Mastro Benedetto 4 [518]

bellezza
La famosa statuetta di Venere callipigia (o steatopigia) del neolitico: nel tempo, il concetto di bellezza femminile è cambiato e la Venere neolitica oggi non sarebbe più ammirata.

(Vedere anche il precedente Mastro Benedetto 3)  Il nostro amico filosofo Benéto se ne stava, ancora una volta, seduto al Floriàn in Piazza San Marco, circondato dal suo folto gruppo di allievi.

La domanda posta da uno degli allievi riguardava la bellezza: come si può definire la bellezza, ovvero il concetto di bello?

Benedetto: “Concentriamoci sulla statuetta che rappresenta la Venere di Willendorf, in Austria, fatta di pietra calcarea, alta una ventina di centimetri e risalente a circa 25 mila anni fa (vedi foto, n.d.a.).

 Viene detta anche Venere Callipigia o Steatopigia. Le parole greche in gioco sono tre: στέατος che significa grasso, κάλλος che significa bellezza e πυγή che significa natiche. I canoni di bellezza erano quindi ‘Venere dalle belle natiche’ e ‘Venere dalle natiche grasse’. Chiaramente, il concetto di bello era quindi l’abbondante. Il fatto va collegato con la poca disponibilità di risorse alimentari dell’epoca, per cui la Venere che non dava problemi era, in quei tempi, una Venere ben pasciuta e ben nutrita. Il concetto di bello, quindi, cambia nel tempo ed anche recentemente la donna bella (nel 1900 circa) era la donna pallida, smunta, che non aveva bisogno di lavorare, perché facente parte dell’aristocrazia, mentre le popolane dovevano lavorare e l’abbronzatura non era una dimostrazione di élite, bensì la conseguenza della fatica che si faceva per raccogliere cipolle sotto il sole.

Dagli anni trenta in poi, invece, la donna bella era la donna abbronzata, esattamente come le contadine di trent’anni prima, perché faceva i bagni di sole al mare e quindi il suo censo doveva essere elevato. Per essere di élite, nel 1900 bisognava essere quasi come le donne che avevano il ‘mal sottile’ (tubercolosi): pallide ed eteree; trent’anni dopo, all’élite si apparteneva invece con l’abbronzatura e con la salute in faccia. Quindi i canoni della bellezza cambiano, anche in poco tempo.

Molte volte ho provato a definire il concetto di bellezza, per le opere d’arte, per la natura e, ovviamente, per le persone: la bellezza è questo … la bellezza è quello… ma non ne sono mai venuto a capo.

Ho concluso quindi come la vera bellezza non possa essere definita da una o più considerazioni positive e come possa invece essere definita solo per esclusione.

Pertanto, definirei la bellezza come

LA MANCANZA DI DIFETTI APPARENTI

Mi sembra di sentire l’ammiratore di una donna che dice: ecco! è senza difetti… quanto mi piace…

Naturalmente, tutto questo è secondo lui, esclusivamente secondo lui.

La persona amata, apparentemente, non dovrebbe avere difetti: poi, se ciò non risulterà vero, la sofferenza consisterà nel fatto che ci dovremo sforzare di non credere, almeno per un certo tempo, a tali difetti, ovvero all’improvvisa mancanza di bellezza, che per l’appunto era solo apparente. Allora e solo allora comprenderemo d’improvviso e perfettamente che tale mancanza di bellezza (e quindi l’esistenza di difetti) c’era già da prima e che d’ora in poi mancherà per sempre.”

Un allievo interviene: “Maestro, ma non si potrebbe fare a meno di cercare il bello?”

Benedetto: “Impossibile farne a meno e il perché mi sembra chiarissimo: presta attenzione a quest’altro discorso che ora ti farò.

Se nelle persone la bellezza è sinonimo di mancanza di difetti, è biologico, naturale, che noi si cerchi per l’accoppiamento qualcuno che sia senza difetti perché in tal modo la nostra prole sarà migliore: da due bei genitori ci si aspetta che nascano dei bei bambini. Io sono bello (o almeno me ne illudo) e quindi mi devo trovare una moglie bella: se la trovo, i nostri figli saranno bellissimi.

