Contadini 23 [508]

contadini23Abbiamo sempre parlato, menzionando la civiltà contadina della Sinistra Piave, dei rapporti tra persone e delle usanze della popolazione.

Abbiamo parlato dei riti di passaggio, comuni a qualunque popolazione mondiale, anche se tutti diversi l’uno dall’altro.

Riassumendo alcuni concetti sui quali potremmo scrivere pagine e pagine, tutte le società umane, compresa quindi la comunità della Sinistra Piave, ha delle regole che dipendono dagli accorpamenti esistenti. Le bambine non ancora adolescenti hanno problemi comuni, obiettivi comuni, sogni comuni e per tanto, quando si trovano assieme, scambiano idee su tutte queste cose che hanno, per l’appunto, in comune. Lo stesso fanno le ragazzine adolescenti, lo stesso fanno le ragazze da marito e lo stesso fanno le donne sposate senza figli. Non è difficile, al giorno d’oggi, vedere due giovani mamme, con la carrozzina che ospita i rispettivi figli, passeggiare assieme: appartengono, in quel momento, alla stessa categoria di persone e quindi si scambiano opinioni sui problemi che hanno in comune. Così dicasi per gli uomini.

In riferimento a quanto detto sin’ora e sotto questo punto di vista, tutte le società umane sono indistinguibili. Ciò che costituisce una prima differenziazione tra, ad esempio, la comunità Sinistra Piave e una comunità curda, sono i riti di passaggio.

Un adolescente che diventi uomo, dapprima faceva parte del club Adolescenti ed ora farà parte del club Uomini. Bisogna farlo sapere a tutti! Per fare questo, ogni comunità ha una sua propria cerimonia pubblica che viene chiamata per l’appunto rito di passaggio. I curdi hanno ovviamente dei riti di passaggio differenti, ed ogni comunità ha dei riti di passaggio differenti. Una volta sottoposto al rito di passaggio, l’adolescente dell’esempio precedente è considerato uomo e non sarà mai più adolescente. I riti di passaggio sono scrupolosamente rispettati. Anche la Chiesa ha i suoi riti di passaggio: battesimo, cresima eccetera. Anche quando si muore, lo si fa in presenza di un rito di passaggio chiamato funerale.

Quanto sopra per dire che anche la Sinistra Piave ha i suoi riti di passaggio e su questi argomenti i nostri contadini sono preparatissimi. Tuttavia… la tradizione contadina non ha mai avuto tempo di escogitare altri approcci più o meno culturali per il semplice motivo che per secoli e secoli il contadino ha dovuto lavorare durissimamente e quindi i suoi argomenti sviluppati sono tutti collegati alla sopravvivenza. Dal 1866, anno dell’ unità d’Italia, le cose sono peggiorate.

Non c’è stato tempo per il romanticismo tra i sessi e, a parte il rito del fidanzamento (che se c’era, era per i benestanti) e il rito del matrimonio, ben poco rimaneva, tranne qualche sabato passato in qualche balera. Di conseguenza, non esistono comportamenti di corteggiamento invalsi ed il modo rozzo con cui nella Sinistra Piave si affrontano con l’altro sesso certi argomenti delicati, conferma che non c’è stato modo di fare altre esperienze in proposito.

Gente quindi che, per sopravvivere, non aveva tempo nemmeno di leggere e di riflettere: ha lavorato per diventare la prima comunità in Europa economicamente, usando l’intelligenza principalmente per questo e trascurando il resto.

 La mia sensazione è che, a parte i riti di passaggio che richiedono sempre la presenza di almeno due persone, nella cultura della Sinistra Piave scarseggia tutto ciò che riguarda il soliloquio, cioè il dialogo con sé stesso, l’introspezione, le considerazioni filosofiche, la preparazione mentale: non c’era tempo! soprattutto, come già detto anche altrove, con l’arrivo dei Savoia e della repubblica italiana, le cose, da questo punto di vista, sono peggiorate ancora di più.

