Le frasi del popolo veneto 7 [489]

visdende
VAL VISDENDE – Fotografia eseguita nell’agosto 2009 – La Val Visdende è in provincia di Belluno, situata vicino a Santo Stefano di Cadore, abbastanza vicina alle sorgenti del Piave – La vallata è privata e per accedervi bisogna pagare il pedaggio – Nella foto, la bellissima chiesetta dove, a suo tempo, si è recato in visita ed ad officiare anche Papa Giovanni Paolo II, il polacco Woitiła – La chiesetta, a quel tempo, aveva il tetto parzialmente crollato per l’eccessivo carico di neve – Il posto è bellissimo e si consiglia una visita – Ernesto Giorgi ©

Le sigle descrivono: (SP) Sinistra Piave, (V) Venezia. Se non c’è nessuna sigla, con leggerissime differenze la frase va bene sia per (SP) che per (V) e, quasi sempre, anche per tutto il Veneto.

  • 60 Ghe xe l’ògio de cómio e l’ògio de soramànego. (V)
  • 61 Ti sa quéła déi lampióni… (V)
  • 62 Discórsi da Falièr. (V)
  • 63 Domàn vàdo in canònica a sbatexàrme. (V)
  • 64 Aqua àlta… àqua àlta… (V)
  • 65 El mànda el barbiér a San Sèrvoło… (V)
  • 66 Stamatìna ła xe ingobàda…
  • 67 L’è un strùc, un struchét…. (SP)
  • 68 Stuìn, stuà, stùa. (SP)
  • 69 Pałidìr. (SP)
  • 70 Co’l tórna a càsa, no’l sa mài che ciàve impiràr (V)
  • 71 “Bón apetìto…” “Gràssie ma tìra drìto!”
  • 72 Pòre baθiłét…
  • 73 Sól a mónt (‘nar sul lèt cól sól a mónt)

 

Spiegazioni e commenti:

  • 60 Ghe xe l’ògio de cómio e l’ògio de soramànego. (V) [C’è l’olio di gomito e l’olio di sopramanico] L’olio di gomito significa fare fatica. Ad esempio, ad un ragazzo che chieda come si fa a calafatare una barca (dare la pece mescolata col nerofumo e con la trementina), si risponde: “Ghe vól quàtro ròbe: ła pégoła, el nérofumo, l’ògio de trementìna e l’ògio de cómio. Se dòpo ti vól far le ròbe pròpio ben, bisògna che ti spèti un póchi de àni e che ti ghe zònti la quinta ròba, l’ògio de soramànego…” [Ci vogliono quattro cose: la péce, il nerofumo, l’olio di trementina e l’olio di gomito. Se poi vuoi fare le cose proprio per bene, devi attendere alcuni anni e devi aggiungervi la quinta cosa, l’olio di sopramanico …] Dove la pece (parte bituminosa del petrolio serve da collante, il nerofumo ricavato da polvere impalpabile di carbone serve da addensante, l’olio di trementina serve da mordente, cioè da fissatore del miscuglio sul legno. Il nome di trementina, o meglio essenza di trementina è costituita da una parte volatile, l’essenza appunto, detta anche acquaragia vegetale e da una parte che lascia residui, meno volatile, che si chiama colofonia. Il nome viene dal greco terebinthos, terebinto in italiano, albero appartenente alla famiglia delle pinophyta, una specie di pino. Si tratta di una resina che fuoriesce da tale albero al quale si pratica un’incisione. Da questa resina si ricava poi una sostanza oleosa, fluida, chiara, molto volatile. La calafatura è il procedimento di impregnare la parte di una barca (che si troverà a contatto con l’acqua) con tale sostanza, per renderla impermeabile. I veneziani tuttavia hanno sempre usato i larici del Cansiglio per ricavare un succedaneo della trementina. Per secoli e secoli la Repubblica di Venezia, proprietaria del Cansiglio, ha custodito gelosamente tali larici, tutti numerati, con appositi guardiani dei larici che pattugliavano l’altopiano ed avevano registri appositi dove annotavano, per ogni pianta, la data di semina, difetti particolari della pianta, la data in cui si sarebbe dato inizio alle incisioni e la data in cui la pianta poteva essere tagliata per essere sostituita da un’altra. Negli archivi veneziani (Museo Correr, Biblioteca Marciana, Biblioteca Querini Stampalia, Palazzo Ducale) si trova questo ed altro. La trementina era fondamentale per il processo di impermeabilizzazione delle imbarcazioni, sulle quali imbarcazioni e sui relativi commerci che ne derivavano, Venezia poggiava il suo potere economico e militare. Pene particolarmente severe colpivano coloro che attentavano all’integrità dei lariceti del Cansiglio. La storia è particolarmente importante perché, nonostante lo sfruttamento continuo  dei larici, da quando Venezia divenne proprietaria del Cansiglio (dal 1200 circa), la repubblica dimostrò che nel 1797 il numero dei larici e la superficie ad essi dedicata era superiore a quella del 1200. L’olio di gomito sta a significare che per calafatare una barca bisogna darci dentro con energici movimenti del gomito, ovvero del braccio. Il quinto elemento, l’olio di sopramanico, sta a significare l’esperienza. La frase viene dall’uso di mettere le caldarroste sul fuoco, in un recipiente rotondo bucherellato, dove per non procurarsi scottature è meglio che il recipiente sia dotato di un manico. Ma ci vuole anche l’esperienza, qualcosa che sta a meta-livello, cioè sopra, in definitiva sopra al manico.
  • 61 Ti sa quéa déi lampióni… (V) [La sai la storia dei lampioni…] come al solito, la frase non viene terminata perché chi ascolta è assolutamente tenuto a conoscerne la conclusione. La frase si sussurra quando passa un marito al quale la moglie si pensa abbia fatto un danno irreparabile in testa, apponendovi quanto meno un paio di corna. La cantilena, nella sua interezza, è la seguente: “Se tùti i béchi gavésse un lampiónsanta Madòna, che iluminassión…” [Se tutti i cornuti avessero un lampione, santa Madonna, che illuminazione].

