Le frasi del popolo veneto 1 [483]

linguaveneta
Ormelle – 1961- Ragazzina veneta fotografata assieme a una mucca – Ernesto Giorgi ©

La lingua del popolo veneto si può esemplificare con alcune frasi caratteristiche, sia di Venezia città che della Sinistra Piave, dove chi scrive ha vissuto. Tanto per fare un gioco, scriveremo prima le frasi in dialetto, con gli opportuni eventuali aiuti. Più sotto, scriveremo le spiegazioni e le traduzioni in lingua italiana. Se volete, potreste divertirvi, assegnando a voi stessi un punto per tutte le frasi che avrete indovinato. Buon divertimento e buon approfondimento delle nostre tradizioni e abitudini orali.    

Si prega di notare che a fianco di ogni frase, tra parentesi, si trova una sigla: (SP) sta per una frase della Sinistra Piave e (V) sta per una frase veneziana. Se non c’è scritto niente, con leggerissime differenze la frase va bene sia per (SP) che per (V) e, quasi sempre, anche per tutto il Veneto.

  1. Col sól a mónt. (SP)
  2. Snanaràrse. (SP)
  3. Poretàrse. (SP)
  4. Ingrotìo (o ingrutìo).
  5. Deθipàrse. (SP)
  6. Freschìn.
  7. No ‘nàr a θavarièr. (SP)
  8. Θavariàr. (SP) (N.b.: non è lo stesso significato della frase precedente).
  9. Te sà che mi no ho fàt łe scuòłe àlte… (SP)
  10. El màgna borétołe. (SP)
  11. La pàr ła mòrt (ła mòrte) imbriàga.

 Spiegazioni e commenti:

  1. Col sól a mónt. (SP) [Quando il sole è al tramonto]. Si usa questa espressione per descrivere qualcosa che sta succedendo, alla sera, troppo presto. Ad esempio, “El θéna col sól a mónt, el va sùl lèt col sól a mónt” [Cena troppo presto, va a letto troppo presto.
  2. Snanaràrse. (SP) Termine che deriva chiaramente dalla parola anatra (ànara). Le piccole anatre impiegano parecchio tempo per trovare la corretta posizione sul loro pagliericcio e poi, con grande soddisfazione, si addormentano con un leggero pigolìo. Analogamente, quando uno fa qualcosa con grande soddisfazione, come mettersi comodamente sul divano, con la chiara intenzione di rimanervi parecchio, si dice che “Ghe piàxe snanaràrse sul sofà.” [Gli piace sprofondarsi, accomodarsi sul divano.]
  3. Poretàrse. (SP) [Dare del povero, nonché sfortunato, a sé stesso, auto incapacitarsi] Compiangere sé stesso per abitudine, fare la vittima senza alcun valido motivo, lamentarsi.] “L’è sempre drìo poretàrse, el se poréta sémpro.” [Si lamenta in continuazione, si autocompiange continuamente.]
  4. Ingrotìo (o ingrutìo). [Come se fosse rimasto al freddo in una grotta. Raggrumato dal freddo o dalla stanchezza, rabbrividente, infreddolito]. Si dice, ad esempio, di chi per lungo tempo attende al freddo e alle intemperie, come un moroso che attende per lungo tempo la morosa d’inverno, la quale non arriva.
  5. Deθipàrse. (SP) [Rovinarsi, trasformarsi nell’aspetto in peggio, presentarsi in modo ingannevole non corrispondente alla realtà] (Dal latino dēcĭpĕre, illudere, ingannare, raggirare.) Si dice di una persona che si presenta male in arnese. Ad esempio, lo può dire la madre al figlio che si è tagliato i capelli in modo non tradizionale: “Vàrda cóme che’l se ha deθipà!” [Guarda come si è trasformato, rovinato.]
  6. Freschìn. [Odore di un piatto che ha ospitato del pesce e che non è stato lavato troppo bene. Oppure, il piatto stesso ha ospitato delle uova crude. Odore spiacevolissimo e che toglie l’appetito] Intraducibile: non esiste alcuna parola italiana equivalente. Non esistono parole equivalenti neppure in alcuna lingua europea: per esprimere lo stesso concetto bisogna usare lunghi giri di parole.
  7. No ‘nàr a θavarièr. (SP) [Non andare a preoccuparsi, lambiccandosi il cervello.] Ad esempio, il figlio esce vestito poco col brutto tempo. La madre dice: “Ciàpa frédo! dòpo, se te tórna càsa małatà, vàrda che mi no vàe a θavarièr” [Prendi pure freddo! dopo, se torni a casa malaticcio, ricordati che io non andrò a preoccuparmi.]
  8. Θavariàr. (SP) [Vaneggiare] (N.b.: non ha lo stesso significato della frase precedente). Vaneggiare, dire frasi sconnesse per lo più involontariamente, in istato confusionale. “L’ha ła frève àlta… el θavària….” [Ha la febbre alta… vaneggia…] Dicesi anche di persona che parlotta tra sé e sé, incurante dei presenti (chiaramente non compus sui, non presente a sé stessa.)
  9. Te sà che mi no ho fàt łe scuòłe àlte… (SP) [Sai che non ho fatto le scuole avanzate.] Eufemismo, pronunciato solitamente in prima persona ed in senso ironico da chi, in realtà, nonostante non abbia fatto molte scuole, ritiene non per questo di essere in una condizione d’inferiorità. Sotto sotto, rivolto all’interlocutore, egli intende dire di essere comunque superiore. Intende dire cioè che “Chi lavora la sa più lunga di chi studia.”
  10. El màgna borétołe. (SP) [Egli mangia lucertole]. borétoła: forse dal greco bor – taomai, (bor = facilmente, rafforzativo, e taomai = tagliare, perdere), che perde facilmente (la coda). La frase sta a designare uno che non ha assolutamente niente da mangiare ed è pertanto costretto a nutrirsi di lucertole.
  11. La pàr ła mòrt (ła mòrte) imbriàga. [Sembra la morte ubriaca.] Si dice di donna in età avanzata che si trucca e dipinge in modo incredibile, sino al limite del ridicolo, senza tenere in minimo conto la propria età, ormai rispettabile. A Venezia è forse la frase più offensiva che si possa dire ad una donna.
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