Meditazioni 7 [521]

vallaresso1957
Venezia, 1957 – Una immagine del Bar Ridotto, vicino all’omonimo teatro, in Calle Vallaresso, calle a sua volta vicinissima alla Piazza San Marco – Ernesto Giorgi ©

[Il precedente era ovviamente Meditazioni 6.]  Dato che siamo in argomento di meditazioni, dovremmo meditare a lungo sull’attuale situazione italiana. Chi scrive, ha cercato di fare la sua parte e, senza aver la pretesa di insegnare qualcosa a qualcuno, saranno qui esposte delle riflessioni. D’altronde, un sito come Il Piave è un luogo dove il lettore cerca di avere qualche momento di rilassamento e quindi il riflettere e il meditare possono pur far parte delle attese di chi legge.  Altrimenti, potrebbe fare a meno benissimo di leggere queste righe.

Una caratteristica italiana, che dovremmo cercare di non dimenticare, è quella di aver avuto un fortissimo partito comunista per tantissimi anni. La radice cattolica degli italiani è, con ogni probabilità, all’origine del gran numero di comunisti italiani.   Se dovessimo riflettere attentamente sull’insegnamento di Gesù Cristo, il cattolicesimo dovrebbe essere il vero comunismo. Una meravigliosa utopia, che sogna l’uguaglianza dell’ecclesia (comunità dei credenti), che insegna ad amare il prossimo come noi stessi e così via, in un susseguirsi di generosità, carità, fratellanza. Il cattolicesimo accoglie due (o meglio: la Rivoluzione Francese ha accolto dal cattolicesimo), due dei tre principi che dal 14 luglio 1789 hanno dato il via all’era moderna ed anche alla fine del medio evo: fraternità ed uguaglianza. La libertà (Liberté, Egalité, Fraternité) non è proprio una caratteristica del cattolicesimo e in cambio, ovvero in sua vece, dovremmo avere la felicità.

Prima di valutare la questione della libertà contrapposta alla felicità, ricordiamo che vale per tutti il seguente principio psicologico:

  • Se sei libero, quando sei ad un bivio (morale o concreto) devi decidere e, in nome della tua intrinseca libertà, devi essere tu a prendere la decisione: tuttavia, decidere quale strada prendere, tra le due del bivio, comporta sempre un certo malessere, incompletezza, dubbio di aver commesso un errore. Questo dubbio durerà per sempre: forse quella volta dovevo decidere diversamente… quanto appena esposto identifica la figura del capo: il capo decide ed è infelice.
  • Se sei felice, per coerenza col punto precedente, significa che non hai preso le decisioni ma le hai delegate a qualcun altro, al capo. Tu sei felice perché trovi le decisioni già prese e ti illudi che il tuo capo, che ha deciso, non possa sbagliare mai. Quando ti dovessi convincere che il capo ha sbagliato e non soltanto una volta, la soluzione sarà molto semplice: eliminare il capo e seguire le decisioni di una altro nuovo capo. Ed il capo sa che questo è il suo destino.

La Chiesa Cattolica ha sempre pensato di assumersi il ruolo del capo, godendo quindi della libertà, in teoria per far felice il popolo. Tutto l’insegnamento punta sulla felicità. Se su questa Terra non saremo felici, saremo sicuramente felici nel Regno dei Cieli (se ce lo saremo guadagnato).

In questo, la Chiesa si è allontanata dagli insegnamenti di Cristo ed infatti, in Delitto e Castigo, Dostoevskij fa dire al Grande Inquisitore Torquemada, nella Siviglia del 1492, (Torquemada è riuscito a catturare Gesù Cristo, tornato sulla Terra) durante il processo a Gesù: “Ti condanno al rogo; non puoi promettere al popolo libertà ed anche felicità, ciò non è possibile. O l’una, o l’altra. Hai mentito, forse per ottenere popolarità: comunque, hai mentito.”

Gesù risponde da par suo, dando un bacio a Torquemada. Torquemada tuttavia non cambia idea ma, commosso, durante la notte, prima che avvenga l’esecuzione, si reca nel carcere per liberare Gesù. Non si sa se Gesù accetti o meno la liberazione perché  Dostoevskij non aggiunge altro.

