Le frasi del popolo veneto 4 [486]

buonefeste2016_2017
Fotografia eseguita nell’inverno 1983 con macchina elettromeccanica Canon New F1, pellicola diapositiva lenta Perutz 14° din, ottica 24 mm, parasole, flash manuale a riflessione su di uno specchio posto al campo lungo, con luce dal basso verso l’alto, filtro soft silk e filtro polarizzatore medio, per mettere in rilievo il ghiaccio dell’agrifoglio ed attenuare i riflessi del flash. Stampata su tela. Ernesto Giorgi © Copiare la fotografia sul proprio computer per vederla in dimensioni maggiori.

Le sigle descrivono: (SP) Sinistra Piave, (V) Venezia. Se non c’è nessuna sigla, con leggerissime differenze la frase va bene sia per (SP) che per (V) e, quasi sempre, anche per tutto il Veneto.

  • 30 El xe cóme quéło del peòcio… (V)
  • 31 De san Giovàni ghe ne xe stà ùno… e i ło gà fàto sànto…
  • 32 La è (ła xe) ‘na santificètur.
  • 33 Dàghe al can che tùti ghe dà dòss. (SP)
  • 34 Pì de mi, no sa nessùn. (SP)
  • 35 Bàsa bànchi.
  • 36 Dormìr sùła pàja. (SP)
  • 37 Dormìr te’l pajón. (SP)
  • 38 El conségna sól che’l làte. (SP)

 Spiegazioni e commenti:

