Nonna Epo 1 [493]

NonnaEpo1964
La nonna Epo. Fotografia del 1964, quando aveva 77 anni, essendo nata il 29 febbraio 1888 – Ernesto Giorgi ©

 

Da molto tempo volevamo dedicare un pensiero alla nonna Epo, la nonna materna. Scrivendo di lei e ricordandola, è come se non fosse venuta a mancare del tutto. Fino a quando ci ricordiamo dei nostri morti e ne parliamo o ne scriviamo, essi sono ancora con noi e sono ancora un poco vivi.

In realtà, si chiamava Genoveffa Oreda (vedova Carniel) ed era universalmente conosciuta in quel di Ormelle col diminutivo di Epo. Certo che Genoveffa era un nome molto pesante ma non sappiamo tuttavia il perché dello strano diminutivo Epo:

se si fosse chiamata Geneviève (=ginevrina, di Ginevra), che è il corrispondente nome francese, sarebbe stato tutto un altro paio di maniche.

La sua storia è la storia del Veneto, della Grande Guerra, (la guèra grànda), della febbre spagnola del 1918, del fascismo, che per lei ebbe conseguenze atroci, della Seconda Guerra Mondiale, della miseria nel dopoguerra, del miracolo italiano e del miracolo del Nord-Est. Vedremo queste cose lentamente, perché sono cose che riguardano tutti noi. Cercheremo di esporle per ordine, in modo da creare un quadro dei cambiamenti verificatisi, sia per chi li ha almeno in parte vissuti e sia per chi, a causa della giovane età, ne abbia solo sentito parlare.

Cercheremo di esporre anche la sua filosofia di vita, le sue credenze collegate con la cultura della Sinistra Piave, la sua cucina e tutto quanto può servire ad approfondire la conoscenza del Veneto di allora.

Sua madre (mia bisnonna) era nata trent’anni prima, cioè nel 1858, sotto l’Impero Austroungarico, il quale  doveva concludere la sua presenza nel Veneto entro pochissimi anni. La nonna della Epo (la mia trisavola), tuttavia, aveva vissuto sino a trentacinque anni sotto l’Impero ma si accorse di quanto i veneti stessero bene sotto Cecco Beppe (Francesco Giuseppe, Imperatore d’Austria e d’Ungheria) solo dopo aver provato il governo dei Savoia, cioè dopo il 1866. Raccontava quindi alla figlia (la madre della Epo, la quale madre raccontò poi alla Epo) cosa fosse cambiato nel passaggio dall’Austria all’Italia. Sotto l’Impero, le tasse agricole si pagavano in base agli andamenti climatici e la ferrea amministrazione dell’Impero era ben lungi dall’essere miope e corrotta. Altra musica sotto i Savoia. Raccolto sì o raccolto no, le tasse andavano pagate in base alla grandezza dei terreni. Inoltre, l’Impero era un crogiolo di razze e l’amministrazione aveva una esperienza secolare (il ramo austriaco degli Asburgo si fa risalire al 1521, quando tale ramo si staccò dal ramo spagnolo dell’Imperatore Carlo V° e di suo figlio Filippo II°) nel saper mantenere buoni rapporti con le popolazioni amministrate.

Uno dei princìpi cardine dell’Impero austro-ungarico era una magistratura severa ed imparziale con tutti i cittadini: sotto i Savoia, le cose cambiarono e i Veneti percepirono chiaramente di essere non italiani ma cittadini di seconda categoria. La mia trisavola aveva fatto, sotto l’impero, un’ottima scuola elementare, dotata di cinque classi: con l’arrivo dell’Italia, le classi elementari furono ridotte a quattro e nei posti di provincia anche a tre. Inoltre, sotto l’Impero, la scuola era veramente obbligatoria mentre con l’arrivo dell’Italia ci fu un analfabetismo di ritorno dalle dimensioni spaventose, in quanto a nessuno importava qualcosa se tu andavi a scuola oppure no. Si dirà che sono fatti poco importanti ma psicologicamente non fu così: si trattava di un salto all’indietro. L’Italia aveva tre volte i regolamenti dell’impero e tre volte tanto di personale burocratico, di pubblica sicurezza e di Carabinieri. Inutilmente, perché mentre la burocrazia imperiale era costituita da persone competenti e serie, non era così per i profittatori piemontesi. Oggi i veneti sono quasi cinque milioni ma quella volta erano attorno al milione e mezzo. Calcolate cosa possano essere quindi delle emigrazioni annuali di oltre centomila veneti: in media, ogni giorno emigravano 274 persone! La punta massima si raggiunse nel 1913 quando in un anno emigrarono ben 872.598 persone venete. Centomila veneti di allora che emigravano è come se oggi ne emigrassero trecento mila all’anno. Magari fra un poco diventerà di nuovo vero…

Riporto alcuni articoli della stampa di allora:

“I (cosiddetti o sedicenti) liberatori italiani arrivarono al punto di proibire le tradizionali processioni religiose in quanto le processioni stesse potevano costituire ragione per assembramenti, pericolosi per l’ordine pubblico” (Difesa del Popolo, settimanale della diocesi di Padova, gennaio 1868).