Noi crediamo, siamo convinti, di essere attratti dall’avvenenza: questo è certamente vero ma la natura, in realtà, ci fa credere questo solo per puntare al miglioramento della specie. Impariamo quindi che anche la natura ha interesse che questo avvenga, cioè che noi si cerchi il bello.

Non ci sono altre spiegazioni e il motivo fondamentale, per cui noi si sia alla ricerca della bellezza, è proprio questo.”

Altro allievo: “Maestro, mio zio dice che sposare una donna bella è una grande disgrazia… e mi fa notare come lo dicano anche molti proverbi popolari…”

Benedetto: “Figlio mio, ogni proverbio ha l’equivalente contrario e quindi non accavalliamo gli argomenti: eventualmente, del perché esistano  proverbi contraddicentisi l’un l’altro, parleremo un’altra volta. Se una persona, come tuo zio, è convinto che la bellezza sia un difetto, ovvero, per dir meglio, che i canoni attuali della bellezza e dell’avvenenza siano un difetto, vuol dire che lui ha dei canoni diversi. Tuo zio, tanto per fare un esempio, quando vede Brigitte Bardot, denota immediatamente come un difetto il fatto che piaccia moltissimo agli altri uomini e quindi non apprezza le doti di Brigitte Bardot, che, ripeto, per la stragrande maggioranza degli altri invece è una donna bellissima. Egli, tuttavia, non la sposerebbe mai perché teme di essere tradito. La definizione che ho dato sopra evita per l’appunto contraddizioni come queste e ne fornisce una spiegazione. E… dato che avevamo detto di non usare proverbi, in questo caso usiamone invece proprio uno, che sottolinea appieno il nostro discorso: non è bello quel che è bello ma è bello quel che piace…

Tuo zio rinuncia, biologicamente parlando, ad avere dei figli più belli per ottenere in cambio la tranquillità coniugale: egli sarà pertanto, nel suo intimo, sicuro che una moglie brutta non lo tradirà: beato lui… se mi permettete, dubito che questo gli possa essere garantito da qualcuno… bene, ora ditemi cos’avete trovato sulla bellezza nelle vostre ricerche…”

Un allievo: “Maestro, io ho trovato che Diogene Laerzio, nella sua Vita dei Filosofi, cita Aristotele, il quale dice: la bellezza è la migliore lettera di raccomandazione.”

Un altro allievo: “Ho stima di Dostoevskij, ma quando dice, nel suo romanzo ‘L’idiota’, che ‘la bellezza salverà il mondo’ non lo capisco.”

Benedetto: “Cercando la bellezza cerchiamo la perfezione, il miglioramento, le cose senza difetti, senza cattiveria e, per chi crede in Dio, la bellezza è il luogo dove Dio brilla. L’origine è una parola in sanscrito, un’antichissima lingua indù che accomuna tutti gli indo-europei: Bet-El-Za, cioè la bellezza è ‘il luogo dove Dio brilla.’”

Un altro allievo: “Stendhal (scrittore francese, 1783-1842) nel suo trattato ‘De l’amour’ scrive: La beauté n’est que la promesse du bonheur.” [La bellezza non è altro che la promessa della felicità’”

Benedetto: “Ciò torna con la nostra definizione: ciò che è bello lo abbiamo definito senza difetti epperciò è il viatico per la felicità.”