Il corteggiamento fatto da un giovanotto contadino ad una ragazza contadina è fatto sotto il richiamo dei sensi ma il nostro giovane non ha mai avuti tempo di affinare le sue doti di corteggiatore, né ha mai avuto maestri adeguati: ha sempre dovuto occuparsi di altre cose. Poi, la natura fa il suo corso e il desiderio di avere una compagna lo ossessiona, questo perché non sa cosa dire, cosa fare, non è stato educato e l’ultima volta che ha fatto un tentativo maldestro di parlare con una ragazza ha fatto una figura barbina e le altre ragazze presenti si sono messe a ridere. In casa, nessuno sa insegnargli alcunché.

All’uscita dalla chiesa alla domenica, supponiamo che attenda la ragazza dei suoi sogni. Quando questa arriva è capace di uscire con una frase come: “Siurìna, cètea compagnìa?” [Signorina, accetta compagnia?] che è una frase senza speranza, auto-distruttrice, insensibile, che non tiene conto di alcunché. Come può una ragazza rispondere sì? Non fosse altro che per schermirsi, la ragazza risponderà con un no.

 Tale frase punta direttamente ad un rapporto molto intimo a priori e quindi, a scanso di equivoci, la ragazza eviterà di impegnarsi con chi, tanto maldestramente, le rivolge la parola. Ma lui non si rende conto di tutto questo, né altri lo hanno mai illuminato su questi argomenti, circa i quali argomenti non sapevano quasi niente nemmeno loro.

Ricordo X, giovane contadino ma non troppo, ancora scapolo, al quale piaceva una ragazza giovanissima e ricordo che più volte aveva cercato di andare oltre al buongiorno e buonasera. Lei, chiarissimamente, aveva capito che costui non aveva le idee chiare e, non trovando serietà nell’approccio, non lo degnava di uno sguardo.

Una volta, ebbi modo di dirgli: “Ma non ti sembra che lei sia troppo giovane per te? Hai quasi trentadue anni e lei ne ha quindici, la assilli; lei ha bisogno di ridere, di scherzare, di vivere una vita serena, sei tu che sei preoccupato perché pensi di non sposarti più… dovresti adeguarti al suo modo di essere, non pretendere che lei si adegui al tuo. Sei tu che le fai la corte.”

Risposta: “Sì… ma mi ho da méter su faméja…le tóse, se le è zòóvene, le ciàpa mèjo l’afèto…” [Sì ma io devo mettere su famiglia… le ragazze se sono giovani si affezionano più facilmente].

Questa riflessione è il non plus ultra dell’egoismo: il discorso che  lui faceva aveva forse una sua logica coerente ma non so perché io non avrei mai pensato ad una cosa del genere in tali circostanze.

Il suo pensiero era farla affezionare e basta: non c’era un dare a lei, prima caratteristica del futuro amore, c’era soltanto un voler modificare il comportamento della ragazza.

Anche di questo, secondo chi scrive, è responsabile l’Italia: di non aver permesso al Nord-Est di utilizzare le proprie entrate per creare scuole di comportamentistica, di filosofia, dove i giovani imparassero la convivenza con l’altro sesso. Dal 1866, il Veneto è rimasto soggiogato e paralizzato e i giovani non hanno avuto mai tempo di conoscersi, di conoscere scientificamente le leggi che governano i rapporti tra i sessi: solo lavorare per pagare tasse inique e per cercare di sopravvivere. L’altro sesso, sconosciuto, è sempre rimasto un tabù.

Un altro giovane contadino aveva lo stesso problema. Un amico gli suggerisce allora di andare il sabato sera a casa di Maria (la ragazza) e cercare di fare capire chi era veramente ai genitori di lei: “Te sì un bràvo tosàt, fàte conósser par quél che te sì, non stà ‘vér paùra: lóri i pòl iutàrte se i capìsse che te si un bràvo fiòl. Recórdete de parlàr sénθa paùra.” [Sei un bravo ragazzo, fatti conoscere per quello che sei, non aver paura: loro possono aiutarti se capiscono che sei un bravo ragazzo. Ricordati di parlare senza paura.]

