Mastro Benedetto 3 [515]

aristotele
Particolare centrale del celebre dipinto di Raffaello Sanzio (1509-1510), noto come ’La scuola di Atene’, con l’immagine di Aristotele, al centro, contrassegnato dalla freccia azzurra.

(Vedere anche il precedente Mastro Benedetto 2)

Nell’articolo Sconvolgente [500] in cui il Mago Budini faceva il suo misterioso spettacolo, non si trattava in realtà del Mago Budini, bensì di Mastro Benedetto.

Il travestimento era stato semplicemente effettuato perché non si confaceva ad un filosofo così prestigioso di presentarsi come calca-scene teatrale. Inoltre, dato che Mastro Benedetto aveva un mantello di vecchia foggia, con le iniziali in grande ricamo (MB, Mastro Benedetto), ben pensò di prendere lo pseudonimo di Mago Budini, sì che il mantello fosse parimenti adatto all’uopo (stesse iniziali, MB, Mago Budini). Benéto non era nuovo a tali innocenti trucchetti.

Riepilogando, quando s’iniziò lo spettacolo, Budini-Benedetto proclamò che la affermazione prossima ventura sarebbe sopravvenuta di lì a mezz’ora e che sarebbe stata completamente ed irrimediabilmente falsa. Dopo mezz’ora, disse che la frase da lui pronunciata per l’appunto mezz’ora prima era completamente vera.

Riepilogando ancora, si danno pertanto i seguenti casi:

  1. Se la prima affermazione è veritiera, allora la seconda affermazione non può che essere falsa.
  2. Ma la seconda affermazione recita che la prima è vera. Ma se lei stessa, la seconda, è definita falsa, allora dice una non-verità, cioè una falsità. Dato che quest’ultima sostiene essere vera la prima ed essendo ora definita una bugiarda, se ne ricava che la prima non può essere altro che falsa.
  3. A questo punto, la prima affermazione, che inizialmente era vera, è diventata falsa. Se è falsa, mentre dal punto 1 si desumeva che la seconda affermazione era pure falsa, ora dallo stesso punto si deve desumere che la seconda è vera, perché la prima sta mentendo.
  4. Per concludere, ora la seconda è vera e quindi, coerentemente, essa definisce la prima come vera.

Questi sono i primi 4 punti ma supponiamo di averne scritti un migliaio e anche più: si prosegue all’infinito, con la prima proposizione che risulta vera ai punti 1,5,9,13… e falsa ai punti 3,7,11,15… mentre la seconda proposizione risulta falsa ai punti 2,6,10,14… e vera ai punti 4,8,12,16…

Come venirne a capo? La spiegazione è che, in un sistema a pari livello, non può esistere una prima proposizione che definisce a piacere una seconda proposizione, se anche la seconda proposizione a sua volta può definire a piacere la prima.

Si può, tuttavia, se sono rispettate le seguenti diverse condizioni:

  • Bisogna considerare le definizioni che la seconda dà della prima come prive di significato, oppure viceversa: le definizioni cioè che la prima dà della seconda sono da considerare prive di significato. Insomma o la prima definisce la seconda o la seconda definisce la prima ma non possono essere entrambe contemporaneamente a definire l’altra.
  • Nell’evolversi verso l’infinito, ci vuole un animale senziente, come un essere umano, che sia capace di rendersi conto della realtà, che risulta dalla serie infinita, dicendo: “Mi sono messo in alto, fuori e sopra del livello delle definizioni reciproche, cioè a meta-livello, ho dato un’occhiata da questo nuovo punto di vista ed ho capito che non ne verremo mai fuori: bandius, alt, stop, fermiamoci, perché con queste definizioni reciproche non andremo da nessuna parte: esse si contraddicono ciclicamente in continuazione.