  • 62 Discórsi da Falièr. (V) [Discorsi da Marin Faliero] Significato: a fare discorsi rivoluzionari, da ribelli, contro l’ordine costituito, anche se giusti e sacrosanti, si può finire molto male, si può fare la fine di Marin Faliero. Marin Faliero, doge veneziano, venne eletto nel 1354 e nel 1355 venne giustiziato per alto tradimento. Figura, secondo il popolo, nobile e stimata perché nel 1297 le più antiche famiglie veneziane si erano autoproclamate nobili, ed avevano dato origine alla Serrata del Gran Consiglio, novella oligarchia che riservava tutti i diritti alla stessa e ai loro eredi futuri. Finiva così la vera Repubblica di Venezia e l’oligarchia creatasi era destinata a durare esattamente 500 anni, sino al 1797, conclusa perché gli stessi oligarchi si arresero vergognosamente a Napoleone senza quasi colpo ferire. Ebbene, Marin Faliero voleva abolire la Serrata e ridare il potere al popolo, con la famosa concio, strumento di democrazia popolare diretta. Per questo, con la scusa di alto tradimento, fu decapitato, primo ed unico doge a subire il patibolo. Come dire: anche se la tua causa è perorabile e condivisibile, ricordati della fine di Marin Faliero ed è forse meglio se te ne stai zitto.

  • 63 Domàn vàdo in canònica a sbatexàrme. (V) [Domani vado in canonica e mi faccio togliere il battesimo]. Quando si senta parlare di un fatto incredibile, che non si sarebbe mai e poi mai ipotizzato che potesse succedere e tale fatto sia documentabile come veramente successo, il veneziano coscienzioso può avere una reazione di rifiuto. Rifiuto non solo per il fatto in sé ma anche per la comunità che ha permesso il suo accadimento. Sorge pertanto il desiderio di non appartenere più a tale comunità guasta. Ma, di grazia, come fare? Siccome l’ecclesia (la comunità) è costituita da individui battezzati, per togliermi dalla stessa, per rifiutare nel modo più assoluto l’accettazione del fatto increscioso, cosa c’è di meglio che farsi togliere il battesimo? Così non apparterrò più, almeno spiritualmente, a questa genìa dove si verificano tali incredibili fatti. Molte volte la frase viene detta in tono scherzoso ma non troppo.

  • 64 Aqua àlta… àqua àlta… (V) [Acqua alta] Secondo i canoni dell’eleganza tradizionale, i pantaloni di un uomo dovevano avere una lunghezza sino a terra, anche perché i tessuti costavano parecchio e quindi il pantalone lungo era sinonimo di benessere, mentre il pantalone striminzito sopra la caviglia poteva denotare una certa propensione eccessiva al risparmio e quindi denotare una mancanza di mezzi. Per contro, a Venezia, col fenomeno dell’acqua alta, ci si doveva (e ci si deve tutt’ora) girare in su i pantaloni il più possibile, per evitare che si bagnino in un’acqua che, come si sa, in realtà è nient’altro che fognatura. Ora, sussurrare àqua àlta… al passaggio di qualcuno coi pantaloni che lascino la caviglia scoperta, è un modo per dire che costui non ha i mezzi per comperarseli più lunghi, e quindi non ha i mezzi tout court. (Francesismo: pronuncia tukùr = in breve, a farla breve, e basta, senza preamboli o altri ragionamenti collaterali.)

