Parole del Piave [462]

sxPiaveParliamo in questo articolo di alcuni fenomeni linguistici, caratteristici della zona delimitata in rosso (approssimativamente) nella cartina geografica. 

Dice Gerhard Rohlfs, nella sua monumentale ‘Grammatica storica della lingua italiana e dei suoi dialetti’ (vedi bibliografia), che solo in certe parlate della sinistra Piave esistono ancora in Italia i suoni θ (theta, dentale sorda aspirata) e ð (eth, fricativa dentale sorda). La theta si trova ad esempio nella parola θaratàn (ciarlatano), θampièi (zoccoli allacciati dietro), θést (cesto), θavàte (ciabatte), θarpìr vìde (potare le viti, il vigneto), θièra (cera, colorito del viso), θucapàn (botta in testa), θarèxa (ciliegia), θinquantìn (cinquantino, tipo di mais tardivo), no ‘ndàr a θavarièr (non preoccuparsi), maθariòl (diavoletto più dispettoso che altro), bóna θièra (buon colorito), θeriòła (candela), θóc (ciocco di legno), θùrlo (chiurlo, tipo di uccello e figurativo per sciocco), nàr in tràθa (andare in cerca), θercàr (cercare e assaggiare), θimitàn (Cimitan, cognome), θìngia (cinghia), màθ (mazzo), θòθułi (ciccioli di lardo), θigàgno (zingaro), caθùt (mestolo), póθ (pozzo), θùcaro (zucchero), θùca (zucca), faθołét (fazzoletto), maθòca de ajo (bulbo, testa di aglio), maθòc (testa dura)  nòθe (nozze), ràθa (un tipo di anatra muta e anche una stirpe), pèθa (pezza), θéja (ciglia), maθàr (ammazzare), θiłìga (passero), θégoła (cipolla), incoθà (sporchissimo), θéca (zecca, insetto) θàta (zampa), màrθ (marcio), pałàθ (palazzo), péθ (abete rosso). Il segno corrisponde ad esempio alle parole inglesi thing, thank you, through, three, throat eccetera. Notare inoltre che lo stesso suono si trova in tutte le parole spagnole che hanno una ‘z’, come ad esempio il castigliano caza (caccia, pronunciata càθa in Ispagna e pronunciata càs(s)a in America Latina, ma con una ‘s’ e mezza piuttosto che due, esattamente come per i dialetti veneti). Il suono theta, dunque, non è, come molti pensano, una deformazione di illetterati, ma esiste – sussiste nell’ambito di quel parallelismo tra dialetti veneti e dialetti castigliani, dove non ci sogneremmo mai di dare dell’illetterato ad un parlante castigliano. Emile Benveniste (vedi bibliografia) traccia, tra l’altro, un parallelo esauriente tra castigliano e veneto.

Il suono ð (eth) corrisponde all’inglese th, non quello di cui abbiamo appena parlato ma così come si pronuncia nelle parole the, this, than, then, weather, other.

Parole venete col suono ð (eth) sono: ðenòcio (ginocchio), màðero o màðaro (germano reale, tipo di anatra), incòrðerse (accorgersi), ðìmoła (doppio punto in un gioco di birilli), caðéna (catena), ðermàn (cugino), mèðo (mezzo, metà), fréðo (freddo), lèðer (leggere), ðàl (giallo), ðó (giù), ðenðìve o ðanðìve (gengive), San ðòrði (San Giorgio), ðiògo (gioco), ðògo (giogo, del bestiame),  ðént (gente), ðontàr (aggiungere), piànðer (piangere), deðìn (ditino), deðùn (digiuno), ðiòba (giovedì), frànða (frangia), vèrðer (aprire), órðo (orzo), liðièr (leggero), tièða (fienile), pèðo (peggio), el lampiðéa (il tempo atmosferico lampeggia). Il suono ð e il suono θ sono sicuramente attestati sin dal XII° secolo.

Una parola che contiene entrambi i suoni, sia ð che θ è la parola siepe: θièða.

Notare che ‘dieci’ viene pronunciato sia ðièxe che dièxe, entrambe con l’accento grave, nel trevigiano, come anche diéxe, con l’accento acuto, nel veneziano. Per questo motivo (ed altri analoghi) abbiamo sempre cercato di indicare le accentazioni in tutte le parole di tutti gli articoli pubblicati.

Cambiamo ora argomento: esiste un’espressione, nel dialetto della sinistra Piave, che sembra non trovare riscontro in alcuna documentazione. La mia attenzione è stata richiamata su questa parola e quindi le conclusioni sono mie. Mi si fa notare che, in un colloquio, un illustrissimo veneto, Mario Bernardi, non conosceva l’espressione in questione.

L’espressione è ‘Dàrghe ła péta a qualchedùn’, che vale ‘Dare la colpa a qualcuno’.

Per il termine péta non si trovano significati espliciti in etimologia, ma si può trovare un nesso con petecchia, piccola macchia che caratterizza anche un tipo di tifo (petecchiale). Viene da impetigine, ‘rapido pullulare di macchie verso l’esterno’. Secondo me viene a sua volta dalla radice indoeuropea PETE/POT, ‘dirigersi velocemente verso una meta’.  Elenco dei termini connessi che hanno il senso di muoversi rapidamente verso un obiettivo voluto: émpito, impetìgine, ìmpeto, petizióne, poténte, ripétere. Si dovrebbe quindi trattare di una macchia, nel senso che una colpa costituisce una macchia, un’onta. Onta viene sia dal francone haunitha e sia dal francese antico honte, significanti motivo di vergogna. Ma il francese antico honte viene a sua volta dal latino unctum, participio passato di ungĕre.

Un’altra possibilità tuttavia è quella di sottintendere un complemento dell’oggetto interno, cioè petàr ła pèta, appiccicare la colpa. Classica espressione infantile: I me dà sémpro ła pèta a mi… (danno sempre la colpa a me). Anche Calimero, piccolo e nero, era sempre colpevole perché era sporco. La macchia del disonore si confonde quindi con la macchia di sporcizia.

Il significato finale allora può essereAppiccicare la macchia, l’onta, a qualcuno, sporcarlo, macchiarlo di colpe’.

Altro argomento: così come ‘morosa’ ha generato ‘moroso’, altre parole sono deformate per poca cultura o per eufonia.

Il processo di morosa è: la amorosa > l’amorosa > la morosa > per cui il maschile è diventato el moróso.

Procedimento analogo abbiamo per il tacchino, conosciuto in occidente dopo il 1492, anno della scoperta dell’America e originariamente chiamato anche ‘gallina d’India’, in quanto si riteneva che l’America fosse l’India. Da cui > gallina dindia > dindia > maschile el dìndio, animali che in ogni caso sono anche chiamati pitóna e pitón. Non so bene perché, ma per dire che uno ha preso una sbronza si dice ‘l’ha ciapà ‘na pitóna’.

Un altro processo strano lo ha subito l’arrosto. Probabilmente immaginato senza apostrofo, cioè larósto, ha generato, tra gli incolti, il termine lalésso… arrosto e lesso dei pranzi matrimoniali si sono cosi appaiati e disapostrofati (neologismo…) in larósto e lalésso.

L’aggiunta di una ‘r’ in certe parole, come malaménte che diventa malaméntre, non è invece dovuta ad ignoranza ma ad un calco sul friulano, che usa sistematicamente l’aggiunta della ‘r’. Rohlfs fa notare che il processo di aggiungere questa r è dovuto a questioni eufoniche (di buon suono) così come interpetre > interprete, spostando e rigenerando la ‘r’ in modo eufonico, quest’ultima considerata una variante regionale.

 

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