Le frasi del popolo veneto 6 [488]

oderzo2011
Fotografia eseguita nella primavera del 2011 – Macchina elettronica Canon 60D – Obiettivo supergrandangolare 10 mm – Iso 100 – 1/100” – Le sfumature sono state ottenute con il filtro incorporato della Canon, denominato Sunset – Paraluce e lente polarizzatrice tipo A (leggera) – L’albero in primo piano coi fiori rossi che nascono prima delle foglie è un albero che viene dal medio oriente e si chiama Cercis Siliquastrum, meglio conosciuto come Albero di Giuda – Si dice che Giuda si sia impiccato su questa pianta – Gli alberi subito dopo sono un maschio e una femmina del genere Betula Bedulita, una delle 40 specie di Betulla – In laboratorio, alla fotografia sono stati aggiunti un sole artificiale (situato circa a nord) e l’effetto HDR, che aumenta il senso di profondità di campo integrando le luci e le ombre – Ernesto Giorgi ©

Le sigle descrivono: (SP) Sinistra Piave, (V) Venezia. Se non c’è nessuna sigla, con leggerissime differenze la frase va bene sia per (SP) che per (V) e, quasi sempre, anche per tutto il Veneto.

  • 50 Magné l’mànco pàn… (SP)
  • 51 No bàsta sémpro el vìss-cio. (SP)
  • 52 Sàlta fòss. (SP)
  • 53 La gàja rèsta gàja. (SP)
  • 54 Quànt da fàr… no vièn mài nòt… (SP)
  • 55 El gàt no’l sbàja (bàja) mai… (SP)
  • 56 Marùbio. (V)
  • 57 El xé ùno che sparàgna sui ociài. (V)
  • 58 Nól pól sufrìr el sangiùt. (SP)
  • 59 Mira el to pòpoło. (V)

Spiegazioni e commenti:

