Nonna Epo 3 [495]

NonnaEpo3_1961
La nonna Epo, impegnata nella vendemmia del settembre 1961, quando aveva 74 anni, essendo nata il 29 febbraio 1888 – Ernesto Giorgi ©

Alcuni episodi del tempo della Grande Guerra, che mia nonna mi raccontava, possono costituire materia di riflessione su cosa sia successo nelle nostre terre in quel periodo.

Come si sa, l’esercito austro-ungarico fu essenzialmente sconfitto dalla fame. La lontananza delle truppe da casa loro fu per gli austro-ungarici la causa prima del taglio dei rifornimenti e dei viveri per l’esercito, sotto-nutrito e non in condizione di proseguire.

Un episodio che mi veniva spesso ripetuto era quello del padre della Epo, mio bisnonno, il quale faceva il contadino e dormiva con la moglie a piano terra, in una stanza separata dalla stalla da un muro in mattoni. Il letto, come si usava allora in molte famiglie non benestanti, era costituito da una tavola di legno posta su quattro cavalletti, sempre in legno. Sopra la tavola di legno c’era il materasso e si diceva che la tavola in legno era molto meglio di una rete in ferro, perché favoriva il benessere della schiena. In realtà, benessere o non benessere, la rete sarebbe stata troppo costosa e quindi di necessità si doveva fare virtù, lodando l’impiego del tavolaccio.

Mio bisnonno temeva che gli austriaci affamati, notte tempo, potessero venire ad aprire la stalla per portarsi via la vacca da latte, che era l’unica risorsa della famiglia Oreda. Era una cosa che in quel periodo era già successa e che si sarebbe potuta ripetere. Come poi successe…

Mio bisnonno Luigi decise di togliere un mattone dalla parete che separava la camera da letto dalla stalla e di passarvi attraverso una lunga corda di canapa, legata ad una estremità al garretto della vacca e all’altra estremità al cavalletto del suo letto. Mia nonna dice che, così, “…el varìe savést in mànco se i ièra drìo portàrghe vìa ła vàca. De pì, d’ògni càso, nól varìe possù far: nól podéa mèterse cóntro i làdri miłitàri, parchè par soraprèθo el sarìe ‘ndàt in tràθa de ciapàr ‘ncà ‘na rìga de pàche… fùrsi par ‘na só sodisfaθiòn…” […avrebbe almeno saputo se gli stavano rubando la vacca. Di più, in ogni caso, non avrebbe potuto fare, non poteva mettersi contro i ladri militari perché per sovrapprezzo sarebbe andato a cercare di prendersi anche una riga di legnate… forse lo ha fatto per una sua soddisfazione…]

Una bella notte, arrivano gli austriaci nel massimo silenzio… aprono la stalla, slegano la cavezza della vacca ma nel buio non si accorgono che l’animale ha anche una zampa legata. Portando via l’animale, succede ovviamente che la corda trascina via il cavalletto da sotto il letto e i miei bisnonni si trovano seduti per terra…

Mio bisnonno Luigi, la mattina successiva, si reca immediatamente dal comandante della caserma austriaca per reclamare, denunciando il fatto. Riceve in cambio un buono, scritto in tre lingue, tedesco, ungherese ed italiano, dove si diceva che a Luigi Oreda era stata requisita una vacca per urgentissimi motivi di fureria e che a guerra finita l’Esercito Imperiale avrebbe provveduto al rimborso, coi debiti interessi. Mia nonna aggiunge: “Fùrsi me pàre, quàsi quàsi, sóto sóto, el speréa che vinθésse i todéschi… sinò la vàca se podéa desmentergàrsea…” [Forse mio padre, quasi quasi, sotto sotto, sperava che vincessero i tedeschi…. altrimenti la vacca ce la saremmo potuta dimenticare…]. Andò proprio così…