La fede cattolica è una specie di comunismo e la Chiesa è colei che si è arrogato il potere di decidere. Ma molte sono state le decisioni sbagliate della Chiesa stessa e, come abbiamo visto, il capo che sbaglia andrebbe sostituito. Non potendo sostituire la Chiesa, che vuole ovviamente e pervicacemente restare al suo posto, il cattolico italiano ha cominciato a sognare il nuovo comunismo, tutto sommato non molto differente dagli insegnamenti di Gesù. La gente si tramanda questo mio di fratellanza dai tempi delle catacombe, delle prime comunità, dove c’era un comunismo così bello da non essersi mai più ripetuto.

Il popolo, con le teorie comuniste di Marx ed Engels, nel secolo XIX° (1800-1900), ha avuto i primi aneliti di rifiuto della Chiesa. La Chiesa aveva intuito che il comunismo era una nuova forma di cattolicesimo che l’avrebbe potuta sostituire e vi si oppose con tutte le sue forze, senza valutare che, essendo i due insegnamenti abbastanza simili (catto-comunismo) se uno dei due è totalmente sbagliato, necessariamente anche l’altro deve pur avere parecchio di sbagliato.

Tuttavia, il popolo non tiene conto di una distinzione, che va assolutamente fatta:

  • Da una parte stanno coloro che per filosofia e in buona fede (primo tra tutti Gesù) predicano la Buona Novella della fratellanza e dell’uguaglianza: chi, come Gesù, nel Regno dei Cieli e chi, come Marx ed Engels, addirittura in questa Terra.
  • Dall’altra parte stanno coloro che ripetono la Buona Novella solo per convenienza di popolarità, senza crederci, semplicemente per prendere il potere, confondendo le menti dei popolani: stiamo parlando di preti, di politici e di tutti coloro che, per opportunità e convenienza sostengono il: “Fai quel che dico ma non guardare quello che faccio.”

Riepilogando: gli italiani, un popolo immerso in un comunismo-cattolicesimo (i catto-comunisti), sono un popolo che, così come ha appeso Mussolini a Piazzale Loreto, voleva anche liberarsi della Chiesa, la quale ha sbagliato innumerevoli volte. Volevano il cambiamento verso il comunismo, non fosse altro che per provare. Questo desiderio di cambiamento ha dato origine ad uno dei più forti partiti comunisti in assoluto. I catto-comunisti, impegnati a fondo, non sono mai riusciti tuttavia ad ottenere il potere, perché ciò non era consentito dagli equilibri internazionali di quel tempo e questo fino alla caduta del Muro di Berlino, quando l’orso sovietico (piuttosto che il comunismo) non faceva più un’eccessiva paura.

Il periodo dopo il 1989 fu un periodo in cui i missionari del comunismo re-iniziarono a sperare, perché chi comandava il mondo aveva allentato la sorveglianza.  Il culmine fu il 1992, quando una magistratura libera da controlli (per merito di Togliatti, sin dal 1950) cercò di distruggere (ed in parte vi riuscì) una classe politica che peraltro non meritava assolutamente niente, dove il malaffare e la corruzione erano già all’ordine del giorno.

Altre forze mondiali, tuttavia, si imposero creando quadri diversi e l’Italia, travolta dai debiti, a partire dagli anni ’90 peggiorò.

In questo quadro passato, si innesta la nostra riflessione che può spiegare il quadro attuale, spiegare inoltre la distruzione che sarà causata dagli extra-comunitari, la distruzione che sarà causata dalla distruzione della famiglia, la distruzione che sarà causata da un fisco allucinante, la distruzione che sarà causata da un debito pubblico spaventoso, la distruzione che sarà causata dall’abolizione di voci giornalistiche indipendenti, la distruzione che sarà indotta dalla distruzione delle banche, la distruzione che sarà indotta dalla distruzione della scuola, la distruzione che sarà causata da una magistratura fuori controllo, auto-perpetrantesi, radicata per l’eternità e non elettiva, la distruzione che sarà causata dalla disoccupazione, la distruzione che sarà causata dalla diminuzione dei nuovi bambini italiani perché la disoccupazione e la tassazione non consentono, ragionevolmente, di procreare. Potremmo proseguire. C’è una spiegazione? Ebbene, chi scrive pensa di sì. Non può esistere una classe politica che commetta tutti questi errori, a meno che, come vedremo sotto, non abbia un obiettivo.

