Donne sportive [469]

DonnaSportivaConsideriamo una donna di età sugli …anta, veneta, di solide tradizioni culturali, di nome Maria, che conviva col genero contadino e con la figlia sposata da cinque anni e coi loro figli, cioè con i suoi nipotini. Maria si alza presto alla mattina e siccome la figlia va a lavorare in ufficio e il genero va a lavorare nei campi, deve primamente accudire ai nipotini.     

Prepara loro la merenda, li lava, li veste e li porta all’asilo infantile in una bicicletta, la quale ha due sedili proprio per portare i bambini: non ha la patente di guida e deve fare tutto con la bicicletta.

Li fa sedere uno davanti e uno dietro e via, all’asilo. All’asilo infantile, trova qualche altra sua coetanea e sua conoscente, che la salutano: ”Bongiórno, Maria.”

Maria: “Bongiórno, vàe vìa suìto, parché ho da ‘nàr a botéga e fàr da magnàr… farén quàtro ciàcołe nàntra vòlta.” [Buongiorno, me ne vado subito, perché devo andare a fare la spesa e a far da mangiare… faremo quattro chiacchiere un’altra volta].

Parte di gran carriera, torna a casa e deve cambiare bicicletta, prendere quella senza i sedili per i bambini ma con due porta-pacchi, uno davanti e uno dietro, per mettere le borse della spesa.

Maria dice tra se e sé: “Bisognarà che crómpe do pòrta-pàchi pì gràndi, par méter spòrte pì grànde: ormài, sén in θìnque e łe spòrte łe ghe vòl pì grànde…” [Dovrò comperare due porta-pacchi più grandi, per mettere borse più grandi: ormai, siamo in cinque e le sporte della spesa servono più grandi].

Per questo viene scherzosamente chiamata anche Marìa la sportìva: perché gira in bicicletta con delle spòrte [borse] enormi.

Se una mattina, poi, come può succedere, piove, Maria deve portarsi appresso anche l’ombrello…

Quando esce dal negozio, ha una sporta enorme appesa al manubrio della bicicletta (oppure appesa al braccio sinistro), una sul porta-pacchi anteriore, una sul porta-pacchi posteriore e, dato che Giove Pluvio oggi ha deciso di fare il suo regalo di pioggia, ha anche l’ombrello.

Quindi deve salire in bicicletta e tenere il manubrio con una mano sola, perché nell’altra mano deve tenere ła ombréa… il problema è partire ed acquistare l’equilibrio iniziale… ombrello aperto… una sola mano sul manubrio… equilibrio precario, che più precario non si può…

Si profila un vigile urbano in fondo al viale che porta verso casa. Maria sa perfettamente di non essere in regola ma sa anche che sconfiggerà il vigile urbano: tuttavia, si innervosisce, perché davanti al vigile dovrà quanto meno fermarsi e ripartire poi nuovamente sarà una faticaccia.

Vigile: “Buongiorno signora, la legge vieta di correre in bicicletta con l’ombrello aperto: le mani devono stare entrambe sul manubrio.”

Maria, guardando il vigile dall’alto al basso: “Càro el me fiòl, ho da nàr càsa e far da magnàr par θinque, sàło, se rìve bagnàda me tóca cambiàrme, pèrde mèða óra e no fàe pì óra a far da magnàr… el vàrde che de bòto l’è miudì…” [Caro il mio figliolo, devo andare a casa e far da mangiare per cinque, sa, se arrivo bagnata mi devo cambiare, perdo mezz’ora e non faccio più a tempo a far da mangiare… guardi che a momenti è quasi mezzogiorno…]

Il vigile, perplesso, aggiunge: “Cara signora ma la legge vieta anche di correre in bicicletta con borse o pacchi appesi al manubrio: compromette l’equilibrio ed è pericoloso per sé, per gli altri e per tutta la circolazione stradale… inoltre, c’è anche l’ombrello… mi favorisca un documento…”

Maria: “El vàrdi che ho la càrta de identità nòva, la ho fàta che’àltro dì ma la ho a càsa téa casséa del comodìn… me ciàme Marìa de Bìno, Bìno l’è me marìo che l’è mòrt l’àno passà… mi de faméja són Simeóni, quéi che ‘sta ‘tel stradón déi Róss, lù, come vigiłe, li conossarà de sicùro, Maria Simeóni, vèdova Albìno Rùi, stàe a Faè, via Magnàdola, tél nùmero quìndese; co ‘ste buricinàde no fàe pì óra a fàr da magnàr, i me conósse tùti… mi jère qua prìma che lù nasésse… véra ràθa Piàve… el me dài nà màn a ‘nàr càsa… lu l’ha ànca ‘na màchina… dòpo, co rivén, ghe fàe ‘na pastassùta anca a lù…” [Guardi che ho la carta d’identità nuova, l’ho fatta l’altro giorno ma ce l’ho a casa nel cassetto del comodino… mi chiamo Maria di Bino, Bino è mio marito, e morto l’anno scorso… io di famiglia sono Simeoni, quelli che abitano nello stradone dei Ros, lei, come vigile, li conoscerà di sicuro, Maria Simeoni, vedova Albino Rui, abito a Faé, via Magnadola, al numero quindici; con queste sciocchezze, non faccio più a tempo a far da mangiare, mi conoscono tutti… io ero qua prima che lei nascesse… vera razza Piave… mi dia una mano ad andare a casa… lei ha anche un’automobile… dopo, quando arriviamo, faccio una pastasciutta anche a lei…”

Il vigile non sa che atteggiamento prendere e dice: “Grazie per la pastasciutta: non posso accompagnarla a casa perché devo stare qui ancora per un’ora. Vada, vada, io non ho visto niente…”

Maria: “Graθie, savée che’l jèra un bràvo tosàt…” [Grazie, sapevo che era un bravo ragazzo…]

Maria ha dalla sua parte il matriarcato, la figura della madre, l’immagine della custode del focolare: donne che lavorano dalla mattina alla sera, che tengono in piedi la nostra società, che non hanno paura di niente e che sanno di essere molto in alto nel rango sociale delle genti venete: sanno di meritare il massimo prestigio.

Maria sa pure che questo lo sanno tutti e che tutti lo apprezzano.

 

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