Le frasi del popolo veneto 2 [484]

rab
Isola di Rab (Raba otok), Croazia – 1973 – Ingresso di un ristorante. Quest’isola era un possedimento veneziano, sede di vescovado, col nome di Arbe – Ernesto Giorgi ©

Per una spiegazione accurata, vedere Le frasi del popolo veneto 1 [483]. (SP) Sinistra Piave, (V) Venezia. Se non c’è nessuna sigla, con leggerissime differenze la frase va bene sia per (SP) che per (V) e, quasi sempre, anche per tutto il Veneto.

12. Tiràr el fià te un cónθ. (SP)
13. Fìn che no’l véde el cùło del gòto, no’l se desmìssia. (V)
14. Nàr par rosołìne ‘nca d’invèrno. (SP)
15. La ghe pòrta ła θeriòła a San Simón. (SP)
16. San Simón, tùte le fémene a rebaltón. (SP)
17. L’è (el xe) sémpre (sémpro) invełenà.
18. Nàr a pìte col sàc. (SP)
19. Sperémo che no ła vàda in Fondaménta de ła Misericòrdia. (V)

Spiegazioni e commenti:

12. Tiràr el fià te un cónθ. (SP) [Respirare in un piccolo tino, stretto in alto e largo in basso, dove il tino tende a preservare l’anidride carbonica dell’uva immessavi]. I tini sono di quattro tipi, due grandi e due piccoli. Come si può vedere dall’illustrazione, i quattro tipi di tino sono:

tini

a. “el brént”, largo nel fondo e più stretto nell’imboccatura in alto, molto grande, anche due metri.
b. “la brènta”, stretta nel fondo e più larga in alto, molto grande, anche due metri.
c. “el cónθ”, largo nel fondo e più stretto nell’imboccatura in alto, alto ottanta centimetri circa.
d. “la cònθéta”, stretta nel fondo e più larga in alto, alta ottanta centimetri circa.

Benché quelli larghi sotto e stretti in alto siano pericolosissimi a causa dell’anidride carbonica, sono più adatti per essere trasportati nei carri trainati dalle mucche perché hanno la base più stabile e difficilmente si rovesciano. Sono anche più adatti per l’ebollizione tumultuosa in quanto conservano meglio la temperatura e possono essere chiusi con dei coperchi di dimensioni più piccole e quindi sono più maneggevoli. Si usa questa espressione quando una persona, per qualunque motivo, fa fatica a respirare, come chi cerca di farlo dentro ad un tino, dove ristagna l’anidride carbonica dovuta alla fermentazione dell’uva. Riepilogando, i tini (a) e (c) sono pericolosi per l’anidride carbonica ma sono stabili per il trasporto e non si rovesciano. I tini (b) e (d) non sono pericolosi per l’anidride carbonica ma sono poco stabili e possono rovesciarsi, soprattutto quando sono caricati su di un carro che si muove.

13. Fìn che no’l véde el cùło del gòto, no’l se desmìssia. (V) [Fin che non vede il fondo interno del bicchiere (che ha vuotato del vino contenutovi), non si sveglia.] Dicesi di persona che ama un po’ troppo l’alcol. La frase intende sottolineare che alla mattina deve vuotarsi un bicchiere di vino per svegliarsi.] Desmissiàrse: Quando uno si sveglia, è tutto mescolato (missià) perché non si è ancora riscattato completamente dal sonno. La mescolatura poi termina naturalmente e uno “un fià a ła vòlta el se desmìssia” [Un po’ alla volta smette di essere mescolato, si sveglia]. Il nostro eroe, invece, per svegliarsi al mattino, ha bisogno di un bel bicchiere di vino.

14. Nàr par rosołìne ‘ncà d’invèrno. (SP) [Cercare papaveri selvatici nei campi anche d’inverno]. Nei campi invernali i papaveri selvatici non si trovano, quindi chi li va a cercare avrà un altro obiettivo. E in effetti la frase si usa a proposito di due innamorati che hanno bisogno solo di stare con loro stessi. Il significato simpatico è quindi quello di dire che due innamorati sono per l’appunto molto innamorati.

15. La ghe pòrta ła θeriòła a San Simón. (SP) San Simone, 28 ottobre, nella Sinistra Piave è come un carnevale in miniatura per le donne, che per un’antica usanza hanno una serata di libertà per trovarsi tra di loro e così poter conversare, bere vino e mangiare dolciumi senza il controllo dei mariti. Quella donna che porta una candela (ceriòla, fatta con la cera) a San Simone lo fa perché è contentissima che San Simone abbia istituito la ricorrenza. Si tratta di un modo per dire che questa donna ama indulgere col vino.

16. San Simón, tùte le fémene a rebaltón. (SP) [A San Simone, tutte le donne senza regola: ricalca il latino ‘semel in anno licet insanire’ [una volta all’anno è lecito impazzire], sostenuto (o quanto meno tollerato) anche da Sant’Agostino in De Civitate Dei, VI, 10.

17. L’è (el xe) sémpre (sémpro) invełenà. [Egli è sempre pieno di veleno, è sempre adirato]. Si dice anche “che nol pòl seràr i òci…” [che non può chiudere gli occhi] perché, chiudendo gli occhi, per una sorta di buffa compressione immaginaria, allora il veleno gli uscirebbe dagli orecchi.

18. Nàr a pìte col sàc. (SP) [Andare a rubare galline col sacco] Non designa un ladro per antonomasia, designa piuttosto uno che vive di espedienti, tra i quali non si può escludere il furto.

19. Sperémo che no ła vàda in Fondaménta de ła Misericòrdia. (V) Dicesi di donna piena di collane, monili, orecchini, braccialetti sino all’inverosimile, che la appesantiscono di molto. Le fondamente a Venezia sono i camminamenti che hanno da una parte le case e dall’altra un rio. Le fondamente non sono protette da ringhiere e, per evitare che una persona poco accorta cada direttamente in acqua, lungo la parte esterna della fondamenta, è posta una fascia di pietra bianca, per attirare l’attenzione del distratto. Tuttavia, in Fondamenta della Misericordia, la striscia bianca lungo il rio non esiste. La persona che dovesse passare per questa fondamenta con certi nebbioni, ha parecchie probabilità di cadere in acqua ma poi potrebbe forse venire a galla e salvarsi oppure essere salvata. Ebbene, con tutto quel peso addosso (gioielli eccetera), la nostra signora certamente andrebbe a picco per il troppo peso e non potrebbe salvarsi, né qualcuno potrebbe provvedere alla bisogna.

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