Le frasi del popolo veneto 3 [485]

abbazia
Abbazia (Opatija) Croazia – 1969 – Il teatro dei tempi di Roma – Ernesto Giorgi ©

Le sigle descrivono: (SP) Sinistra Piave, (V) Venezia. Se non c’è nessuna sigla, con leggerissime differenze la frase va bene sia per (SP) che per (V) e, quasi sempre, anche per tutto il Veneto.

  • 20 El gàto no pésca. (V)
  • 21 Xe rivà el fiàba. (V)
  • 22 Xe rivà màri e mónti. (V)
  • 23 El pòrta i fiói in Piàssa… (V)
  • 24 El sérca sémpre e cussì… ghe pàssa l’apetìto. (V) (doppio senso). (V)
  • 25 Caràteri… ghe piàxe łe tèste de sièvoło… (V)
  • 26 La podarìa fàr ła impiréssa. (V)
  • 27 El spèta… (V)
  • 28 Vàrda che no vàda tùto a tórxio… (V)El 
  • 29 I so fiói pàssa bèłe doméneghe… (V)

 Spiegazioni e commenti:

  • 20 El gàto no pésca. (V) [Il gatto non pesca] Dicesi di persona che non vuole lavorare e che si fa mantenere o dalla moglie o dai familiari. Anche un gatto fa così: quando un pescatore, a Venezia, getta in acqua la sua lenza, è immediatamente circondato da alcuni gatti che aspettano in silenzio. Di solito il pescatore sbotta: “Me ciamé pégoła! ‘Ndè via, che tànto no ve dàgo gnénte. Só mi che pésco, vuiàltri no gavé vògia de far gnénte! ‘Ndé a ciapàr sórxi!” [Mi chiamate scalogna nera, andate via ché tanto non vi do niente. Sono io che pesco, voialtri non avete voglia di fare alcunché. Andate a prendere topi.] Pégoła = Pece nera, come la peggior sfortuna. Ma i gatti rimangono impassibili in paziente attesa e, prima o poi, il pescatore cambia idea e, mosso da compassione, getta qualcosa agli animali.
  • 21 Xe rivà el fiàba. (V) [Ecco qui la fiaba in persona, è arrivato.] Ci sono certi personaggi che raccontano delle storie e gli ascoltatori non capiscono mai bene se tali storie siano vere o solo verosimili. Insomma, sembrano quasi delle fiabe. A tale personaggio si affibbia il soprannome di ‘fiaba’. Non dimentichiamo che in dialetto siciliano il termine ‘soprannome’ si traduce con ‘ngiùria (= ingiuria).
  • 22 Xe rivà màri e mónti. (V) [Ecco qui mari e monti]. A differenza del ‘fiaba’, il soprannominato ‘mari e monti’ racconta cose mirabolanti su sé stesso, records, imprese al limite del sovrumano. Cose difficili da credere.
  • 23 El pòrta i fiói in Piàssa… (V) [Porta i suoi figli in Piazza San Marco…] e non si prosegue con il resto della frase “… a védar i sióri che màgna el gełàto.” […per vedere i ricchi che mangiano il gelato] in quanto si ritiene che gli ascoltatori la conoscano perfettamente. L’oggetto del commento, quindi, è una persona non benestante, la quale tuttavia si dimostra refrattaria a riconoscerlo, altrimenti non sarebbe perseguita dall’ironia popolare (o almeno così ci piace pensare, anche se in realtà stiamo parlando di un mondo che sovente guarda con invidia chi gli sta sopra e con sufficienza chi gli sta sotto).
  • 24 El sérca sémpre e cussì… ghe pàssa l’apetìto. (V) (doppio senso). (V) Il doppio senso è basato sulla dizione ‘el sérca’, che significa ‘egli assaggia’ ma significa anche ‘egli cerca’. Il primo senso è quindi [assaggia sempre e, a furia di assaggiare, non ha più appetito]. Inoltre, assaggia soltanto perché non ha cose più abbondanti da mangiare. Il secondo senso è invece [Cerca sempre (di mangiare) ma non ci riesce e così, stanco, perde anche l’appetito]
  • 25 Caràteri… ghe piàxe łe tèste de sièvoło… (V) [Ognuno ha le sue preferenze… a lui piacciono le teste di cefalo…] In realtà, non ha altro da mangiare perché si tratta di un poveraccio ed anche lui preferirebbe una bella orata, quindi di necessità deve fare virtù.
  • 26 La podarìa fàr ła impiréssa. (V) Dicesi di donna con i capelli in eccessivo disordine, ispidi, arruffati, impresentabili. La ‘impiréssa’ è un lavoro che viene svolto dalle donne veneziane, adoperando le perline fatte dalle vetrerie di Murano. A Murano, i vetrai fanno delle palline di vetro coloratissime con un foro atto ad inserire nelle perline stesse il filo portante di una collana. Le donne veneziane, popolane, si siedono di solito su una sedia di paglia fuori dell’uscio di casa, raggruppate in quattro o cinque di loro: nel grembiule, hanno una quantità incredibile di perline e in mano tengono cinque o sei aghi lunghissimi e ricurvi. Mentre parlano, non guardano le perline e con gesto automatico e ripetitivo immergono gli aghi nelle perline, sino a quando alcune di queste si infilano nell’ago. Collegato ad ogni ago, c’è un filo che sarà quello della collana. Improvvisamente, alzano la mano che tiene gli aghi, la scuotono e, per gravità, le perline scivolano dagli aghi verso i varî fili. Intanto, chiacchierano del più e del meno.
  • 27 El spèta… (V) …che se sposa qualchedun. Siccome non ha i mezzi per mangiare ogni giorno, attende di essere invitato ad un matrimonio per mangiare a sazietà. Come al solito, la seconda parte della frase non viene detta perché tutti dovrebbero conoscerla. Chi non la sa, chiede spiegazioni che riceverà, da chi sa la frase completa, con aria di sufficienza.
  • 28 Vàrda che no vàda tùto a tórxio… (V) [Guarda che non vadano tutte le barche alla deriva…] Quando uno si dà arie eccessive, può causare una specie di bora metaforica che, letteralmente, può far rompere gli ormeggi alle imbarcazioni legate alle brìcołe in modo approssimativo. (Brìcoła = palo di legno, piantato nel fondo della laguna, atto ad ormeggiarvi le barche con una fune). Quindi, i presenti si scambiano la frase con ironia.
  • 29 I so fiói pàssa bèłe doméneghe… (V) [I suoi figli passano delle ottime domeniche…] Dicesi di donna ritenuta poco seria i cui figli possono avere parecchi padri, non tutti identificati. In questa situazione, i figli sono fortunati perché hanno parecchi ipotetici ed incerti padri ai quali chiedere la consueta mancetta domenicale. Se una donna è seria, il figlio non può avere che un padre eppertanto le mancetta domenicale non può essere che una.
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