  • 30 El xe cóme quéło del peòcio… (V) [Letterale: è come quello del pidocchio] Traslato: vuole sempre avere l’ultima parola. Bisogna conoscere la storia: Un notaio di Campo San Luca, quando rincasava, si trovava sempre apostrofato da un vagabondo sconosciuto che gli diceva invariabilmente: “Ciò, peocióso!” [Hei, pidocchioso!]. Il termine pidocchioso si usa per dire che uno è un avaro spilorcio, che tiene conto di tutto ed anche dei pidocchi che lo infestano. Un paio di volte il notaio cercó di rispondere, ma sempre invariabilmente il vagabondo voleva avere l’ultima parola e rispondeva: ”Dìxi quéło che ti vól ma ti rèsti sémpre un peocióso.”. Il notaio, un bel giorno, perse la pazienza e scaraventò il vagabondo in un rio. Mentre stava annegando e ormai aveva la testa sott’acqua, il vagabondo sollevò in alto le mani, fuori dall’acqua e, premendo un’unghia di un pollice contro l’unghia dell’altro pollice, fece per l’ultima volta, prima di morire, il gesto che si fa quando si schiaccia un pidocchio. Aveva voluto avere ancora l’ultima parola.
  • 31 De san Giovàni ghe ne xe stà ùno… e i ło gà fàto sànto…[Di san Giovanni ce n’è stato uno… e lo hanno fatto santo]. Come al solito si dice solo la prima parte della frase e la si dice riferendosi a chi ha un atteggiamento altezzoso, di uno che sa tutto e che dispensa verità incontrovertibili a destra e a manca. San Giovanni Crisòstomo (Dal greco chrysos = oro e stomos = bocca) (Grixòstomo in veneziano), conosciuto anche come Giovanni d’Antiochia (nato nel 344?/354? circa, morto nel 407), è stato arcivescovo, teologo, e secondo Patriarca di Costantinopoli. Era di una eloquenza prodigiosa, affascinante e ciò gli valse l’appellativo di Bocca D’Oro (chrysóstomos in greco, per l’appunto). Si dice che tale appellativo fosse stato dato a Giovanni parecchi anni dopo la sua morte quando, in una riesumazione, secondo la tradizione, ci si accorse che la sua bocca e la sua lingua erano divenute di oro massiccio. Esiste una chiesa in Venezia, per andare da Campo San Bartolomeo a Campo Santi Apostoli, dedicata al santo. Quindi, ce n’è stato uno ed uno solo che diceva sempre delle verità assolute…
  • 32 La è (ła xe) ‘na santificètur. (espressione tratta dal pater noster latino). Dicesi di una donna tutta chiesa e casa ma che in realtà ha dei grilli per la testa, non troppo confacenti con l’immagine che vorrebbe dare di sé. Equivale all’italiano ‘santarellina’, solo che sa più di chiesa.
  • 33 Dàghe al can che tùti ghe dà dòss. (SP) Quando qualcuno cade in disgrazia, quale che ne sia il motivo ed è quindi additato come reprobo, la generosità dei nostri simili cerca di distruggerlo il più possibile. Anche agli occhi del popolo, se uno ha fatto un errore da 50 e viene criticato, vituperato, disprezzato per 500, l’impari disprezzo, rapportato alla colpa, può dare fastidio, così come si maltratta un povero cane randagio. Caratteristica dei nostri simili è la seguente: se tutti maltrattano il cane, perché non potrei farlo anch’io, cogliendo una buona occasione per sfogare le mie ansie represse su qualcuno, per altro indifeso ed indifendibile? Questi personaggi, prima di infierire, aspettano che molti altri abbiano già infierito, in modo da essere certi di rimanere impuniti, in un’atmosfera di connivenza. Solo allora si pronuncia la frase: dàgli al cane, nessuno ti rimprovererà: infatti, tutti hanno già infierito. Naturalmente la frase è detta con ironica amarezza.
  • 34 Pì de mi, no sa nessùn. (SP) [Più di me non sa nessuno] Quando succede un fatto di cronaca spiacevole, ci sono dei personaggi che ne approfittano per pavoneggiarsi: “Io ho visto quel particolare, ho udito quest’altro…” Il nostro ha bisogno di grandi soddisfazioni delle quali da tempo è privo. La frase ricorda un episodio di un contadino che aveva visto i ladri di galline nel pollaio del vicino e per l’appunto diceva la frase in questione. I ladri, venuti a conoscenza che il contadino diceva di sapere tutto e non sapendo bene cosa potesse in realtà aver visto, pensarono ad ogni buon conto di prenderlo una sera, gonfiarlo di botte, e lasciarlo malconcio in un fossato. Attenzione, dunque, a non voler saper troppo.
  • 35 Bàsa bànchi. [Colui che bacia i banchi della chiesa] Equivalente in parte alla ‘Santificetur’: mentre la Santificetur è un’ipocrita, el bàsa bànchi è veramente in buona fede ed è un frequentatore assiduo di luoghi sacri. Dicesi quindi di chi sia eccessivamente religioso ma non ipocrita.
  • 36 Dormìr sùła pàja. (SP) [Dormire sulla paglia: dormire molto male]. Per chi non lo ha mai provato, sul covone o sulle balle di paglia non si riesce ad addormentarsi facilmente, perché la paglia sviluppa un calore enorme. Quando ci si sveglia, invece, si è tremanti dal freddo perché, dopo essere stati in un bagno di sudore, la stessa umidità si trasmette alla paglia e nel giro di un’ora ci si trova in un frigorifero. Chi ha assistito ad un parto di mucca lo sa, perché di solito (per dispetto?) le mucche partoriscono all’alba e, nell’attesa, si deve dormire sulle balle di paglia, sperimentando le sensazioni di cui sopra.
  • 37 Dormìr te’l pajón. (SP) [Dormire nel materasso di foglie di granoturco, ovvero vivere secondo la tradizione]. Notare bene che el pajòn non è un materasso di paglia, il quale presenterebbe gli stessi problemi di cui al punto precedente, bensì è un materasso fatto con foglie di mais messe al sole ad essiccare, quelle che in dialetto si chiamano scartòθ (cartocci). Chi ha dormito sul pajón avrà presente una caratteristica: ogni volta che ci si muove, il materasso fa un rumore di foglie secche. Questo rumore, inizialmente fastidioso per i non abituati, con l’abitudine si trasforma in una specie di amico che canta una ninna-nanna. L’espressione ‘Vàrda che mi dòrme te’l pajón…’ equivale a dire ‘guarda che io vivo all’antica, coi valori e i principî della tradizione’. Anche se non è vero che si dorme ancora sul pajón, si può dire la frase per esprimere il concetto in senso lato.
  • 38 El conségna sól che’l làte… (ma el se tièn el cào…) (SP) [Egli consegna solo il latte ma si tiene l’affioramento]. Significato: è un furbastro disonesto, non ti fidare… Spiegazione: in caso di contratto di fornitura di latte alla latteria del paese, il contadino munge le mucche alle sei del mattino e il latte viene posto in dei recipienti da 25 o trenta litri, posti vicino all’uscita del cortile della casa colonica (te ła passàda), dove, verso le sette, passerà il camioncino del dipendente della latteria per raccogliere il latte stesso. Nel contratto, con dovizia di particolari, sta scritto che per nessun motivo il contadino o i suoi parenti possono togliere tutto o parte dell’affioramento (cào) perché ciò depaurerebbe la consegna. L’affioramento è costituito da sostanze grasse che galleggiano e con queste si fa il burro, la panna e così via: è la parte più pregiata del latte. Alcuni contadini (molti?) tuttavia cercano di sottrarre l’affioramento per farne soprattutto burro. Se il lattaio se ne accorge, sono dolori. Il contadino comunque vuole ‘morire in piedi’, cioè non ammetterà mai di aver commesso una disonestà. Vi fornisco alcune delle scuse che ho sentito coi miei orecchi, profferite da contadini che non volevano ammettere il misfatto: “Vén el bocéta picenìn che no sta bén, un fià de pàna par tiràrlo su…” – “Sén sòte Pàsqua, la me fémena ła vołéa far na fugàθa… ghe ocoréa na s-ciànta de butìro…” – “Me pàre l’è vècio, el dotór ghe ha comandà el sbatudìn co un fià de pàna.. .” – “Nòstra niòra la è cuòga, la è ‘gnìsta a catàrne da Veróna, la vołéa far ‘na faraóna co ła pàna, no vén bù el coràjo de dìrghe de no…’. [Abbiamo il bambino piccolo che non sta bene, un poco di panna per ricostituirlo… – Siamo vicino a Pasqua, mia moglie voleva fare una focaccia, un poco di burro… – Mio padre è anziano, il dottore gli ha ordinato un uovo sbattuto con un poco di panna… – Nostra nuora è cuoca, è venuta a trovarci da Verona, voleva fare una faraona con la panna, non abbiamo avuto il coraggio di dirle di no…] A tutte queste facezie, il lattaio rispondeva invariabilmente: “Pièro, te véa da méterlo sul contràto ma sul contràto no l’è scrìt gnént, me despiàse ma me tóca fàrte un verbàłe, el làte te te ło tièn ti, noàntri nol vołén…” [Dovevi metterlo sul contratto ma sul contratto non c’è scritto niente, mi dispiace ma debbo farti un verbale, il latte te lo devi tenere, noi non lo vogliamo.]  Ma per il contadino era un disastro perché gli rimanevano sulle spalle cinquanta, cento litri di latte.

 

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