Un altro allievo: “Maestro, le cito J.Donne (poeta inglese, 1573-1631) che nel suo Elegie, II, L’Anagramma: così scrive circa la bellezza: Love built on beauty, soon as beauty, dies. [L’amore costruito sulla bellezza, muore quando muore la bellezza]

Benedetto: “Sembra cinismo ma viene spiegato dalla nostra definizione: se la bellezza è la mancanza di difetti e ciò ha generato l’amore, la comparsa dei difetti conclude e la bellezza e l’amore. Vi voglio dire un’altra cosa: se trovate una definizione di bellezza che non vi convince e in ogni caso lo potrete fare comunque, sottoponete tale definizione al nostro test: vi accorgerete che chi ha dato tale definizione non aveva le idee chiare. Ad esempio, Petronio Arbitro, scrittore latino morto nel 66 d.C, nel suo Satyricon, XCIV, scrive: Raram fecit mixturam cum sapientia forma. [Raro trovare la saggezza accompagnata dalla bellezza]. Petronio dimostra di non avere una definizione in mente circa la bellezza. Se io per bellezza intendo che la stessa comprenda anche la saggezza, non posso avere sorprese. Altrimenti dovrei dire: quella persona per me sarebbe stata bella se avesse avuto anche il dono della saggezza. Come vedete la nostra definizione è utile anche in questa circostanza.”

Altro allievo: “Maestro, con la definizione che lei ci ha dato, una massima dello scrittore austriaco Kraus (1874-1936) viene a trovarsi senza significato alcuno: Es gibt Frauen, die nicht schõn sind, sondern nurso aussehen. [Ci sono donne che non sono belle, hanno solo l’aria di esserlo]”

Benedetto: “Bravo! Kraus pasticcia senza rendersi bene conto ma non ha chiaro il concetto di bellezza. Parimenti incomprensibile, se non per essere una battuta qualsiasi, è la frase di J.Ortega y Gasset, per altro eccezionale filosofo spagnolo (1883-1955), la quale recita: La belleza que seduce pocas veces coincide con la belleza que enamora. [La bellezza che seduce coincide poche volte con la bellezza che fa innamorare]. Siccome, anche in questo caso, non rispetta la nostra definizione, ci accorgiamo che non ha alcun costrutto.”

Altro allievo: “Maestro, mi sembra invece che Catullo (poeta veronese in lingua latina, 87-54 a.C) avesse chiara la sua definizione e cioè che la bellezza è la mancanza di difetti apparenti. Dice infatti nelle sue Poesie, XLIII, 1-3:

Salve, nec minimo puella naso, nec bello pede nec nigris ocellis, nec longis digitis… [Salve, ragazza dal naso non piccolo, dal piede non grazioso, dagli occhi non neri, dalle dita non lunghe…]

Catullo aveva individuato i difetti apparenti della ragazza che per lui non era bella: mi sembra chiarissimo.”

Benedetto: “Sembra proprio che Catullo condividesse la nostra definizione, o meglio, sembra proprio che noi si condivida la sua… concluderò con un cenno alla pittura. Dato che la definizione di pittura bella è, sulla base della nostra affermazione, una pittura senza difetti apparenti, diciamo che nel 1800 la bellezza nella pittura dovesse, per vari motivi che ora non ci interessano, comprendere anche abbondanti pennellate di nero, forse per dare intensità e profondità all’opera. La mancanza di nero cambiò il concetto di bellezza nella pittura? Sembra proprio di sì… dice infatti Pierre-Auguste Renoir, un pittore francese (1841-1919): “Un matin, l’un de nous manquant de noir, se servit de bleu: l’impressionisme était né.” [Una mattina, siccome uno di noi era senza nero, si servì del blu: era nato l’impressionismo.]

Ovvero: il senso del bello veniva in un quadro dall’uso del nero. Un poco alla volta, si acquisì un nuovo gusto del bello, sostituendo il nero col blu e questo nuovo gusto ricevette addirittura una definizione: l’impressionismo. Prima, se mancava il nero non c’era bellezza, poi, invece,  se c’era il blu era bello ed impressionista. Come per la Venere callipigia, il tempo cambia il concetto di bellezza.”

renoir
Il famoso dipinto ‘Ombrelli’ di Renoir (eseguito nel 1886) che spiega l’impressionismo: non c’è traccia di nero o quasi ma prevalentemente c’è il colore blu, che è il nuovo canone di bellezza impressionista.

 

 

 

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