Pertanto, se ci sono due cervelli che si scambiano messaggi e definizioni, almeno uno di questi, oppure entrambi, devono avere questa capacità di mettersi più in alto. Nel caso che si tratti di uno solo, questo dovrà fare inevitabilmente da guida: l’altro non potrà sindacare le regole. Oppure questo cervello deve essere a due livelli o più, come quello dell’uomo, il quale è in grado di vedere ‘da fuori di sé stesso’ quando sta accadendo per interrompere la sequenza infinita che si è creata. C’è chi definisce questo aspetto come coscienza, chi come anima, chi come parte conscia eccetera.

Un effetto simile è l’effetto Larsen, quando in un palcoscenico il microfono riceve un segnale dall’altoparlante, lo rimanda all’amplificatore che lo amplifica ulteriormente, il quale a sua volta lo rimanda all’altoparlante che lo rinvia al microfono… in caso di innesco dei suoni deve intervenire qualcuno dal di fuori per interrompere l’influenza continua e reciproca degli strumenti, altrimenti il fischio insopportabile non si fermerebbe mai.

Perché abbiamo detto che può succedere anche con un cervello solo? Lo diciamo subito, parlando della vespa solitaria, che si chiama Sphex. Ebbene, tale vespa è apparentemente un mostro di intelligenza e di crudeltà (dal nostro punto di vista) ma dopo il discorso che faremo, non rimarrà niente della sua intelligenza e nemmeno (pertanto) della sua crudeltà. La Sphex, come il 99% degli esseri viventi, è una macchina-computer che ha ricevuto una programmazione per tentativi ed errori dalla natura e la versione vivente di oggi è quella più adatta alla sopravvivenza rispetto a tutte quelle passate. Ma che la vespa solitaria, si metta a meta-livello, che dica cioè a sé stessa: “Ma cosa diavolo sto facendo?”, non se ne parla nemmeno. E vediamo questo esempio affascinante.

La Sphex assale una cavalletta e lo paralizza con un veleno specifico anti-cavalletta. Lo scopo è far rimanere la cavalletta viva, far sì che non si decomponga, in modo che le larve della Sphex possano trovare un nutrimento sicuro fino al loro completo sviluppo.

Sphex
Una vespa solitaria Sphex sta paralizzando una cavalletta.

La Sphex, che aveva messo prima le sue uova in una grotta, vicino a tali uova porterà la malcapitata cavalletta, paralizzata. Cosa fa la Sphex:

  1. Porta di peso la cavalletta paralizzata a 10 centimetri dall’ingresso della caverna.
  2. La lascia là.
  3. Entra nella caverna.
  4. Controlla che non ci siano pericoli per lei stessa e che tutto sia in ordine.
  5. Controlla che le uova siano ancora al loro posto e che non ci siano pericoli.
  6. Esce nuovamente dalla caverna e percorre i dieci centimetri che la separano dalla cavalletta.
  7. Se lo carica addosso, torna nella caverna e porta la cavalletta paralizzata vicino alle uova.
  8. Controlla ancora che sia completamente paralizzata e, ad ogni buon conto, la punge un’altra volta per aggiungervi ancora del liquido paralizzante: non si sa mai.
  9. Eseguiti tutti i punti precedenti, se ne va, per non tornare mai più.

Si dirà: incredibile, una vespa… che intelligenza… ebbene, è meglio se non diciamo proprio niente. Gli scienziati, mentre la Sphex sta eseguendo i punti 3, 4 e 5, hanno spostato la cavalletta di un buon mezzo metro, allontanandola dall’entrata della caverna.

Quando dovrebbe eseguire il punto 6, la Sphex non trova la cavalletta dove l’aveva messa ma la vede più distante, dove l’hanno messa gli scienziati. Allora si reca vicino alla cavalletta e… ricomincia dal punto 1… 2… 3…

Arrivata nuovamente al punto 3, esegue il 4 e il 5 e quando dovrebbe eseguire il punto 6, gli scienziati le spostano di nuovo la cavalletta… lei non ricorda assolutamente niente e non è capace di vedere cosa sta facendo dal di fuori. Si limita a ripetere il programma, come un computer.

