La nube di Oort – Capitolo 3 [526]

La traduzione da Luserna. (importante)

Celui-là se croit Kant, parce qu’il l’a traduit. (Quel tale si crede Kant, perché l’ha tradotto.) D. Gay de Girardin (scrittrice francese, 1806-1881), L’école des journalistes, 1, 5.

Dove Paolo Ballarin si accorge di come s’inizino dei fenomeni inspiegabili nell’esame di un manoscritto speciale e come egli prenda la decisione di attendere tempi acconci ad un eventuale nuovo esame.

 Venezia, 21 novembre 2010.

Quella mattina, Paolo Ballarin trovò sul suo tavolo di lavoro un plico raccomandato, molto voluminoso, proveniente da Luserna. C’era una lettera d’accompagnamento, dove s’informava che al Centro di Cultura Cimbra avevano fatto una copia anastatica dell’originale e della traduzione e se l’erano trattenuta per ogni eventuale necessità.

Informavano che si trattava di diari, probabilmente scritti da gente strana, se non addirittura svitata. La scrittura era sicuramente di tre persone diverse. La terza scrittura, che interveniva sempre come se fosse una correzione degli appunti, aveva qualcosa di strano nella sua uniformità assoluta. In tale scrittura le lettere erano tutte uguali: la lettera a minuscola era costantemente uguale a sé stessa; così pure la A maiuscola e così via. Le altre due scritture erano di persone colte, con buona prosa, nonostante la lingua cimbra non sia solitamente ben conosciuta. Sicuramente le due persone avevano conoscenze di altre lingue, compreso il latino e il greco. Ci si soffermava sulla terza scrittura, considerata quasi disumana, come se fosse stato un computer ad eseguirne la stesura grafica relativa. Inoltre, la terza persona, o forse macchina, doveva avere una preparazione profondissima, come se avesse saputo tutto.

Era, insomma, la parte più interessante del manoscritto per la sua originalità. Come importanza filologica, il manoscritto era da considerarsi interessante ma non troppo. In tutto il manoscritto, i due autori parlavano del Cansiglio, della pastorizia e di Satana, che li manteneva profumatamente. Oltre ad alcune descrizioni etniche e topografiche (Monte Pizzoc nel Cansiglio, Bus de la Lum) e faunistiche locali (cervi, daini, fagiani, lepri, capre, pecore), entrambi gli autori si diffondevano su immaginari e fantastici colloqui con Satana e su storie da lui raccontate.

Erano storie cosmogoniche, psicologiche, psichiatriche, etniche, politiche, storiche, religiose e così via: fantasie, insomma. Una cosa interessante era che la terza mano, ovvero la terza persona, ovvero l’ipotetica macchina, scriveva sempre e solo per effettuare delle annotazioni in calce ai colloqui con questo immaginario Satana. Nient’altro. Quelli di Luserna dicevano che non valeva la pena di leggerlo: sarebbe stato solo tempo sprecato.

 Allegavano la fattura per il loro lavoro, molto salata.  Al che, Paolo Ballarin procedette a numerare il manoscritto col primo numero libero, il 306666 (numerò inoltre la traduzione in italiano col numero 306666/T_it) e a metterlo in cassaforte tra i documenti importanti da leggere. Di questa cassaforte, solo lui aveva le chiavi.

Pensò: “Bravi, quelli di Luserna, molto bravi… ti rispondono dopo sei mesi, noi paghiamo profumatamente e loro se ne sono fatta una copia…  ora telefono, perché, quanto meno, mi avrebbero dovuto chiedere il permesso: la Querini Stampalia non può lasciare in giro copie senza motivo”.

Paolo: “Qui parla Paolo Ballarin della Querini Stampàlia di Venezia: volevo parlare…“

Una voce lo interruppe: “Ballarin, sono Rauter del Centro di Cultura Cimbra: è successo un fatto incredibile. Avevamo fatto una copia dell’originale e della traduzione del vostro manoscritto.  Li avevamo lasciati sopra una scrivania, vicino ad una finestra. Improvvisamente, hanno preso fuoco e sono andati distrutti. Siamo a novembre e non può essere stato il sole: con ogni probabilità è stata una forma di autocombustione. Avevamo una versione elettronica nel computer: per fatalità, il disco si è sfasciato ed abbiamo perso tutto. Potrebbe rimandarci una copia? Qui, scherzando, abbiamo detto che potrebbe essere opera del Satana che è citato nel manoscritto…”

Ballarin balbettò: “Va bene…”

Era talmente colpito, che s’era dimenticato di fare il calzettone a Rauter. Non voleva demordere e, per mantenere il prestigio della biblioteca, il giorno dopo richiamò Rauter per dirgli che almeno potevano chiedere il permesso di tenersene una copia, anche se tale copia, ormai, non c’era più. Gli passarono Rauter, il quale disse: “Buon giorno, in cosa posso esserle utile?”

Ballarin: “Rauter, sono Ballarin, della Querini Stampalia: ci siamo parlati ieri del manoscritto… del fuoco…”

Rauter: “Scusi: quale manoscritto? quale fuoco?  io non la conosco nemmeno…“

Paolo Ballarin sentì un brivido lungo la schiena: a Luserna non c’era più niente, né ricordi, né documenti scritti, né supporti magnetici, niente… si ricordò del cimbro morto per un  ictus e, se possibile, rabbrividì ancora di più.

