Nonna Epo 2 [494]

Voigtlander Vito Bl Ob.Color Scopar f/2.8 50mm
La nonna Epo. Fotografia del 1963, quando aveva 76 anni, essendo nata il 29 febbraio 1888 – Ernesto Giorgi ©

Della sua infanzia, è rimasto come ricordo per i posteri poco o niente. Il nonno della Epo veniva da Smirne (Izmir, in Turchia) e faceva un ben strano mestiere: portava nel Veneto, dalla Turchia, dei bachi da seta da riproduzione, in quanto nel Veneto l‘allevamento dei bachi da seta era molto diffuso.

Lavoravano i contadini che facevano l’allevamento da aprile a giugno, lavoravano coloro che preparavano e custodivano i bachi nei mesi freddi, lavoravano coloro che avevano gli essiccatoi, dove i bachi venivano arrostiti all’interno dei loro bozzoli prima che distruggessero (per uscire dal bozzolo) il lungo filo di seta che li avvolgeva e lavoravano coloro che avevano la filanda per filare la seta. Naturalmente, nella filanda lavoravano anche tutte le ragazze che avessero avuto mani delicate tali da non rovinare la seta. Il baco ormai, quello selezionato ed allevato per la seta, non era (già da allora) più in grado di condurre una vita autonoma: abbandonato a sè stesso, morirebbe rapidamente, in quanto ormai inadatto ad una vita naturale. Questo a causa delle selezioni per produrre seta migliore.

Il nonno di mia nonna aveva un cognome che era stato italianizzato in Oreda ed era cristiano, quindi aveva un motivo in più per andarsene dalla Turchia. Oltre che commerciare i bachi selezionati, aveva un piccolo magazzino dove incrociava e selezionava i bachi stessi. Non dimentichiamo che era passato dall’Impero Ottomano all’Impero Austroungarico: di Italia non se ne parlava nemmeno.

Mia nonna era la settima figlia di due genitori che avevano le idee chiarissime sul come battezzare i figli. La primogenita, l’Athena, cominciava con la lettera A, poi B, C… mia nonna G)enoveffa era la settima di dieci fratelli.

Quando fece la prima elementare, eravamo nel 1894 e le elementari si esaurivano in quattro anni. Conobbe mio nonno Ernesto Carniel ad una festa da ballo dove mio nonno suonava con la sua orchestrina, nel 1913, quando aveva 25 anni. Mio nonno, coi suoi suonatori, durante la settimana costruiva e riparava campanili e vi metteva le relative campane.

Poi venne la guèra grànda… mio nonno fu chiamato al fronte e tornò a casa come grande invalido, con una scheggia di bomba piantata tra un polmone e il cuore, inoperabile. Mia nonna, nel frattempo, trovò lavoro in un reggimento di fanteria a Spilimbergo, ora in provincia di Pordenone, dapprima come inserviente nelle cucine da campo, poi come aiutante cuoca ed infine come infermiera nell’ospedale da campo.

Diceva che far da mangiare per una famiglia di quattro o cinque persone è ridicolo, se confrontato con certi risotti per trecento persone, fatti in pentoloni “Gràndi… gràndi cóme ‘na càsa… el jèra risòto par mòdo de dìr… noàntri cuòghi se ghe metéa déntro dièse spòrte de θégoła par vòlta… ma quéi che tornéa vìvi i vèa ‘na fàn che i varìe magnà ànca curàme…” [Grandi come una casa… era un risotto per modo di dire… noi cuochi ci mettevamo dentro dieci sporte di cipolle alla volta… ma quelli che tornavano vivi (dal fronte) avevano una fame tale che avrebbero mangiato anche il cuoio…]

Il lavoro di infermiera doveva tornarle buono in seguito, come vedremo, per altre vicissitudini.

Per inciso, segnalo la febbre spagnola del 1918, che lasciò nella Epo una impressione incredibile:

