Coriandoli 7 [509]

Venezia1986
Venezia, febbraio 1986. Piazzetta San Marco con la base del Campanile sulla sinistra e la Loggia del Sansovino. Sulla destra si intravvedono le passerelle per l’acqua alta. Sulla sinistra, due carabinieri di ronda con la bellissima alta uniforme, armati di spada. Dietro a loro, altre passerelle per l’acqua alta. Ernesto Giorgi ©

Un macellaio non riesce più a vendere un gran che. Un suo amico, altro macellaio, gli dice: “Fa cóme mi: go fàto un córso de véndita, de sàbo e doménega, a Mestre: gò pagà bastànsa ma val la péna parché i go ciapài tùti da nóvo su do giórni e ‘dèsso i afàri  i va tànto mègio…”

[Fai come me: ho partecipato ad un corso di vendita, di sabato e domenica, a Mestre: ho pagato abbastanza ma vale la pena perché i soldi (del corso di vendita) li ho ripresi in due giorni e gli affari adesso vanno tanto meglio…]

Detto, fatto. Partecipa anche lui e il lunedì mattina, alle sette, apre il negozio, pronto per recitare ai clienti quanto imparato. Entra una nonnina anzianissima.

Il macellaio: “Carissima signora! Buon giorno! Lei è molto fortunata perché da oggi abbiamo deciso di metterci al completo servizio del cliente: in realtà noi non vendiamo semplicemente carne, perché le proteine in essa contenute costituiscono il viatico per la longevità e la salute. Inoltre, in base alle specifiche esigenze della clientela, ci permetteremo di suggerire, da un punto di vista vitaminico e proteico, le carni più adatte, sia per la tipologia che per la quantità, adatte, dicevamo, al consumatore finale.”

La nonnina resta a bocca aperta, guarda il macellaio perplessa e, dopo un attimo di esitazione, dice:

Va bén, gióvane, va bén… el me ne dàga dó èti, che provarò a fàrla in bròdo.” [Va bene, giovanotto, va bene… me ne dia due etti, ché proverò a farla in brodo.]

La frase ‘me ne dia due etti’ è rimasta a Venezia per dire: ‘Non ho capito niente.’

Quando una persona è benestante, si dice che va su è giù per i rii della città in motoscafo.

Càro mìo, el xe uno che se móve in motoscàfo, no’l ciàpa mài el batèo…” [Caro mio, è uno che si muove in motoscafo, non prende mai il vaporino…]. Al che, se chi sta ascoltando dubita di questa affermazione, risponderà ironicamente: “Sì… col motoscàfo de San Remìgio, savémo bén…” [Si, col motoscafo di San Remigio, sappiamo bene…] L’assonanza fra il termine ‘andare a remi’, cioè remare e il nome Remigio è la chiave di volta della battuta: col motoscafo a remi… cioè, al massimo, con una semplice barchetta.

Quando un bambino faceva i capricci e diceva ai genitori: “Staséra, mi vògio ‘ndàr al cìne, i fa bèło…” [Stasera voglio andare al cinema, c’è un bello spettacolo] Si rispondeva: “Intànto par scuminsiàr, no se dìxe vògio, parché ‘Vògio’ el xe mòrto, se dìxe vorìa: mi vorìa ‘ndàr al cìne. Dòpo, par finìr, scométo che el xe un cìne difarénte da quéło che gavaràve pensà mi…” [Tanto per cominciàre, non si dice voglio, perché ‘Voglio’ è morto, si dice vorrei: io vorrei andare al cinema. Dopo, per finire, scommetto che si tratta di un cinematografo diverso da quello che avrei pensato io].

N.b. prima di proseguire, facciamo notare che gavaràve è una forma arcaica ma che si usa ancora talvolta nel sestiere di Cannaregio. La forma ormai invalsa è gavarìa ed entrambe significano ‘avrei’.

Ma proseguiamo:

Il bambino allora dice: “El cìne (sineddoche, con tale parola si designano sia il cinematografo che la pellicola in proiezione nel cinematografo stesso) sarìa l’Olìmpia, i fa D’Artagnàn…” [Il cinema sarebbe l’Olimpia: fanno D’Artagnan]

Il genitore: “L’Olimpia! el xe sóra la strìca! mi no vado miga a robàr, inmànco ti ghe ne gavéssi trovà uno sóto… xe mègio che ‘ndémo al cìne che dìgo mi…” [L’Olimpia! è sopra la riga! io non vado mica a rubare, almeno tu ne avessi scelto uno sotto (la riga). Meglio se andiamo al cinema che dico io…]

Spiegazione: Il Gazzettino pubblicava ogni giorno i films in proiezione nelle circa venti sale cinematografiche che esistevano. In tale colonna, prima erano elencati i cinque o sei cinematografi di lusso, molto cari, che proiettavano le prime visioni e poi, nella colonna del giornale, era tracciata una linea suddivisoria orizzontale: al di sotto di questa, venivano elencati l’altra quindicina di cinematografi popolari con le seconde visioni. Il bambino aveva quindi scelto l’Olimpia, sopra la riga orizzontale, uno dei cinematografi di lusso, situato questo vicino al Bacino Orseolo.

Riprendiamo: il bambino intuisce che le cose si stanno mettendo male e, piagnucolando, dice: “Quàło sarìssio (o quàło xe che sarìa) quéło che ti dìxi ti…” [Quale sarebbe quello che dici tu]

Genitore: “El cìnema Bianchìni.” [il cinema Bianchini]

Figlio: “No ło go mài sentìo…” [Non l’ho mai sentito nominare]

Genitore: “Come no! el cinema Bianchìni, co ła tèsta sui cussìni…” [Come no! il cinema Bianchini, con la testa sui cuscini… cioè a letto, sotto le lenzuola]

Il bambino piange non tanto perché non va al cinema piuttosto perché è stato anche preso in giro.

Non molto educativo.                                                                                                      

 

 “Man man che ti invèci, ti devénti sémpre più catìvo, barufànte, insóma, ti devénti sémpre pèzo…”

“Vàra che fàsso pósta…”

“Ti fa pósta… ma de còssa… no pól più védarte nissùni…”

“Frà quàlche àno pól dàrsi che móra ‘nca mi, e se nissùni me vol bén, pòsso destacàrme da ‘sto móndo più vołentièra.”   

[Man mano che invecchi, diventi sempre più cattivo, baruffante, insomma, diventi sempre peggio – Guarda che faccio apposta – Fai apposta: ma cosa dici! non può più vederti nessuno – Fra qualche anno può darsi che muoia anch’io e se nessuno mi vuol bene posso staccarmi da questo mondo più volentieri.

           

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