Caccia grossa 5 [503]

elefantebungalow
Un elefante si gratta contro un bungalow, riducendolo a mal partito.

Potete vedervi il precedente Caccia grossa 4 per collegare i ragionamenti.

Anni fa, il mio amico Giuseppe Marino, medico ospedaliero, se n’è andato, come quelli che se ne vanno serenamente.

Il motivo? Aveva il mal d’Africa. Io non ci credevo ma dopo aver conosciuto Giuseppe, ho dovuto ricredermi.

Giuseppe aveva fatto il medico ospedaliero (e in certi periodi anche il medico condotto) in Somalia, negli anni ’50 e ’60, quando l’Italia aveva avuto l’incarico di amministrare il Paese.

Giuseppe, a suo dire, faceva una vita molto bella, nonostante le condizioni del Paese fossero, a dir poco, pietose. Aveva tutte le sue comodità, per quanto ciò sia possibile in Somalia. Nel suo bungalow, che aveva voluto costruire fuori dal centro di Mogadiscio, c’erano degli inservienti che andavano e venivano, come si conviene ad un importante medico dell’ospedale. Era servito e riverito ed era contento.

Non aveva pretese ulteriori, anche perché aveva un buon stipendio e tuttavia le ore di lavoro non si contavano. Anche se molte volte si doveva fare la sola ‘presenza’, si doveva pur sempre stare là, nell’ospedale, lontani dalla savana.

La sua passione, a quanto mi confidava, era salire su di una camionetta fuoristrada ed aggirarsi nella vicina foresta o nella vicina savana, dove poteva ammirare la natura selvaggia ed i suoi animali, che amava particolarmente. Non mi ha mai raccontato di avventure di caccia e quindi sono propenso a credere che non cacciasse.

Raccontava di notti interminabili vicino al fuoco, in aperta campagna, con un cielo ‘che in Italia non potrai mai vedere’, con delle stelle e una luna talmente basse che ‘ti sembrava di poter prenderle in mano, solo se ti fossi arrampicato un poco su qualche albero’.

Un poco alla volta, questo ambiente primitivo gli penetrò nel cuore ed egli mi disse: “Ho capito che non avrei più potuto farne a meno”.

Un innamorato, quindi, che come tutti gli innamorati prende per pregi anche i difetti dell’oggetto amato.

Ma un bel giorno, l’Italia non ebbe più l’amministrazione della Somalia e Giuseppe dovette ritornare in Italia. A fare il medico ospedaliero in Italia.

Ma il suo cuore e il suo cervello non erano tornati… cercava di dimenticare la sua Africa fumando camionate di Rothmans e bevendo probabilmente un po’ troppo.

Vedevi che gli mancava qualcosa e nascondeva con delle risate amare la sua nostalgia: era stato estirpato dall’Africa e non voleva accettarlo; gli sembrava, oltre che una cosa impossibile, anche una cattiveria.

Quando gli consigliavo di bere meno o di fumare meno, usciva con una risata amara, interrotta dai colpi di tosse causati dalle sigarette e diceva: “Grazie del consiglio ma in Africa ho imparato anche questo: i saggi non hanno bisogno di consigli perché sono già saggi e gli sciocchi non ne tengono conto perché sono sciocchi…”

Sapevamo entrambi che questa massima è di Beniamino Franklin ma Giuseppe coglieva tutte le occasioni per parlare della sua Africa, a proposito e a sproposito, come si fa parlando della donna di cui si è innamorati ed io… io facevo finta che fosse vero quel che diceva, cioè che l’avesse sentita in Africa. Magari, per la prima volta, la massima di Franklin l’aveva sentita in Africa per davvero.

Era talmente innamorato e parlava talmente bene dell’Africa che, ad esempio, raccontava con enfasi delle storie come le seguenti, che riporto volentieri.

Una volta, mentre dormiva nel suo bungalow, sentì il terremoto. Ma non era il terremoto. E, ridendo e tossendo, aggiungeva: “Indovina… era un elefante che era venuto a grattarsi contro il bungalow. Peccato che l’avevo appena messo a posto… ho dovuto farlo riparare nuovamente… quando mai potrà succedere una cosa del genere qui da noi? Questa, qui da noi, non è vita…”

Era quindi nostalgico dell’episodio. Raccontava poi come le capanne dei contadini fossero sistematicamente danneggiate dagli elefanti che venivano negli orti a farsi scorpacciate di cavoli. Diceva: “Dovevi vederli, con la proboscide, che afferravano delicatamente il cavolo nell’orto e se lo portavano alla bocca… ma i contadini non erano della mia opinione…”

Potrei proseguire parecchio: ammalato di nostalgia.

Ho detto che se n’è andato da questa terra, come quelli che se ne vanno serenamente, perché una volta si verificò questo dialogo:

“Fumi e bevi troppo, Giuseppe, non mangi, potrebbe costarti la vita.”

“Caro, grazie dell’attenzione ma io sono già morto quando sono venuto via dall’Africa: il tempo che sto vivendo, per me, è tutto in più…”

Non mi risulta che abbia mai fatto del male a nessuno, tanto meno agli animali. Ha fatto del male solo a sé stesso, con le sigarette e con gli alcolici: certamente, sapeva come sarebbe andata a finire perché, oltre che essere ammalato d’Africa, era anche un medico.

 

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