Come sono possibili dunque tali aberrazioni? Sono possibili se coloro che attualmente ci comandano hanno

l’odio.

L’odio più completo, l’odio più profondo verso gli italiani tutti e verso sé stessi. Distruggere! (cupio dissolvi, desidero fermamente svanire nel nulla). Ho cercato di rubare a questa massa di pecoroni, ho cercato di turlupinarli, di raggirarli ma costoro sono ancora là e ho distrutto invece il paese che era la fonte dei miei loschi guadagni e non avrò un avvenire sereno, se pur sopravviverò, per quanti soldi io possa aver accantonato e nella migliore delle ipotesi dovrò nascondermi in qualche paese sudamericano. Li odio tutti: muoia Sansone con tutti i suoi nemici, i Filistei. L’odio è fare il contrario di ciò che è ragionevole. Se l’amore è dare, l’odio è avere, ovvero sottrarre, anche appropriandosi di tutto e se ci si accorge che tutto sta per finire, come il contadino Mazzarò nella novella ‘La roba’ di Giovanni Verga, distruggere tutto, al grido di ‘Roba mia, non mi sopravviverai, vieni con me.’

La mafia, ad esempio, è odio, solo odio: la mafia non dà. Solo l’amore dà. La mafia prende. La mafia è odio. La mafia contende il pizzo ai politici e viceversa. Il principe pretendeva la tassazione perché doveva tenere sotto controllo il territorio per la protezione dei suoi sudditi. Qui non c’è protezione: il controllo del territorio è a metà con la mafia. I balzelli che la gente deve pagare, che tra l’altro sono i più alti d’Europa, sono richiesti da un governo non eletto in cambio di niente.

Se un politico si mette in piazza e pur di ottenere voti promette lavoro per tutti, pensioni per tutti, salute per tutti, ordine, pulizia, cultura, benessere, ben sapendo che egli stesso è un cialtrone, ben sapendo che si è rassegnato ad entrare in una combutta di cialtroni disonesti (e lo ha deciso ben sapendo che in certi ambienti non ci sono persone oneste, perché tutti devono quantomeno essere compromessi e tenere il sacco, altrimenti non li avrebbero fatti nemmeno entrare), come può non odiare tutti e quindi come può non odiare sé stesso? Il disprezzo per gli altri diventa in definitiva disprezzo di sé stesso ed egli dà la colpa di questa situazione agli altri, ben sapendo che egli nulla ha fatto per cambiare. Ebbene, dato che in questo momento ho il potere, mi voglio vendicare sottilmente. Chi dà, necessariamente ama il percepente della propria dazione. Chi non dà, non dà perché odia. Anzi, cerca di togliere.

Con quale soddisfazione di orgogliosa impunità, di onnipotenza macabra, di disgustosa perversione, si può dire: “Non dovevi sparare a quello che è venuto in casa tua di notte, perché non sapevi per quale motivo possa essere venuto.”?

Con quale soddisfazione di orgogliosa impunità, di onnipotenza macabra, di disgustosa perversione, vari personaggi politici possono dire impunemente il contrario del vero in moltissime occasioni, ben sapendo che quelli che stanno ascoltando sanno perfettamente che quelle che vengono dette sono solo menzogne?

Con quale soddisfazione di orgogliosa impunità, di onnipotenza macabra, di disgustosa perversione, vari personaggi politici possono poi dire di querelare chi si oppone con argomentazioni valide eppoi, passato l’attimo, non querelare più nessuno?

Ma una riflessione pur si aggira nelle loro menti: se odio tutti perché sono tutti dei pusillanimi, non lo sarò forse anch’io che faccio parte di questa comunità? Io sono il loro capo e quindi non posso essere che il primo pusillanime tra i pusillanimi ed in più ladro e disonesto. Ed allora, l’odio esplode nel momento in cui la mente forma il seguente pensiero: “Maledetta quella volta che sono nato italiano: sono costretto ad odiare e a rubare perché voglio essere qualcuno.” Egli sogna di essere nato altrove o addirittura di non essere nato. E come ha detto Jim Morrison (Melbourne 1943 – Parigi 1971, cantautore e poeta statunitense): Datemi un sogno in cui vivere, perché la realtà mi sta uccidendo.” Sognare un mondo di onesti: all’onesto non rimane molto altro. Dice Corrado Alvaro, scrittore siciliano (1895 – 1956):  “La disperazione più grande che possa impadronirsi di una società è il dubbio che vivere rettamente sia inutile.” 