Il nostro pretendente va dai genitori di lei ma la ragazza non c’è e poi succede che il nostro eroe viene anche via in malo modo. Riferisce l’accaduto all’amico e riporta di aver detto:

Ghe ho dìta: <<Bonaséra, son vignù par parlàr co Maria.>> I me ha rispondést che no la jèra. Mi, ‘lóra, ghe ho dìta: <<Se la è cussì, mi vàe vìa, sénθa tànte ciàcołe, che no credé…>>” [Buonasera, sono venuto per parlare con Maria. Mi hanno risposto che non c’era. Io, allora, ho detto loro: se è così, vado via, senza tante chiacchiere, che non crediate…”

Ma te pàreo mòdo de fàr, no te ghe ha gnànca dìta chi che te si, cóme un sénθa creànθa, un selvàrego…” [Ma ti sembra modo di fare, non hai nemmeno detto loro chi sei, come uno screanzato, un selvatico…]

L’è véro, jère un fià agitàma te me ‘véa dìta ti de no vér paùra!” [Vero, ero un poco agitato… ma mi avevi detto tu di non aver paura!]

Questo fatto è conosciutissimo e tutti sanno anche chi sia il protagonista, il quale, peraltro, è diventato poi un ricchissimo possidente e quindi non era affatto uno sciocco: non aveva semplicemente la minima idea di come comportarsi nelle relazioni con le donne. Un secolo di privazioni, dal 1866, ha ridotto i contadini veneti ad occuparsi solo della sopravvivenza e a trascurare tutto il resto.

Anche queste cose sono importanti. E siamo passati dalla repubblica di Venezia alla repubblica italiana: per migliorare o per peggiorare? Ai posteri l’ardua sentenza.

Per fortuna che, per il Veneto, questa situazione di sfruttamento non durerà ancora più di qualche lustro. Poi, i consessi internazionali sanciranno nuovamente quella che è stata la posizione del Veneto, tale come è stata per mille anni, dall’866 al 1866. Nel 1866, i consessi internazionali hanno deciso che il Veneto poteva essere anche indipendente, aveva una sua storia, una sua lingua, una sua cultura, e che era stato per più di un millennio un faro di civiltà. Aveva pertanto diritto ad un plebiscito per decidere la sua annessione all’Italia; non poteva, il Veneto, essere trattato come una colonia, come una terra di conquista. Poi… sappiamo tutti com’è andata la manipolazione e siamo proprio diventati una colonia, una terra di conquista. Ma centocinquant’anni di appartenenza all’Italia non hanno alcun significato nei consessi internazionali.  L’Italia, naturalmente, subirà la decisione perché mai e poi mai ci concederà qualcosa: non molleranno mai di loro spontanea volontà la miglior mucca che butta il miglior latte.

Per andare all’Aja, a Strasburgo, all’Onu, dovremo tuttavia prima esperire delle procedure presso la repubblica italiana, ben sapendo che tutto sarà inutile. Tuttavia, successivamente a Strasburgo potremo dire: “Signori, siamo sempre noi, coloro ai quali avevate riconosciuto diritto di indipendenza, di storia, di lingua, di usanze, di consuetudini, di civiltà. Abbiamo subito la convivenza con un Paese che mai, in nessun anno di questo secolo e mezzo, neppure una volta, ci ha dato di più di quanto da noi dato a tale Paese: questa non è unità, non è solidarietà, questo si chiama sfruttamento. Abbiamo provato le strade ammesse ed è stato vano, per ovvii motivi di interesse. Le nostre genti dal 1866 in poi han dovuto emigrare: stavano meglio e di gran lunga sotto un altro straniero, l’Impero Austro-Ungarico. Dovete riconoscere la nostra libertà e la nostra indipendenza. Grazie.”

 Sarà così. Non potrà essere altrimenti. A tutto c’è un limite.

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