  • 65 El mànda el barbiér a San Sèrvoło… (V) [Costui manda il barbiere a San Servolo] Dicesi di una persona completamente pelata. San Servolo è l’isola veneziana dove erano rinchiusi i matti. Cioè, come dire, se fossero tutti come lui, il barbiere diventerebbe matto per la mancanza di lavoro eppertanto finirebbe internato a San Servolo.

  • 66 Stamatìna ła xe ingobàda… (V) [Stamattina è ingobbata] La signora stamane si è talmente ingioiellata che sotto il peso dei monili si è ingobbata. Un altro modo di dire è, quando passa una di queste signore: “Ti sa quànti gòbi nóvi che se véde al dì de incùo… (o incuò)” [Sai quanti gobbi nuovi si vedono al giorno d’oggi]

  • 67 L’è un strùc, un struchét… (SP) [Letteralmente: strizzatina, schiacciamento] Senso derivato: Se schiacci una frutto senza sugo, non ne ricavi alcunché e così lui: non è intelligente, non ne ricavi niente, non c’è gusto a parlargli.

  • 68 Stuìn, stuà, stùa. (SP). Stuìn = odore di penne di gallina bruciacchiate (non esiste un termine analogo in italiano); stuà = spento; stùa = stufa, cucina economica tradizionale a legna. Abbiamo riportato questi tre termini per documentare il fatto che non è sempre facile capire un dialetto.

  • 69 Pałidìr. (SP) [letteralmente: impallidire] In dialetto, tuttavia, il significato è completamente diverso, benché sia basato sulla stessa reazione fisiologica. Quando uno mangia e comincia a digerire, il sangue affluisce allo stomaco e all’intestino per facilitare la digestione. Mentre il sangue collabora alla digestione, defluisce dal volto e uno tende ad impallidire. Ebbene: in dialetto, il termine pałidìr non significa ‘impallidire’, bensì ‘digerire’.

  • 70 Co’l tórna a càsa, no’l sa mài che ciàve impiràr (V) [Letteralmente: quando ritorna a casa, per aprire la porta, non sa mai quale chiave infilare nella toppa] Eh, sì… perché torna sempre a casa completamente ubriaco e quando estrae dalla tasca la chiave per aprire la porta, è talmente brillo che ne vede due e non sa mai quale delle due chiavi sia quella vera e quale la pura immagine generata dal vino…

  • 71 “Bón apetìto…” “Gràssie ma tìra drìto!” [Buon appetito, grazie ma tira diritto]. Si tratta di uno che ha l’abitudine di andare per le case all’ora di pranzo e quindi augura buon appetito ai commensali. La frase sta a sottolineare che andar per le case in certe ore è disdicevole. Altri significati sarebbero troppo ovvî e troppo banali. 
  • 72 Pòre baθiłét… [Povero vaneggiatore] Il termine viene dal latino vacillare, di etimologia incerta e risalente al secolo XIV°. Parliamo prima dell’uso che ne fanno i triestini col verbo bazilàr, che viene usato per ‘vaneggiare’. Una classica espressione triestina è ‘Còss te me bazìli…’, ovvero “Cosa mi vaneggi’, ovvero “Cosa mai stai vaneggiando’, ovvero ancora ‘Stai dicendo delle cose come uno che vaneggia’. Il pòre baθiłét… della Sinistra Piave ha lo stesso significato: quando uno dice frasi sconclusionate, può sentirsi dire: Pòre baθiłét…
  • 73 Sól a mónt (‘nàr sul lèt cól sól a mónt) L’italiano ha il termine tramonto, che implica il fatto che il sole (o la luna) si trovi tra i monti e stia per scomparire. Ora non è detto che il sole debba scomparire tra i monti se ad ovest c’è una pianura, ma si dice comunque tramonto. Analogamente, il dialetto veneto dice la stessa cosa e quindi abbiamo, letteralmente: ‘sole al monte’ (sole che sta per nascondersi tra i monti, ovvero al tramonto, anche se magari i monti non ci sono) e quindi abbiamo ‘andare a letto al tramonto’. La frase viene detta in tono polemico da chi è fedele alla tradizione dei nostri vecchi. “Mi lève su co fa ciàro e vàe sul lèt cól sól a mónt” [Mi alzo all’alba e vado a letto al tramonto], ovvero ‘Seguo i costumi tradizionali’. In veneto, non esistono termini precisi per dire ‘alba’ e ‘tramonto’. Per ‘alba’, si dice ‘quando fa chiaro’. Si può anche dire “De prìmo matìna” [Di prima mattina] Notare l’uso di ‘prìmo’ e non di ‘prìma’ N.b.: “De prìma matìna” è italianizzato e non tradizionale. Si tratta di evitare la cacofonìa ma ma , dicendo piuttosto mo ma.

 

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