Utopia [479]

utopia
16 settembre 2016 – Grafica di Ernesto Giorgi ©

Una donna, un uomo, sognano. Fin che si sogna, non siamo responsabili di ciò che sogniamo.

Il sogno è necessario per riequilibrare i tre cervelli che ci sono in noi: il nucleo rettiliano, che conserviamo ancora da quando, oltre 65 milioni di anni fa, l’uomo non esisteva ma esistevano i rettili che sarebbero diventati noi; il cervello limbico, quello dei mammiferi primitivi che pure si sono trasformati in noi; e il nucleo dell’uomo vero e proprio, il neopallio o neocorteccia che rappresenta la parte più recente del cervello umano.

Potremmo dilungarci su questi argomenti ma qui lo scopo è quello di dire che la natura non ha distrutto il nucleo primitivo del rettile, con gli istinti più profondi come la territorialità, la sessualità e così via, né ha distrutto la parte che ci serviva quando eravamo mammiferi non senzienti. Il processo è avvenuto per sovrapposizione delle parti nuove sulle vecchie.

Quindi il sogno si fa a letto, mentre si dorme. Diamo il nome di utopia ai sogni non suscettibili di realizzazione: insomma quando pensiamo e desideriamo qualcosa che non trova riscontro nella realtà, né probabilmente lo troverà mai, ma che nonostante questo si vorrebbe che fosse realizzabile.

A differenza dei miti, che riguardano il passato, una utopia (o più utopie) riguardano il futuro.

Esiodo (VIII° secolo avanti Cristo) è stato un poeta greco che definiva i miti come delle storie sempre esistite e mai successe: analogamente, l’utopia è una storia sempre sognata e che probabilmente non si realizzerà mai.

Ovviamente ci sono delle dispute feroci al proposito; ad esempio una persona può dire: “Quando gli uomini vivranno tra loro fraternamente…” e un’altra può rispondere: “Ma quando mai… la tua è un’utopia, un sogno irrealizzabile ad occhi aperti.”

In realtà l’utopia è il legittimo sogno di chi aspira ad una vita migliore.

Solitamente gli esseri umani proiettano queste nozioni di vita migliore o in un lontanissimo passato (C’era una volta…) e allora si chiamano comunemente miti, o in un lontanissimo futuro (utopia).

Vari scrittori e vari filosofi si sono impossessati dell’argomento, in modo più o meno simile: il calabrese Tommaso Campanella con la Città del Sole, l’inglese Tommaso Moro con l’opera Utopia, l’inglese Francesco Bacone con l’opera La Nuova Atlantide, il latino (arpinate) Cicerone con De re publica, Varrone il Reatino con Marcopolis e potremmo proseguire.

Tutte queste opere hanno in comune la descrizione di una città inesistente dove si verificano le varie utopie, ognuna secondo il sentito del suo autore.

 Per l’uomo comune è sempre stata presente la seguente realtà: miti del passato con vita migliore, utopia del futuro con vita migliore ma nel presente gli uomini non hanno mai avuto alcunché. Si parla di Età dell’Oro, dell’Eden e così via.

Mentre l’uomo comune ha i suoi sogni utopici, gli scrittori prima citati cercano di costruire qualcosa di concreto, di coerente ma per fare questo debbono smontare, in tutto o in parte, l’uomo e la sua natura.

Dobbiamo distinguere tra paradiso religioso, creato da Dio e al quale si può accedere col consenso dell’Eterno, dall’utopia: quest’ultima vuole essere un paradiso che l’uomo costruisce per conto proprio, senza l’aiuto di forze soprannaturali.

Nel concetto teocratico, religioso della vita, l’uomo non deve essere felice nel presente: è stato felice nell’Eden, nel paradiso terrestre e tornerà ad essere felice nel futuro. Per ora, la felicità gli è negata, lavorerai col sudore sulla fronte, partorirai nel dolore.

Cosa si conclude? Che per avere la felicità sulla Terra bisogna rifiutare la teocrazia, le religioni. Questo fu l’Umanesimo: una forma di felicità su questa Terra. C’è l’orgoglio di essere felici, indipendentemente dal Creatore.

Le società collettiviste dei nostri tempi si proponevano (e si propongono) di dare all’uomo la felicità su questa Terra: pane, divertimenti, spettacoli e giochi sportivi. Dio quindi vuole che noi continuiamo a sognare. Quando comandano le religioni, l’uomo è più ispirato, si avvicina di più a Dio e la struttura della civiltà è ‘verticale’: in alto c’è il Padreterno, sotto c’è il papa, più sotto ancora i re, i vescovi, i nobili e, alla fine, l’uomo comune: anche una dittatura rientra nella morfologia verticale. Quando non comandano le religioni (Umanesimo, Rinascimento), la struttura sociale è orizzontale e nessuno crede più di tanto al suo simile, perché sa di essere al suo stesso livello. Si sviluppano forme di collaborazione e di aiuto reciproco che sono impensabili nelle società a struttura verticale. La democrazia fa parte della struttura orizzontale. Qui non stiamo dicendo che una democrazia sia meglio di una dittatura, anche per il semplice motivo che una democrazia, per ragioni che eventualmente esamineremo assieme, sfocia quasi sempre in una dittatura.

Un bel giorno, l’uomo abbandona magìe, religioni, verticalismi e si rifugia nella democrazia orizzontale, la quale in quel frangente sembra non avere difetti: poi, i difetti vengono a galla e ci si rende conto che l’uomo non è fatto per la democrazia, ci si rende conto che la massa non può comandare e soprattutto non lo vuole. Inevitabilmente, allora, si abbandona la società ‘orizzontale’ e ci si rifugia nuovamente in una società ‘verticale’.

Le popolazioni europee, mediterranee, per motivi storici, per il senso critico e per il rifiuto dell’autorità, sono orizzontali ed è la mentalità mediterranea che ha creato la religione cristiana (proveniente dall’Asia e quindi verticale) a sua somiglianza e non viceversa: la confessione nella religione corrisponde alla corruzione nella politica e nella burocrazia. Gli asiatici sono quasi tutti a struttura verticale, teocratica. La fede cristiana è arrivata dall’Asia ma è stata modificata a nostro uso e consumo orizzontale. Gli asiatici sono pericolosi perché obbediscono e i tedeschi fanno parte, stranamente, delle genti asiatiche, il che è dovuto principalmente al fatto che i tedeschi, come tutti gli asiatici, non sono mai contenti di loro stessi perché sentono negato, dentro di loro, il senso dell’unicità, dell’indipendenza, della volontarietà e della libertà e devono obbedire. Sono costretti in un territorio che non ha sbocchi al mare se non nella zona vicino alla Danimarca e sono malcontenti. Si sentono chiamati a grandi destini, come tutti i ‘verticali’. Non gustano la vita come gli ‘orizzontali’, i quali non si sentono chiamati a grandi destini, bensì a vivere serenamente quel poco tempo che ci assegnano le stelle.

Eventualmente, riprenderemo questi argomenti, perché non abbiamo detto quasi niente.

 

 

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