  • 50 Magné l’mànco pàn… (SP) doppio senso. [Mangiate almeno pane] Una pronuncia affrettata e masticata, tuttavia, può dar adito all’interpretazione Magné mànco pàn… [Mangiate meno pane]. Tale frase viene tutt’ora usata quando qualcuno pronuncia frasi ambigue nel proprio interesse, frasi che possono avere effetti contrastanti. La tradizione vuole che la frase, originariamente, fosse pronunciata dal proprietario di un allevamento di bachi da seta, il quale assumeva degli avventizî per la campagna dei bachi (el ciól su òpere pài cavalièri) [prende su lavoranti per la campagna dei bachi da seta]. L’accordo di lavoro comprendeva, per usanza, anche il pasto di mezzogiorno, fornito dal proprietario. Dobbiamo immaginare questa enorme cucina, venti o trenta metri di lunghezza per sette od otto metri di larghezza, con una tavola enorme al centro, attorno alla quale  sedevano le òpere. Il pasto era costituito da un piatto di pastasciutta di pasta larga (che tiene meglio la cottura), seguita da formaggio con radicchio in insalata. Un bicchiere di vino mortale per la sua tannicità e pane, fatto in casa con delle pagnotte enormi. Il pranzo non era da mille e una notte ma queste erano le usanze. Il proprietario si aggirava dietro ai commensali, chi dice per controllare e chi dice per mantenere un rapporto di cordialità. Quando il proprietario pronunciava la fatidica frase, i malpensanti la interpretavano come un invito a mangiare ‘meno’ pane e i benpensanti invece come un invito a mangiare ‘almeno’ pane. I primi spiegavano la frase con l’avarizia del proprietario e i secondi invece dicevano: “Se non mangiamo almeno pane, non avremo poi la forza di lavorare”. Il dubbio sussiste ancora e la frase è rimasta per definire una persona che parla ambiguamente. 
  • 51 No bàsta sémpro el vìss-cio. (SP) [Non sempre il vischio sembra essere sufficiente]. Prima o poi, anche due sposini novelli innamoratissimi avranno probabilmente un primo screzio e i vicini (o i parenti) si renderanno conto del problema. La frase pertanto sottintende il seguente fatto: baciarsi sotto il vischio, tradizionalmente, rinvigorisce l’affetto ma… non sempre. Gli anziani, infatti, quando due piccioncini si sposano, si guardano con ironia e dicono, con tanto di rima: “Te vedarà, te vedarà che’l viss-cio no’l bastarà…” [Vedrai, vedrai che il vischio non basterà]
  • 52 Sàlta fòss. (SP) [ragazzo o ragazza scavezzacollo] (letteralmente: salta fossi). Si dice di ragazzi vivacissimi, ma di solito si dice al riguardo di persone trentenni o più, molto irrequiete e fuori dai sacri canoni, con la seguente espressione: “Ehl’è sémpro stàt un saltafòss…” [Eh… è sempre stato uno scavezzacollo] 
  • 53 La gàja rèsta gàja. (SP) [La gazza rimane gazza] (ovvero: uno che sia ladro, rimane ladro). I popolani veneti hanno (o avevano) molta confidenza con le gazze, che molte volte frequentavano sistematicamente le case. Ricordo di aver assistito ad episodi in cui la gazza guardava bene la tovaglia, dove a bella posta era stato messo da qualcuno un pezzettino di vetro oppure un tappo della birra lucidato con la carta vetrata. L’uccello volava via, si procurava un sassolino oppure una pietruzza e ritornava immediatamente. Metteva il sassolino vicino al pezzo di vetro, afferrava col becco il pezzo di vetro e con la zampetta faceva una piega sulla tovaglia, nascondendo il sassolino, in modo da confondere le acque. Poi volava verso il suo nido a depositare la refurtiva. Ogni tanto, andavamo a visitare il nido della gazza per vedere cosa mai contenesse: pezzettini di vetro, alcuni dei quali colorati, tappi della birra, perline, insomma, qualunque oggetto avesse un minimo di luccichìo. Andavamo a vedere perché si sperava sempre che avesse rubato qualche oggetto d’oro ma la visita al nido si concludeva inevitabilmente con una delusione. Gioacchino Rossini ha pure composto un’opera intitolata appunto ‘La gazza ladra’. La gazza, o gazza ladra (nome scientifico pica pica) è un corvide e come tutti i corvidi ha una notevole capacità di imitare le parole che sente. Questo è il motivo principale per cui si tiene in casa. La famiglia Secolo del borgo Gere di Ormelle, negli anni ’60, aveva uno di questi volatili che stava spesso appollaiato sullo schienale di una sedia, in cucina, senza timore di alcuno. Quando s’iniziava il giornale radio alla sera, l’uccello diceva chiaramente: “Radiosera!”. Ovviamente, non lo diceva sempre: solo talvolta. Inoltre, diceva saltuariamente un “Ciao!” altrettanto chiaro. Non sapeva dire altro. Il nostro detto, quindi, sta a significare che uno, con l’indole del ladro, tale rimarrà. 
  • 54 Quànt da fàr… no vièn mài nòt… (SP) [Quanto da fare…. non viene mai notte…] In psicologia, c’è un atteggiamento che viene denominato ‘la sigaretta febbrile’. L’atteggiamento designa persone nulla facenti che, tuttavia, ritengono utile, più o meno consciamente, dimostrarsi molto affaccendati. Siccome l’affaccendamento avviene su cose ridicole e senza importanza, tutti, tranne l’interessato, si rendono conto che tale atteggiamento è soltanto dimostrativo e quindi comunque inconcludente. La frase dice in sostanza che il nostro protagonista ha un sacco da fare e il sacco delle cose da fare è talmente grande che… non viene mai sera! Senza conoscere le teorie psicologiche, ecco che i popolani avevano centrato il problema, descrivendolo in modo molto efficace. 
  • 55 El gàt no’l sbàja (bàja) mai… (SP) [una persona di solito è coerente] (letteralmente: il gatto non abbaia mai]. Si dice quando si potrebbe dire che un bel tacer non fu mai scritto, oppure quando si chiede a qualcuno di abbaiare, essendo questi abituato a miagolare. Insomma, non attenderti che un gatto abbai, come non devi attenderti che cambi profondamente i suoi atteggiamenti. 
  • 56 Marùbio. (V) [Letteralmente: mare molto grosso, burrasca. Traslato: uno che s’incavola per niente ed abitudinariamente]. Per poterlo dire di uno, bisogna per l’appunto che il nostro personaggio si arrabbi per niente e soprattutto sistematicamente. Persona di carattere. Perché solo persona di carattere e non di brutto carattere? Perché, come diceva Goldoni, tutte le persone di carattere hanno un brutto carattere. 
  • 57 El xé ùno che sparàgna sui ociài. (V) [Uno che risparmia sugli occhiali] (Traslato: non sa né leggere né scrivere). Pertanto, non ha bisogno degli occhiali. Per una questione di finezza, non si può dire gobbo a un gobbo come non si può dire di uno che sia analfabeta. La circonlocuzione eufemistica vale pertanto come un velo di rispetto.
  • 58 Nól pól sufrìr el sangiùt. (SP) [Letterale: non può soffrire il singhiozzo] (e, per evitare il singhiozzo, non mangia mai). Il fatto che soffra il singhiozzo non è quindi vero: non mangia, poveraccio, semplicemente perché non ha da mangiare. Non si può dire apertamente, quindi, al solito, si usa un’ulteriore circonlocuzione. 
  • 59 Mìra, el to pòpoło. (V) [Letteralmente: Mira il tuo popolo]. Questa è complessa. Mira era il nome di una nota prostituta di via Garibaldi a Venezia, nota per il numero elevatissimo di clienti, che venivano definiti addirittura un popolo. La frase è blasfema perché la stessa ha attinenza con un canto sacro popolare cattolico, di cui riportiamo la prima strofa: “Mira il tuo popolo, o bella Signora, che, pien di giubilo, oggi t’onora. Anch’io, festevole, corro ai tuoi piè: o Santa Vergine, prega per me!”. Mentre, nel canto cattolico, la parola ‘Mira’ significa ovviamente ‘guarda’, nella nostra battuta sacrilega e blasfema, ‘Mira’ è il nome della donna pubblica. Concludendo: quando passava a Venezia una donna notoriamente di facili costumi, i presenti, magari seduti al tavolino del bar, canticchiavano tra i denti: “Mìra, el to pòpoło...”
Annunci

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...