Racconti 3 [465]

excelsior1
Hotel Excelsior – Lido di Venezia – 1964 – Ernesto Giorgi ©

Un amore infinito.  Terza puntata.

Entro breve, i baci e le carezze presero il posto delle lezioni di latino e di greco.   

La loro canzone preferita era una canzone che poi sarebbe stata ripresa da Leonardo da Vinci, cioè ‘Muovesi l’amante’, che potete trovare in due edizioni, cantata da Ornella Vanoni oppure cantata da Philippe Leroy:

Muovesi l’amante per la cosa amata

. . .

Quando l’amante è giunto all’amata,

là si posa… si riposa.

Quando il tempo si è posato (leggasi: compiuto)

 (l’amante) là si posa… si riposa.

Come avrete modo di sentire, si tratta di una tonalità in la, con armonia in minore e con intervalli di quarta, struggente.

Il loro amore fu profondo, assoluto, come pochi di noi hanno avuto la fortuna di vivere.

Inevitabilmente, Arianna rimase incinta e il patriarca si sentì tradito nella fiducia. Proibì immediatamente ad Enrico di vedere ancora Arianna, ritenendo Enrico una persona poco affidabile. Inoltre, meditava una tremenda vendetta.

Enrico C. fece sparire Arianna e la fece ospitare da vecchi servitori, marito e moglie, fedelissimi della sua famiglia C., in un luogo sconosciuto nel sestiere di Castello, sestiere sterminato per la sua vastità.

Arianna dette alla luce un bimbo. Arianna ed Enrico volevano assolutamente sposarsi ma il patriarca aveva proibito a tutti i sacerdoti di Venezia di celebrare il loro matrimonio. La popolazione era inferocita contro il patriarca per il suo comportamento.

Enrico si recò dall’amico don Alvise G., per chiedergli consiglio sul da farsi. Ci sarebbe andato di notte, di soppiatto. Ma il patriarca si aspettava che, prima o poi, Enrico sarebbe andato a visitare l’amico don Alvise e aveva incaricato due sicari di rimanere notte e giorno, giorno e notte, per mesi, di guardia alla canonica della chiesa monumentale, dove risiedeva don Alvise. Se per caso avessero visto Enrico C. e non ci fossero stati passanti, i sicari avevano l’ordine di aggredire il traditore, tramortirlo ed evirarlo completamente: Enrico C. avrebbe così ricevuto, nel pensiero del patriarca, la giusta e meritata punizione.

E, purtroppo, successe proprio così: i sicari, in piena notte, eseguirono il misfatto, abbandonando Enrico sanguinante sulla porta della canonica di don Alvise. Alvise chiamò immediatamente un chirurgo il quale evitò che Enrico perdesse la vita ma non poté far altro: la mutilazione era completa e la guarigione richiese dei mesi.

Nel frattempo, anche se non ufficialmente, tutti i veneziani sapevano tutto il misfatto ed il patriarca era odiatissimo. Enrico faceva parte della famiglia C., di casa vecchia e le Autorità Veneziane decisero che il patriarca, che aveva voluto farsi giustizia da sé, doveva essere severamente punito perché , in modo particolare, un membro di una casa vecchia non può essere nemmeno sfiorato e questo per il prestigio della Serenissima.

La Quarantìa Criminàl della Serenissima (magistratura che perseguitava i criminali) trovò entro breve i due sicari, anche perché molti veneziani, data l’odiosità del crimine, avevano messo anonimamente i nomi dei sicari e del patriarca nella Bócca delle Denóntie Secréte, sita nel cortile del Palazzo Ducale.

Nella camera di tortura, i due delinquenti prezzolati dal patriarca furono dapprima evirati (legge del taglione, occhio per occhio…) il che, secondo la tradizione, ristabiliva la parità con il danno arrecato ad Enrico e non costituiva ancora la punizione. Dopo mesi, quando i due sicari guarirono,  furono riportati nella camera di tortura, dove, contemporaneamente, anche il patriarca fu convocato dal magistrato, con l’apparente massima deferenza, per chiedergli di guardar bene quei due individui per accertare se mai li avesse conosciuti. Egli si mise davanti ai due sicari (che conosceva benissimo) e dichiarò bugiardamente di non averli nemmeno mai visti. Allora, immediatamente, il carnefice accecò i due sicari con dei ferri roventi: lo scopo vero del magistrato non era quello di fare un confronto di riconoscimento ma era quello che, negli occhi dei due sicari, l’ultima visione fosse quella del patriarca e che questa rimanesse l’ultima cosa da loro vista.

Il magistrato quindi sapeva già con certezza che il patriarca era il mandante ma c’erano degli accordi diplomatici con Roma, per evitare che la Serenissima potesse esercitare atti indebiti su prelati e sacerdoti. Appena accecati i due sicari, un diplomatico veneziano, recatosi a Roma, disse che a Venezia non si poteva più garantire l’incolumità del patriarca perché i due sicari avevano, per vantarsi, diffuso maldestramente le chiacchiere in tutta la città, che loro avevano lavorato per il patriarca e che la popolazione oramai non andava nemmeno in chiesa se c’era il patriarca, perché tutti sapevano che costui era il mandante del delitto. Per l’incolumità del patriarca stesso, l’ambasciatore veneziano suggeriva alla curia romana di richiamare a Roma il patriarca Nemo immediatamente ed a tempo indeterminato. Lungi dall’immaginare qualche disegno machiavellico da parte della Srenissima, il papa accettò il suggerimento e il patriarca Nemo fu richiamato a Roma per sempre, con tutti i suoi averi e con i suoi famigli.

Fine della terza puntata di quattro.

 

Annunci

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...