Si è constatato che la Sphex sicuramente ripeterà questo ciclo idiota per sempre, fino a quando avrà le forze per farlo, decine e decine di volte, senza nessuna modificazione.

Gli scienziati hanno controllato: non cambia di una virgola il comportamento ripetitivo. Lei non ci pensa nemmeno a cambiarlo, prima di tutto perché non ha il cervello adatto e poi perché questo significherebbe mettersi ad un livello superiore, avere un meta-cervello e dire: “Ma cosa diavolo sto facendo? Ripeto sempre la stessa cosa?”. Gli entomologi hanno calcolato che per i prossimi due o tre mila anni ripeterebbe lo stesso errore e, dopo generazioni e generazioni, solo per tentativi, forse, cambierebbe comportamento, perché qualche Sphex avrebbe, per caso, delle modificazioni nel DNA che lentamente l’avvicinerebbero al saltare i punti 1 e 2, portando la cavalletta direttamente nella caverna, oppure qualche altro cambiamento casuale che ora nessuno nemmeno immagina. Tutti gli animali hanno avuto origine da uno stesso batterio, il quale ha subito per miliardi di anni dei cambiamenti casuali. Per chi crede in Dio e vuole comunque essere d’accordo con Darwin, è certa la creazione da parte di Dio stesso del primo batterio o qualcosa di analogo.

Ed ora, forti di queste nuove riflessioni, veniamo a quello che abbiamo iniziato col Mago Budini. Le conclusioni, alle quali arriveremo, saranno sconvolgenti.

La nostra vita è costituita dal nostro passato, dal nostro presente (che c’è solo in apparenza, perché un minuto fa, il minuto appena trascorso, si trova già nel passato) e dal futuro (che ancora non c’è e non sappiamo se ci riguarderà perché non conosciamo il momento della nostra dipartita).

Dio può cambiare il nostro passato? secondo l’immagine che abbiamo di Lui, Egli può fare tutto. Se cambia il nostro passato, tuttavia,  noi non lo sapremo mai ed Egli potrebbe anche averlo appena fatto, per esempio ieri mattina alle 10 e 15 minuti. Se il nostro passato è cambiato, Egli lo può fare perché è a un livello più alto, a meta-livello, come si dice e noi non lo sapremo mai perché le nostre regole, all’interno della nostra esistenza, sono coerenti. Immaginiamo un simpatico dialogo tra Dio e l’Arcangelo Gabriele: “Mi sono accorto che il cane a sei zampe non era piacevole, come quello dell’Eni, e l’ho fatto a quattro zampe, cambiando il passato degli abitanti del pianeta Terra: tanto, loro hanno il cervello strutturato in modo tale che non si possono accorgere dei cambiamenti del passato. Penseranno che il cane abbia sempre avuto quattro zampe e non sei”.

Quindi noi, esseri umani, dovremmo avere un qualcuno a meta-livello che si occupi di ‘regolarci dal di fuori’ in caso di bisogno.

Diremo quindi: “Beato il Padreterno, che può fare quello che vuole…”

Non dovremmo tuttavia esserne così sicuri. E qui, riaffrontiamo il problema del cervello più basso e del cervello più alto, per dimostrare che nemmeno Dio, come lo concepiamo noi, è immune da questi problemi. Ma siccome Dio non ha problemi (per nostra definizione), significa che noi non abbiamo l’immagine giusta di Dio, oppure Dio, se fosse giusto il nostro modo di pensare fino in fondo, non potrebbe essere onnipotente.

Per dimostrarlo, leggiamo attentamente la seguente frase, perché può cambiare la nostra vita:

“Può Dio creare una pietra tanto pesante da non riuscire a sollevarla?”

Pensiamoci bene, bene, bene, bene…

Risposta:

  1. Noi pensiamo che Dio possa tutto, quindi può creare la pietra, infinitamente grande, infinitamente pesante.
  2. Dio può tutto, quindi riesce anche a sollevarla.
  3. Ma noi vogliamo una pietra che non riesca a sollevare!
  4. Per potere veramente tutto, deve creare una pietra pesantissima che contemporaneamente possa sollevare e anche non possa sollevare, altrimenti Dio sarà limitato: non avrà la capacità di fare tutto il punto 4 presente.

