Da tanto tempo [501]

Un merlo, incantato dalla nuova aurora.

Nell’evoluzione degli animali, esiste una costante: la paura che il sole non ritorni. Questo, ovviamente, riguarda anche noi che facciamo parte degli animali.

Parleremo di un animale simpaticissimo, che è particolarmente diffuso qui da noi, nel Veneto.

Dal 1758, il naturalista Linnaeus (Linneo) lo ha battezzato ’Turdus merula’. Si capisce quindi che appartiene al gruppo più ampio dei Tordi. I ragazzini veneti invece lo chiamano merlo ciack, per uno dei molti versi che sono propri del cinguettare del merlo. Ma a noi queste cose non interessano in questo momento. Diremo solo che se vedete un merlo con l’occhio contornato di giallo e con il becco pure giallo, si tratta di un maschio, mentre la femmina e i maschi molto giovani non hanno il giallo ma un marrone qualsiasi.

Faremo presente inoltre che si sono trovati dei merli che avevano superato i venti anni di età. Un periodo relativamente lungo, se tenete conto che un cane piccolo può arrivare a 18 anni, un cane medio a 14 anni e un grosso cane non supera gli undici anni. Un gatto invece abbastanza facilmente arriva a vent’anni, anche se qualche rara eccezione gattesca può superare questa età.

Il merlo quindi, incredibilmente, vive tanto quanto un gatto e molto più di un cane. In tutto questo tempo, il merlo non riesce ad abituarsi al buio. Il merlo è onnivoro (mangia di tutto) ed è molto utile per ripulire la campagna da insetti e quant’altro. Purtroppo è anche ghiottissimo di acini d’uva, tant’è vero che il nome di un tipo d’uva, la  ‘merlot’ , sembra derivi dal fatto che a lui piace un sacco.

 Il merlo costruisce ogni anno tre nidi diversi per difendersi dai predatori: un nido basso in febbraio, perché gli alberi non hanno foglie e quindi il nido viene nascosto nelle siepi di bosso o di lauro; un nido medio in maggio, perché i rami degli alberi più piccoli sono già frondosi; un nido alto in agosto, nido difficilmente raggiungibile dai gatti. In questa ultima nidiata la merla fa un paio di uova in più, perché il nido è più sicuro.

Naturalmente i peggiori nemici sono i quattro aggressori notturni, che raggiungono tutti i tipi di nido: il gufo grande e marrone, il barbagianni grande e bianco, la civetta piccola e marrone e l’allocco, piccolo e bianco. Ci sarebbe poi l’assiolo, un altro stigiforme (tutti questi uccelli notturni rapaci sono stigiformi) ma è talmente piccolo che non costituisce un pericolo. Il merlo quindi teme particolarmente la notte ed è terrorizzato all’idea che il sole non nasca più.

Ce lo dobbiamo immaginare inquieto e tremante, esausto, che non riesce a dormire specialmente se ha i pulcini, perché la notte per lui è sempre stata foriera di disgrazie. Si è anche fatto nero per nascondersi meglio…

Nei nostri giardini, i merli attendono tra i rami silenziosamente… poi, alle quattro e un quarto del mattino (in giugno) un piccolissimo chiarore si profila verso est, nel punto che da ore ed ore il nostro amico stava scrutando.

Dice il merlo: “Ma… mi sembra o vedo… vedo una piccolissima luce… all’orizzonte… speriamo… si! è la luce! la notte è finita anche stavolta!”

Quando quasi ancora non ci si vede, il merlo ha intravvisto la luce e canta, canta felicissimo a squarciagola per una decina di minuti, svegliandoci tutti, non di più: poi, stremato dalla notte insonne, si addormenta per tre quarti d’ora o anche un’ora. In questo periodo, dopo la gioia e il canto iniziali, dalle quattro e tre quarti sino alle cinque e mezza i merli dormono (e dormiamo anche noi): i rapaci notturni, con la luce, ci vedono male, la notte è stata sconfitta e la famigliola dei merli si addormenta in pace. Dalle cinque e mezza in poi, dopo il riposo, è una festa commovente, piena di canti, di voli e di ricerca di materiali per i nidi.

Non è quindi finita, dice il merlo, il sole sta per tornare, si prosegue…

Nel frattempo, ad ogni generazione, corrisponde un apprendimento, sempre un po’ migliorato ed abbiamo anche una piccola, infinitamente piccola evoluzione della specie.

Quando si trovano in osteria per bere qualcosa, oppure fischiandosi l’un l’altro dal ramo di un cedro al ramo di un acero, i merli maschi col becco giallo continuano a porsi sempre la stessa domanda che per adesso, da milioni di anni, è senza risposta: “Ma secondo te, l’usignolo, che canta di notte senza paura di essere individuato dai rapaci notturni, è un pazzo furioso oppure conosce qualche trucco per non farsi trovare?”

“Mah! piacerebbe anche a me sapere la risposta… perché, se si tratta di un trucco, potremmo impararlo anche noi e dormire un po’ più di gusto…”

E un altro risponde: “Si, si, sì… è così, è così…” (Ho ascoltato i fischi e i canti e dicono proprio questo).

La nostra cultura celebra la merla nei tre giorni più freddi dell’anno (dice la tradizione che siano i più freddi ma non sempre è vero) e cioè il 29, 30 e 31 gennaio. In questi tre giorni, il gatto di notte può stare in casa, altrimenti massacrerebbe i merli infreddoliti. Negli altri giorni dell’anno il gatto prende un calcio sul sedere e deve dormire fuori. Non è che negli altri giorni invernali le cose siano molto diverse ma è un’usanza, un simbolo che ci ricorda il nostro amico giallo e nero.

Se volete farmi un regalo, raccontate queste storie ai vostri bambini. Quando i grandi mi parlavano dei tre giorni della merla, li coprivo di infinite domande.

“Nei tre giorni della merla, mettiamo dei pezzetti di pane nei davanzali della casa, perché la merla, che sta preparando le uova per il primo nido di febbraio, non troverebbe molto da mangiare… e poi bisogna controllare il gatto, perché i merli sono stanchi, senza mangiare, e lui li prenderebbe tutti, perché è come un demonio e allora per i tre giorni della merla bisogna tenerlo chiuso dentro…”

Te i tre dì de la mèrla, metén dei tochetìn de pàn te le batùde dei bercón, parché la mèrla la è drìo pareciàr i vòvi pa’l prìmo nìdo de febràro e in gìro no la catarìe tanta roba da magnàr… e po’ bisogna ténderghe al gàt, parché i mèrli i è stràchi, sénθa magnàr, e lu li ciapariè tuti, parché l’è cóme un demònio e ‘lóra pà’i tre dì de la mèrla bisògna tègnerlo serà déntro…

 

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