Egli, il politico, odia: dato che gli italiani ci tengono alla famiglia, basata su uomo e donna, mi voglio vendicare di questi fessi: distruggiamo la famiglia, creiamo delle configurazioni mostruose di matrimoni omosessuali, tassiamoli e impediamo loro in tal modo di allevare i figli decentemente, naturalmente rinfacciandolo subito dopo: caproni, non volete più far figli, ci vogliono per forza gli extra-comunitari! Siete gentaglia che merita di essere distrutta!   Vi odio! Facciamo l cose più demenziali per stupirli, per gettarli nel dubbio, per far loro capire che non possono capire.

La Bibbia si apre con l’odio. Abele faceva il pastore e offriva agnelli all’Eterno, il quale apprezzava. Non apprezzava invece le offerte di Caino, il quale faceva l’agricoltore. Ci sono spiegazioni pretestuose anche extra-bibliche ma nessuno ha mai spiegato per quale vero motivo i doni di Caino non fossero considerati. Caino non digerisce l’ingiustizia e si vendica con Abele, non potendo far altro. Sicuramente avrà pensato: i miei doni non sono apprezzati perché io non sarò al livello di Abele. Se non ci fosse Abele, i miei doni sarebbero apprezzati. Così, per odio, Caino fece sparire Abele dalla circolazione. L’odio può nascere da molte cose, come anche l’amore può nascere da molte cose. L’amore dà, l’odio prende. L’odio ha preso la vita di Abele. In questo caso,  come succede spesso, l’odio vuole stroncare, a costo di stroncare un innocente. Chi scrive tuttavia, nel suo romanzo culturale ‘La nube di Oort’ ha dato la seguente spiegazione:

altre cose che si possono osservare, sono annotazioni di tipo antropologico, come Abele pastore e Caino contadino.
Sembrano contrasti innocui: invece è chiara la preferenza dei notabili del tempo per i pastori, altrimenti non si spiegherebbe assolutamente la ragione della preferenza per Abele, trascritta in modo eclatante nel Genesi.
Il ragionamento dei notabili del tempo (siamo nel sesto o nel quinto secolo avanti Cristo) è stato il seguente: dato che ci sono ormai i contadini, ceto affatto nuovo e che fino ad alcuni secoli fa era praticamente inesistente e dato che non possiamo eliminare i contadini stessi  perché la gente ricorderebbe con paura il precedente da noi perpetrato, lasciamo gli uomini alla pastorizia il più possibile, incensiamo i pastori ed evitiamo che aumentino i contadini, in modo che il loro sviluppo sia il più lento possibile.
Con l’agricoltura, si possono grosso modo decuplicare e poi mantenere gli abitanti di una zona. Ciò potrebbe disturbare l’ordine attualmente costituito, dove noi regniamo attualmente su una preponderanza di pastori, nomadi, commercianti. Non volendo noi avere sorprese e novità, novità magari foriere di disordini, denigriamo i contadini, i quali possono indurre  popolazioni numerose e, una volta denigrati, li potremo tassare in modo più che proporzionale, in quanto tutti li riterranno dei reprobi, quindi dei diversi. Orsù: si scriva nei libri sacri che i contadini sono perfidissimi, assassini nati, tali che da loro non si possano accettare nemmeno i regali. Questi concetto è ripreso, secoli dopo, da Publio Virgilio Marone (70 a.C – 19 d.C) nell’Eneide(II,49), quando Virgilio fa dire al troiano Laocoonte, per convincere i suoi concittadini  a non fare entrare il famoso cavallo (di Troia, per l’appunto) nella città: “Temo i Greci, anche se portano regali”. [Timeo Danaos ed dona ferentis] (Nota: ferentis, forma arcaica, è corretto e non ferentes, forma successiva non usata da Virgilio).  Analogamente, non bisognava fidarsi a priori nemmeno dei doni dei contadini, gente che apparteneva sicuramente ad una brutta genìa…
Caino, il contadino, è subito illustrato dunque come un assassino mentre Abele, il pastore, è il prediletto. (Ernesto Giorgi – La nube di Oort – VIII, 40)