Credée de vérle vìste tùte te l’ospedàl miłitàr… ma co ła spagnòła, ła zént morìa cóme łe mósche… De Pìcui no’l ghe ła féa pì a fàr càsse… se portéa i mòrti in θimitèro, destiràdi sóra méθa pòrta de ła cusìna… no se féa gnànca Méssa, un bùso par tèra tél θimitèro, cóme łe bèstie,  na benediθiòn a le svèlte e ’vànti un àntro… col càldo, co’ ‘sti odóri dei mòrti, poréti, co’ ste tóse de vìnti àni, co ‘ste tèste de cavéi… mòrte… sóra ‘na tòła, sénθa ‘na Méssa… ‘gnànca un Pàter, Ave, Glòria…” [Credevo di averle viste tutte all’ospedale militare… ma con la febbre spagnola, la gente moriva come le mosche… De Piccoli (il falegname) non ce la faceva più a fare casse… si portavano i morti in cimitero, distesi sopra mezza porta della cucina (porta che di solito era a due ante di legno) non si faceva nemmeno Messa, un buco per terra nel cimitero, come le bestie, una benedizione alle svelte e avanti un altro… col caldo, con questi odori dei morti, poveracci, con queste ragazze di venti anni, con queste teste di capelli… morte… sopra un tavolaccio, senza una Messa… nemmeno un Pater Noster, un’Ave Maria o un Glòria…]

 Dopo il quattro novembre 1918, mio nonno Ernesto non voleva più sposarsi: “Epo, ho ła scàja che camìna e i dotóri dixe che, se vésse da ciapàr ‘na bronchìte, ła podarìe mòverse e piantàrse te’l cuòr... se te me spósa, te rèsta védova….” [Epo, ho la scheggia che cammina e i dottori dicono che, se dovessi prendere una bronchite, (la scheggia) potrebbe muoversi e piantarsi nel cuore… se mi sposi, rimarrai vedova…]

Ma mia nonna non volle tornare sulla sua decisione e si sposarono alla fine del 1918. Nel’ 19 nacque la prima figlia, nel ’20 la seconda figlia e nel 1921 nacque la terza, cioè mia madre.

Le cose tuttavia, a mio nonno Ernesto, andavano bene: col suo lavoro dei campanili, aveva messo gli operai come soci della cooperativa (socialista: era di moda) ed in più sapevano tutti suonare, per cui al sabato e alla domenica arrotondavano i loro guadagni, anzi, sembra che guadagnassero di più con l’orchestrina che con campane e campanili. Così fu che la famiglia di Ernesto Carniel e di Genoveffa Oreda andò ad abitare nella più bella casa di Ormelle, sulla sinistra della strada che porta da Ormelle alla chiesetta dei Templari (la frazione di Tempio, per l’appunto).

Il regime appena arrivato, siamo nel 1922, mal tollerava un socialista di successo, benché grande invalido: questo dava anzi ancora più fastidio perché durante le allora frequenti commemorazioni della Prima Guerra Mondiale, Ernesto Carniel, grande invalido, era un simbolo da onorare e questo era per il fascio ancor meno accettabile. Inoltre, un socialista che dirigeva un’orchestrina e che quindi veniva additato come un vero uomo, altro che i fascisti… doveva essere ridimensionato. Gli venne detto che, essendo non iscritto al partito, non era il caso che continuasse ad esibirsi con l’orchestrina, che sicuramente lui lo faceva per sminuire il Fascio e che inoltre la cooperativa andava ripensata perché non era in linea con le nuove idee di Mussolini.

Quando mio nonno obiettava che anche Mussolini era stato socialista, faceva ancora peggio. Non dandosene per inteso di cambiare, egli ricevette per due volte, nottetempo, l’olio di ricino e le bastonate.

Decise allora di doversene andare dall’Italia: sarebbe andato in Argentina, dove avrebbe sicuramente fatto qualcosa di buono e nel giro di un anno o due avrebbe fatto venire in Argentina anche la Epo con le tre figlie.

E invece… arrivato in Argentina, trovò immediatamente impiego alla Liebig, dove facevano i dadi per la carne, in chilometri e chilometri di sotterranei pieni di bestiame macellato. Fu nominato responsabile dei magazzini ma nel freddo dei frigoriferi sotterranei prese quella famosa bronchite che aveva sempre temuto e la scheggia fece quello che i medici avevano previsto.

La Epo si trovò con tre figlie nella più bella casa del paese. Entro breve dovette vendere la casa, mettere in collegio la figlia più grande e mettersi a lavorare a più non posso. La Epo, famosa per la sua avvenenza, nonostante avesse tre figlie, riceveva in continuazione proposte di matrimonio. Non volle più saperne e diceva: “Me ne ha tocà bastànθa coi òmini, mancarìe ‘nca quéa che me sposésse da nòvo… pitòst vàe in ‘mòsina…” [Me ne sono toccate abbastanza con gli uomini, ci mancherebbe anche quella che mi sposassi di nuovo… piuttosto vado a chiedere l’elemosina…]

[Seguirà Nonna Epo 3]

 

 

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