Racconti 4 [466]

Morism
Venezia – I Mori e la Basilica di San Marco – 1961 – Ernesto Giorgi ©

Un amore infinito. Quarta puntata.     Il patriarca si mise in viaggio e, uscito dalla zona di Ferrara, dopo un giorno di viaggio entrò con la sua scorta e con i suoi carriaggi in territorio pontificio.    

Il gruppo si accinse ad entrare in Toscana attraverso il Passo dei Mandrioli, sostando prima del Passo a pernottare in una località periferica, presso Bagno di Romagna.

Nella notte fonda, una squadra di briganti assalì il gruppo ed uccise tutti i componenti. Il corpo del patriarca fu trovato nudo, evirato ed accecato, esposto agli animali selvatici, senza sepoltura alcuna. Gli altri corpi invece furono trovati sepolti in territorio non consacrato. Gli animali della carovana patriarcale, asini e cavalli, di solito portati via dai briganti, si aggiravano e pascolavano nella località. Ancora solitamente, quei banditi commettevano furti e rapine ma questa volta, gli aggressori, oltre a lasciare vive ed abbandonate le bestie da soma, non toccarono una sola moneta, un solo vasellame, d’oro o d’argento che fosse, né gioiello alcuno. Il messaggio implicito era che la strage non era stata fatta per rapina ma solo per punire i membri della carovana, forse per punire il patriarca. Male lingue sostennero che, dietro il delitto, ci fosse la Serenissima, la quale voleva così dimostrare la sua supremazia e lanciare un monito.

Il terzo giorno successivo alla strage, tempo necessario per fare ritorno a Venezia dal Passo dei Mandrioli, in Venezia qualcuno diffuse la notizia dell’efferato delitto e il popolo sussurrava compiaciuto di come la Serenissima avesse fatto giustizia.

Ma torniamo ad Arianna ed Enrico.

Enrico, mutilato, non solo non volle sposare Arianna ma non volle mai più farsi vedere da lei. Mai più. Parlando col suo amico don Alvise, sosteneva che, se avesse rivisto Arianna, non avrebbe più avuto lo spirito necessario, benché ora l’amasse molto più di prima e in modo disperato.

Il figlio di Arianna ed Enrico rimase coi vecchi servitori della famiglia C. e poi fu adottato da altri più giovani membri della stessa famiglia.

Arianna, distrutta nello spirito, si rifugiò in un convento di suore canossiane a Venezia (forse a San Trovaso? Non è dato di saperlo con certezza), mentre Enrico fu ammesso nel convento domenicano della parrocchia di don Alvise.

S’iniziò da quel momento una corrispondenza fittissima, pressoché quotidiana, tra Arianna ed Enrico, tramiti i  servitori della famiglia C. che portavano i messaggi dall’uno all’altra. Chi ha letto tali lettere d’amore, dice come Arianna ed Enrico celebrassero costantemente, incessantemente, le delizie del periodo trascorso insieme. Arianna scriveva anche di voler assolutamente rivedere Enrico ma egli rispondeva ogni volta che in questa vita non sarebbe stato possibile, perché egli era mutilato e, se avesse colto qualche sguardo d’amore di Arianna, qualcosa gli avrebbe forse potuto dire che non si trattava forse di vero amore ma di pietà per la sua mutilazione. Aggiungeva che bastava pazientare e poi sarebbero stati felici per sempre. Quando Arianna, affascinata da quest’affermazione, chiedeva cosa significasse, riceveva una sola risposta:

“Arianna, amore mio, vita della mia vita, vedrai… ora non posso parlare.”

Vent’anni… per venti lunghi anni i messaggeri della famiglia C. e i loro figli portarono le missive, sinché, a sessantadue anni, Enrico venne a mancare, assistito dal conforto religioso offertogli dall’amico fraterno, don Alvise.

Prima di morire, Enrico si fece promettere solennemente da don Alvise che Arianna, se lei lo avesse voluto, una volta morta, sarebbe stata posta accanto a lui, nella sua tomba.

Il corpo di Enrico fu deposto in un sarcofago nella chiesa monumentale della parrocchia di don Alvise.

Alla stessa età di sessantadue anni, anche Arianna venne a mancare e, prima di morire, espresse la volontà  di riposare per sempre accanto al suo Enrico.

Il corpo di Arianna venne quindi deposto nello stesso sarcofago di Enrico: ora, la sua evirazione, nello scheletro, non c’era più…

Stranamente, quando fu aperto il sarcofago, lo scheletro di Enrico aveva le braccia aperte, come se stesse attendendo di abbracciare qualcuno. Nessuno ci fece caso eccessivo ma don Alvise, ormai quasi novantenne, il quale ricordava perfettamente in quale posizione fosse stato deposto Enrico, rabbrividì dallo stupore.

Ma non bastò… quando il corpo di Arianna fu posto sopra il petto di Enrico, forse per la pressione dal peso del corpo di Arianna, pressione esercitata sulla cassa toracica di Enrico, le braccia dell’uomo si chiusero sul corpo dell’amata, come se Enrico volesse stringere Arianna al proprio petto. Frastornato, meravigliato, commosso, incapace di capire se fosse un fatto naturale o soprannaturale, don Alvise ordinò che il sarcofago fosse chiuso per sempre, coi due amanti abbracciati.

Col passare dei secoli, nella chiesa monumentale della parrocchia che fu di don Alvise, venne situato un organo gigantesco, dietro l’altar maggiore.

Si dice, e lo dicono in molti, che nelle notti di luna piena, per uno strano gioco di correnti d’aria, le canne del maestoso organo risuonino, risuonino dolcemente… intonando, sembra, una tonalità in la, con armonia in minore e con intervalli di quarta, struggente. Ad alcuni, in quelle notti, sembra addirittura anche di sentire due voci, di un uomo e di una donna, che cantano, lontano, lontano… ma forse è solo suggestione, creata da un romanzo d’amore infinito.

Quando l’amante è giunto all’amata,

là si posa… si riposa.

amanti
Arianna ed Enrico. Un amore infinito.

Annotazione finale

Si dice che il fatto sia successo veramente a Parigi, nel XII° secolo (tra il 1100 d.C. e il 1200 d.C.) e il nome dei due amanti è Eloisa ed Abelardo. Molta letteratura esiste in proposito e non sempre le versioni sono concordi.

Benché il racconto qui presentato descriva essenzialmente il meraviglioso e sfortunato romanzo d’amore originale, molti particolari sono stati modificati, anche per rendere la storia idonea all’ambientazione da me voluta nella città di Venezia e questo per rendere il romanzo più vicino al sentire delle genti venete. Chi vuole, comunque, può cercare su Internet la scritta ‘Eloisa ed Abelardo’: troverà parecchie versioni e le indicazioni per una discreta bibliografia.

Fine della quarta puntata di quattro.

 

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