Si vede subito l’odio, artatamente instillato nella Bibbia: prendere invece che dare, prevaricare, diffondere falsa testimonianza per uno scopo interessato. Anche se non veniva fornita spiegazione, nelle menti rimaneva l’odio per il contadino.  Il contadino ha portato alla moltiplicazione degli uomini sulla faccia della Terra e forse questa può essere stata intuita come causa di problemi futuri. Sta di fatto che si tratta di odio anche in questo caso. Gli insegnamenti sull’odio, quindi, vengono da lontano. In questo senso, il Nuovo Testamento ha spazzato via molti discutibili principî del Vecchio Testamento. Ma, dopo questa parentesi sulle remote origini dell’odio, che può sussistere quando viene negata la propensione al dare, torniamo ai nostri (si fa per dire) politici.

Il politico, dicevamo, non tiene conto che il cambiamento sopravvenuto è dipeso dalla civiltà dell’avere consumistico-capitalistico, che ha sostituito la civiltà dell’essere. E vediamolo meglio.

Buchàrin insegnò a Togliatti che, per creare un mondo comunista, bisognava distruggere la borghesia e la sua cultura. Per questo, oltre che prendere in mano la magistratura, bisognava prendere in mano anche la scuola. Sono pianificazioni che partono dagli anni ’50 e vedere che sta per crollare tutto e che tali pianificazioni non si realizzano fino in fondo, non può che portare all’odio.

I politici volevano distruggere la cultura in un certo modo ma altre forze più grandi di loro intervennero. Stiamo riferendoci al consumismo e alla relativa globalizzazione derivata dallo sviluppo industriale. L’industria, così come è configurata nel mondo attuale occidentale, è per il trionfo del verbo avere. L’industria ti deve convincere che devi avere soldi e spenderli per comperare la gomma americana. In buona sostanza, solo chi ha la gomma americana (o la Ferrari, il che è lo stesso) è qualcuno: lascia stare tutto il resto, devi mostrare che tu hai la gomma americana, allora sei moderno e forse piaci anche alle donne. Non si va molto più in là. Diciamo che questa pubblicità è legittima, anzi legittimissima. Vediamo però cosa succede se contemporaneamente alla creazione del modello consumista, pur legittimo, vi abbiniamo la distruzione della scuola e della cultura precedente, la distruzione della cultura dell’essere borghese, quella dei nostri padri, che ha fatto arrivare l’Italia ai primi posti nel novero delle azioni più progredite e più civili.

L’essere è stato distrutto. Essere significava identificarsi. Ero una persona che partecipava alla festa del Patrono? essere una persona che partecipava alla festa del Patrono mi identificava con altri che vi partecipavano. Era cultura. Eravamo: voce del verbo essere. Ora non si partecipa più, la festa del Patrono sembra che sia ridicola. La festa del Patrono non aveva solo un valore religioso ma aveva soprattutto un valore culturale, di identificazione, di aggregazione.

Mi mettevo sull’attenti all’alza-bandiera? non lo facciamo più, non ci identifichiamo più, non siamo più. La schiacciata (pinza) alla mattina dell’Epifania: s’inizia col non farla più o farla diversa (i forni che la fanno sono diminuiti e comunque non si applica più la ricetta tradizionale), non ci identifichiamo più con gli altri, non siamo più veneti, italiani. Un poco alla volta, con gli altri che frequentiamo, non abbiamo più alcunché in comune. Si potrebbe proseguire a lungo. Buchàrin aveva ragione: bisognava distruggere lentamente, pervicacemente, la cultura borghese.  Ma cultura era anche trovarsi tra simili e dirsi l’un l’altro: è bello essere onesti… farsi fessi l’uno con l’altro non fa parte almeno della nostra cultura veneta. Poi, anche una cultura non veneta ha contribuito a cambiarci, almeno in parte ma questo è ancora un altro discorso che ci porterebbe molto lontano.

In buona sostanza, io ‘ero’ in un certo modo ed altri veneti ‘erano’ in modo analogo, così come l’italiano medio ’era’ in un certo modo e gli altri italiani medi ‘erano’ abbastanza nello stesso modo. C’era un orgoglio nell’identificarsi, nell’essere in un certo modo piuttosto che in un certo altro.