Un’altra cosa, che mi è rimasta impressa dai racconti, è come l’esercito austro-ungarico non abbia mai trattato male la popolazione. Diceva mia nonna che, dopo Caporetto, i militari imperiali arrivati al Piave, affamati, si aggirassero per le case di contadini senza approfittarsi della loro forza e dicendo due sole parole: “Mama…  brot… pane… mama… pane…” Chiamavano ‘mama’ qualunque donna vedessero. Mangiavano un po’ di pane e un po’ di minestra e ringraziavano infinitamente. Aggiunge che, con ogni probabilità, non se ne approfittavano anche perché le pene dell’esercito imperiale per chi avesse prevaricato sulla popolazione erano severissime e potevano giungere anche alla fucilazione. Non fu altrettanto piacevole invece avere contatti con le truppe italiana sbandate, che dopo il 4 novembre del 1918 si aggirarono tra le case dei contadini.

Un’altra cosa, di cui ho preso appunti a suo tempo e che mi ha sconvolto, era la storia di un anziano friulano, profugo dopo Caporetto e che era stato assegnato dalle autorità italiane alla casa di mia nonna. Quando, dopo un poco, arrivarono gli austriaci, non si doveva far sapere del profugo all’esercito imperiale, perché il poveraccio sarebbe stato immediatamente deportato non so dove. C’erano in piazza gli editti: “Agli abitanti: dovete segnalarci tutti i profughi…” Il comando imperiale voleva sapere se c’erano tra questi dei disertori o dei renitenti alla leva. I miei bisnonni e la famiglia tutta fecero, a loro rischio e pericolo, un silenzio assoluto per proteggere il vecchio friulano, che comunque non poteva essere, data l’età, renitente alla leva. Il friulano una sera del 1918, si recò al Piave e qui riporto le sue parole esattamente come dette da mia nonna, in friulano, veneto ed italiano. Non so se la versione friulana sia esatta al cento per cento ma i miei lettori friulani vorranno certamente scrivermi per le opportune correzioni ma il testo è esattamente conforme a quello che mi ha recitato la Epo, innumerevoli volte, la quale aveva imparato il friulano quando era stata ausiliaria dell’ esercito italiano a Spilimbergo:

Ah, Jèffe, Jèffe… ài vedùt la Plàf usgnòt… frùts de vìncj àgns, muàrts, ài vedùt ìnte l’àghe corìnte un frùt taliàn, imbraçât cul todésc, po daspó àncje àltri… dùcj muàrts, Jèffe, dùcj adùn, sclopetîrs in te l’àghe… l’àghe cùl sànc… sànc pardùt, pardùt… cumò, murî còme un cjàn, vìncj àgns… pardabòn no sai a dî il vêr parcè che, lotâsi, fâsi vuère, dâsi cuìntri, cénce fâsi ùne resón, di no cròdi, cumò… murî di bèstie…”

“Ah, Epo, Epo… ho vìst el Piàve stanòt… tosàti de vìnti àni, mòrti, ho vìst te l’àqua corénte un tosàt ‘taliàn, imbraθà col todésco, po’ dòpo, ànca àltri… tùti morti, Epo, tùti insième, i s-ciòp te l’àqua…. l’àqua col sàngue… sàngue dapartùt, dapartùt… adèss, morìr còme un càn, vìnti àni… pròpio no savaràe dìr el véro parché… combàterse, fàrse guèra, dàrse dòss, sénθa savér parcòssa, da no créder, adèss, morìr da bèstie…”

[Ah, Epo, Epo, ho visto il Piave stanotte… ragazzi di venti anni, morti, ho visto nell’acqua corrente un ragazzo italiano, abbracciato ad un tedesco, poi, dopo, anche altri… tutti morti, Epo, tutti assieme, fucili nell’acqua… l’acqua col sangue… sangue dappertutto, dappertutto… ora, morire come un cane, venti anni… proprio non saprei dire il vero perché… combattersi, farsi la guerra, darsi addosso, senza sapere per cosa, da non credere, ora, morire da bestie…]

[Seguirà Nonna Epo 4]

 

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