Le donne venete ricevevano (come paga per il lavoro nelle risaie del veronese) un terzo del salario di un operaio piemontese (Biella). Avevano inoltre a fine stagione un sacchetto da 10 kg di riso. Sfruttamento completo. Gli uomini invece, prima di prendere la via delle Americhe, andarono nelle miniere di Charleroi e di Marcinelle in Belgio. I giornali, naturalmente,  come oggi, ne parlavano poco o niente. Eppure, lo Stato italiano continua ancora oggi ad essere lo stesso. In un’indagine, condotta recentemente a Padova, risulta chiaro che i ragazzi sanno poco o niente di tutto questo.

Perché prima dell’Italia, sotto Cecco Beppe, non si emigrava?

I nuovi arrivati piemontesi fecero sparire tutto: come prima cosa,  i macchinari delle fabbriche, con la scusa che era più conveniente farle usare agli operai piemontesi. Fecero sparire poi opere d’arte e via via tutto il resto, sino ad arrivare alle rotaie dei binari delle ferrovie.

Cos’è cambiato, oggi? Niente! Succedeva esattamente quello che sta succedendo adesso: un sistema politico-economico incapace  di fare scelte mirate allo sviluppo, in una prospettiva di medio termine. L’unica cosa importante era rubare, rubare, rubare, rubare e fare intervenire la polizia o l’esercito se la gente si ribellava. Quindi forse, più che l’incapacità, c’era (e tuttora c’è) un interesse segreto e disonesto.

Diceva sempre la Epo: “Càro el me fiòl, recòrdete sémpro che i làdri i è sémpro stùpidi. Se i fùsse svéji (intelligenti) i varìe capìo che no convièn robàr. Ma se i è tùti làdri, i pòl tègnerse el sàc un co che’àltro. L’è par quèl che no i te fà ‘ndar téa còngrega se te si un gałantòmo: se tùti ròba, nessùni pòl pànder e ciamàrse fòra.” [Caro il mio figliolo, ricordati sempre che i ladri sono sempre stupidi. Se fossero svegli avrebbero capito che non conviene rubare. Ma se sono tutti ladri, possono tenersi il sacco l’uno con l’altro. Questa è la ragione per cui non ti fanno entrare nella congrega se sei un galantuomo: se tutti rubano, nessuno può fare la spia e proclamarsi innocente.]

E ora, fate attenzione al seguente dato, che la madre della nonna Epo ovviamente non conosceva ma che sentiva nell’aria:

Dal 1880 al 1925 sono emigrati 16.630.000 italiani, di cui 3.632.000 veneti (il 20% degli emigrati, quando i veneti erano circa il 5% della popolazione): se lo confrontate coi tre milioni di abitanti del Veneto di allora, in cinquant’anni sono emigrati quasi tutti quelli che nascevano e che arrivavano ad essere forza lavorativa. Colmo dei colmi, la mentalità burocratica delle autorità era (allora come ora) tale che, nei primi tempi, l’emigrante era considerato un soggetto pericoloso ed eversivo, che non accettava il nuovo governo italiano e i suoi movimenti erano controllati dalla polizia per tutelare l’ordine pubblico. La demenzialità è la stessa di cui si parla oggigiorno quando i ladri che ti vengono in casa possono essere assolti perché non è detto che siano venuti per rubare.

Quindi la versione ufficiale era: chi emigra non è uno ridotto alla disperazione, bensì è un lazzarone che non accetta il governo dei Savoia. Esattamente come chi non vuole avere i ladri in casa. E nessuno obiettava che sotto Cecco Beppe si stava meglio…

E la Epo aggiungeva: “Crèditu che me gòde a parlàr màl de l’Italia? Ma ti, bisògna che te sèpie chi che l’è sta’ zént… dopo l’è rivà el fassìsmo e dòpo la Repùblica… ma ‘sta zént che sparonzonéa la è sémpro compàgna…” [Credi che mi diverta a parlar male dell’Italia? Ma tu, devi sapere chi è questa gente… poi è arrivato il fascismo e poi la Repubblica… ma questa gente che spadroneggia è sempre uguale…]

[Seguirà:  Nonna Epo 2]

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