Una volta, quando mi trovavo in Belgio per lavoro, correvo in autostrada e un camion targato Lecce, vista la mia targa di Treviso, mi fece capire di fermarmi al primo distributore di benzina. Mi fermai… il camionista mi disse festosamente che eravamo tutti italiani, leccesi e trevigiani, lontani da casa e mi offrì un bel caffè. Eravamo: eravamo italiani, voce del vero essere, non del verbo avere. Avevamo una cultura, una lingua, qualcosa che ci accomunava: la distanza tra Lecce e Treviso era stata minimizzata dal fatto che avevamo la stessa cultura italiana.

I comunisti pensavano di sostituire l’abolizione dell’ ‘essere’ borghese con la creazione dell’ ‘essere’ comunista. Invece, la situazione è sfuggita loro di mano e l’essenza borghese è stata sostituita sì ma… non dall’essenza comunista, bensì dall’avere, di foggia consumistico-capitalista.

Per distruggere l’essenza che identificava i borghesi si è dovuto disprezzarla, ridicolizzarla. Così, è subentrato il falso insegnamento:

“Caro il mio sognatore, se pensi all’essere, al sapere, alla cultura, sei un babbeo. Anche un ministro ti ha detto a chiare lettere che con la cultura non si mangia. Non importa a nessuno chi sei, perché, in realtà, una cosa sola sei: sei fuori moda! superato! coloro che contano, hanno! ricordati che non puoi avere il penultimo modello di telefonino, devi avere l’ultimo! devi mostrare i soldi che hai, solo allora sarai accettato nel club di quelli che hanno e che quindi contano qualcosa! una volta entrato tra gli eletti, non ne uscirai più! farai carriera e sarai considerato, stimato! avrai conoscenze, le quali sono tutto! uno che gira in Ferrari conta di più di uno che ha scritto un trattato di psicologia comparata: lo devi sapere a priori, il  tuo eventuale trattato di psicologia comparata o quello che sia, non val nemmeno la pena di leggerlo! non si usa più! e ricordati: se non puoi comprarti l’ultimo telefonino, fatti furbo! ruba! drogati! più la droga costa, e più sarai nel gruppo degli eletti! da là e solo da là parte il successo e, in definitiva, la felicità! ricordati, caro babbeo, i due punti primi del nuovo vangelo, quello odierno, quello invalso, quello in uso tra gli uomini di mondo:

  1. Il furbo fa fesso il minchione. Con sua buona pace, sarà sempre un minchione.
  2. L’avere si dimostra coi soldi. L’essere, invece, si dimostra con le chiacchiere, col bla bla, non con i fatti e quindi non ha riscontro alcuno. Resterai sempre l’ultimissima ruota del carro. Le donne vogliono i mezzi, l’agiatezza, non importa come li avrai guadagnati.”

Il politico odierno, quindi, non è: ha, o quanto meno cerca di avere. Essendo un nulla, può trasformarsi in qualunque tipo di essere che gli convenga in quel momento: non ha valori, non ha coscienza, pensa solo a fare tutti fessi e a prevaricare, costi quello che costi… e un’altra regola dialettica oggigiorno invalsa è questa: ricordati di non ammettere mai di aver sbagliato e se, per esempio, avevi detto che volevi gli extra-comunitari ed ora non ti conviene più dirlo perché perderesti voti, nega! nega! e ancora, nega! non l’hai mai detto! è tutto un equivoco! per un po’ ti sbeffeggeranno ma poi, di fronte a tanta sicurezza, dubiteranno di loro stessi e di aver ben compreso e, sicuramente, almeno qualche elettore lo recupererai! impara il viver del mondo, caro mio…

Come finirà con questo letamaio? Gesù, alla fin fine, è entrato nella sinagoga ed ha fatto piazza pulita di chi faceva il mercante dov’era proibito. Al che, qualche sinistroide che non vuole leggi serie perché sa che saranno usate contro di lui e vuole leggi confuse, sciocche, imprecise ed appellabili, insomma possibiliste, buoniste, politically correct (politicamente corrette), avrebbe detto: “Eh ma, la violenza non va mai usata…” e intanto pensa: “Devo stare all’erta perché potrebbe essere usata contro di me, ché sono un delinquente, meglio rendere la pillola all’acqua di rose, buonista).