In conclusione: se Dio non riesce a sollevarla, vuol dire che l’ha fatta abbastanza grande ed ha rispettato una parte di ciò che abbiamo detto. Ma se Dio non riesce a sollevarla, vuol dire che ha un limite! Non può quindi fare tutto… e allora, nel caso che possa fare tutto, la frase da noi descritta non è applicabile a Dio e se invece non può fare tutto, non è il Dio che immaginiamo noi, perché non riesce a sollevare la pietra. Oppure la solleva? Egli deve creare le condizioni, dove contemporaneamente, dove:

  • Solleva la pietra.
  • Nello stesso istante non può sollevare la pietra.
  • Per noi, questo è inconcepibile. Come immaginare contemporaneamente il sollevamento e il non-sollevamento? Ci manca qualcosa nel cervello per capirlo.

Come la vespa Sphex, sebbene ad un livello più alto, noi non riusciamo ad avere un modello adeguato di Dio. L’unica affermazione che possiamo allora fare su Dio è la seguente: “Certamente, Dio non può essere come lo definiamo noi: come lo definiamo noi, non può essere definito correttamente perché sarebbe in contraddizione con sé stesso. Se esiste, è un Dio diverso che non riusciamo a definire. Dio deve poter fare e non poter fare le cose contemporaneamente.”

Se Dio fosse come noi lo immaginiamo, ci dovrebbe essere quindi qualcuno al di sopra di Dio per risolvere questa contraddizione.

Ma questo nuovo meta-Dio, se ben ci pensate, avrebbe lo stesso problema… e qui siamo (solleva la pietra e contemporaneamente non la solleva) nel principio di incompletezza di Gödel, che gli valse il premio Nobel nel 1931: “Un sistema qualunque, sta in piedi se e solo se ha una contraddizione come quella di cui abbiamo parlato. Deve avere una incompletezza. Se è completo, non può essere completo perché dovrebbe essere definito da almeno una regola al di sopra del sistema stesso”.

Sembra pazzesco. Eppure è stato dimostrato che è così. Tuttavia, questa è la realtà che pochi, pochissimi, riescono per ora a concepire.

Per chiudere: Sant’Agostino un giorno, in riva al mare, stava pensando a Dio, alla sua ‘bontà infinita’ e alla contraddizione che Dio, per essere onnipotente, deve essere contemporaneamente ‘bontà infinita e non bontà infinita’, altrimenti sarebbe limitato e non onnipotente. Deve essere il più buono ma anche no, il più intelligente ma anche no… boh! sant’Agostino era molto, molto avvilito, perché non riusciva a venirne a capo. O la nostra definizione non andava bene oppure il nostro cervello non ci arrivava…

Improvvisamente, tra le tamerici, vide un bambinello che aveva scavato con le sue manine una buca sulla spiaggia. Scavata la buca, si recava sul bagna-asciuga e, con le piccole mani messe a coppa, raccoglieva un po’ d’acqua per versarla nella buca.

Sant’Agostino si avvicina al bimbo, incuriosito, e dice: “Ciao, bambino, cosa stai facendo?”

“Un poco alla volta, voglio mettere tutto il mare nella buca.”

Sant’Agostino: “Ma guarda che non è possibile: il mare è enorme, la buca piccolissima e con le tue mani non ci riuscirai mai…”

“Si, ma la buca è come il tuo cervello, il mare e come la grandezza e la potenza di Dio e i tuoi ragionamenti sono piccoli piccoli, come le mie piccole mani… è più facile che io riesca nel mio intento piuttosto che tu risolva i tuoi pensieri sulla contemporanea bontà infinita e non bontà infinita di Dio…”

Poi, mentre sant’Agostino rimaneva sbalordito, il bimbo-angelo scompariva tra le tamerici.

 

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