al popolo stesso. La politica non ha motivo di esistere, se non in un capo moralmente riconosciuto che decida equanimemente sui casi dubbi. Un giudice, insomma. Un Salomone.

Commento finale di Daniele Manin.

Il popolo, non preparato, ha bisogno solo di tecnici esperti, con dei probi viri che controllino continuamente i tecnici, per evitare corruzioni. Dichiaro qui che i sistemi con personalità politiche non funzioneranno mai.

I tecnici vanno scelti tra coloro che hanno dimostrato di amare la patria, di aver già avuto successo nella loro professione e di essere persone serie. Per chi non rispetta i punti precedenti, le punizioni devono essere severissime.

Piuttosto delle democrazie attuali, molto meglio delle dittature illuminate che abbiano come obiettivo, per i prossimi mille anni, la preparazione scolastica ed intellettuale della popolazione.”

Todaro: “Gràssie... finalménte, gò capìo calcòssa.” [Finalmente, ho capito qualcosa].

Marco: “Gràssie de cuòr…

 

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