Ma non si tratta di violenza, perché violenza viene da violare. Gesù non ha fatto violenza: erano i mercanti che violavano la legge, Gesù ha ristabilito l’ordine: ha reagito alla violenza e non ha violato assolutamente regole: le ha fatte rispettare. La violenza va proclamata nei confronti di chi vïola le leggi, non nei confronti di chi vuol farle rispettare: in al caso è un legittimo uso della forza.

“Ma io intendevo i modi… i modi violenti…”

Analogamente, i modi violenti sono di chi usa violenza. Imporre il rispetto di regole trasgredite non è violenza ma ordine per preservare una comunità che altrimenti sarebbe destinata alla distruzione. La gente deve capire che violenza significa violare. se il ladro e il padrone di casa sparano entrambi, il ladro vïola la legge e il padrone di casa la fa rispettare perché, chiaramente, non gli resta altro che esercitare la forza fisica. A meno che come Fantozzi, non salti in testa al padrone di casa di dire: “Ma parliamo…”

Ci sono delle cose talmente evidenti… nel caso del ladro che non si sa perché sia venuto in casa nottetempo, abbiamo avuto la chiara dimostrazione che esiste una volontà che ci odia, che vuole distruggere la cultura attuale, che  lo fa perché non può essere punita eccetera. Come se non bastasse, hanno poi deciso che di notte si può reagire al ladro ma di giorno, se viene il ladro, no, non è detto… e non pagano per questo. E li paghiamo e manteniamo noi, per queste cose che in realtà sono il loro desiderio di distruggere e di essere, alla fine, distrutti.  Sanno perfettamente come è finito l’Impero Romano dopo che, lentamente, i barbari sono penetrati nel territorio.

E comunque, tagliare le pensioni ai poveracci e lasciarle integre ai membri della Corte Costituzionale, che cos’è? si applica la legge retroattivamente ai poveracci e ci si rifiuta di applicarla ai membri della Corte Costituzionale perché retroattiva. E per i poveracci, non era retroattiva? non è questa, forse, violenza? non è forse violare quel  principio sbandierato dai giudici stessi in ogni palazzo di giustizia, che recita: “La legge è uguale per tutti” ?

(Per inciso: come si traduce ‘politically correct’ dal politichese al perbaliano? Si traduce ‘scorretto’). N.b. Perbaliano: italiano della persona per bene, lingua completamente diversa dal politichese. Magari, in un prossimo articolo, faremo un dizionario politichese – perbaliano: d’altronde, così come la cultura borghese, anche il dizionario inglese – italiano ha fatto il suo tempo. Ora tocca al politichese – perbaliano.

Con enorme fatica sono state scritte queste riflessioni: si sogna sempre e la speranza è l’ultima a morire. Questa volta, temo che sia morta anche la speranza, sia per quelli che entrano che per quelli che escono.

Lasciate ogni speranza, o voi ch’entrate. (Dante, Inferno, III,9)

Vogliamo concludere, a mò di speranza e per sentirci vivi, con una notissima frase dello scrittore e filosofo Khalil Gibran (1883 – 1931), libanese, cristiano druso: Nulla impedirà al sole di sorgere ancora, nemmeno la notte più buia. Perché oltre la nera cortina della notte c’è un’alba che ci aspetta .

O che qualche politicastro abbia trovato anche il modo di spegnere il sole?

Alla ricerca del politico serio e del suo entourage, pure serio.

Diran di ognor cognoscer la prudenza,
diran che non aspiran alla ricchezza,
d’aver per contro un’alta  competenza:
vota per lor, con grande immediatezza.

Ma vedi, come ruban con coscienza,
con quale strafottenza dicono bianco,
per poi, nella realtà, puntare al nero
e tu, ti sentirai, ognor più stanco.

E penserai: ma  no, io non dispero.
Qualcuno troverò: un uomo onesto
diverso, da quei perfidi ladroni,
che ponga fine a questo gran dissesto.

Ma non è facile, se questo tu proponi,
cercare perle in mezzo al letamaio:
ricorda ch’è difficile afferrare

un ago nel bel mezzo del pagliaio.

E se, per caso, potessi tu trovare
quest’uomo, di governare degno,
ricorda:  di chi era in compagnia?

di onesti? ma questo allora è sogno!

sarebbe la più grande furberia:
un clan di galantuomini! ma allora
neghiamo quell’ ipotesi iniziale
che disse: ci sono solo ladri e ladri ancora.

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