Paolo: “Ma… e per la vostra fattura?”

Rauter: “Ma di che fattura parla? ha tempo da perdere?” e sbatté giù il telefono.

Paolo, a sua volta, mise giù la cornetta senza aggiungere altro e, presa la chiave, si avviò verso la cassaforte. La aprì e vide il manoscritto: era là, tranquillo, innocente, in attesa di chissà cosa… da quel momento, Paolo fu un’altra persona. Improvvisamente si ricordò che il numero assegnato in automatico dal computer era il 306666: andò a controllare e si accorse che il numero era corretto. 6666, il numero di Satana… possibile? allora controllò la lettera di accompagnamento inviata dal Centro di Cultura Cimbra: era un numero qualsiasi, 1456/GN. La fattura era la 226. Tutto finiva, comunque, col numero sei. Sembrava quasi un marchio, un avviso, una informazione…

Telefonò nuovamente a Luserna ma questa volta non chiese di Rauter. Disse alla segretaria: “Signorina, ho qui una vostra accompagnatoria da archiviare, il numero è 1456, tuttavia non si legge la sigla dell’operatore: vuole controllare e comunicarmela? Inoltre la fattura numero 226 non ha il destinatario corretto”.

Dopo un minuto circa la signorina tornò al telefono dicendo che l’ultimo numero protocollato era il 1455/GN e GN era lei in persona. Il sei finale non era ancora stato utilizzato. Inoltre l’ultima fattura emessa dal loro ufficio era la 225. Grazie e arrivederci.

Paolo ripose la cornetta e rimase a bocca aperta: il sei finale era sempre il numero di Satana; quel documento, tuttavia, non esisteva più a Luserna… la fattura in suo possesso poteva essere considerata ufficialmente un falso o qualcosa del genere. E per il pagamento? Paolo scrollò le spalle e gettò la fattura nel cestino delle cartacce. Pensò che anche il maestro d’ascia avesse dimenticato tutto e così anche il falegname cimbro del Cansiglio. Chiamò subito Giuponi, il quale ricordava tutto perfettamente. Poi Paolo aggiunse: “Giuponi, per cortesia, mi dia il numero di Luigi Bortolot perché lo voglio tranquillizzare e ringraziare…” Anche il cimbro del Cansiglio ricordava tutto, perfettamente.

A Luserna, tutto scompare…

Allora, solo in quel di Luserna non era rimasto più niente: “Diavolo di un Satana…”, pensò. Tuttavia, un sesto senso gli diceva di non andare ulteriormente a fondo, di lasciar stare… e così fece. Aperta la cassaforte, prese la versione italiana del manoscritto.

La copia italiana, redatta al computer, era di una certa mole e avrebbe richiesto alcuni giorni per essere letta con attenzione. Decise di prendere appunti, in un quaderno, dei passi più importanti  e si mise all’opera.

Una nota introduttiva, fatta in quel di Luserna, diceva che, sulla sinistra di ogni riga, era riportato un numero romano, da uno a tre, dove i primi due erano gli autori del diario e il numero tre si riferiva a chi aveva fatto le annotazioni, là dove si parlava di Satana. Le prime pagine del volume, scritte da Antonio Azzalini, padre di Bruno, erano un riassunto della sua vita, sino al momento della tenuta del diario. Antonio scriveva di essere nato a Vallorch nel 1910 e si compiaceva della sua laurea in lingue, conseguita a Venezia. Scriveva in cimbro per aumentare la segretezza del diario. Faceva il pastore ma, da un punto di vista finanziario, «…la nostra famiglia non ha mai avuto né avrà mai in futuro problema alcuno». L’affermazione suonava troppo sicura, quasi arrogante e in un certo senso, contribuiva a creare in lui un senso d’inquietudine: «né avrà mai in futuro», diceva proprio così…

Pensò: “Un cimbro pastore, abitante su di un cocuzzolo di montagna, laureato in lingue e mantenuto da Satana per sempre… mi dovrei dare un pizzicotto, perché forse sto sognando… “.  Si ricordò del filosofo cinese Chuang-tzu,

[Oppure Zhuangzi o ancora Zhuang-zi, filosofo cinese (370 a.C.?  †301 a.C.?). Il suo libro di filosofia, notissimo, si chiama appunto col suo nome, Zhuangzi. Si dice che, se in una biblioteca dovessero esserci solo i dieci migliori libri al mondo, lo Zhuangzi sarebbe tra questi.]

il quale diceva che forse si era svegli quando si credeva di sognare e viceversa, qualcosa che poi si ritrova nelle Metamorfosi di Franz Kafka. Fuor di metafora, forse aveva sempre dormito di fronte alla vita e solo in questi frangenti si stava risvegliando: cominciava a conoscere una realtà affatto diversa dalle sue attese.

Paolo Ballarin terminò di stendere i suoi appunti nel giorno di san Valentino, 14 febbraio 2011. Terminati gli appunti, ripose la versione italiana del testo originale nella cassaforte e fece una dozzina di copie degli appunti stessi. Sistemò le copie degli appunti in posti strategici. Alcune copie le mise a casa propria, alcune in ufficio, tre nella cassetta di sicurezza della sua banca.

 Poi chiamò suo figlio Toni e disse: “Tu compirai diciotto anni nel 2018 e mancano pertanto sette anni alla tua maggiore età: se non ci sarò più, ti prenderai dalla cassetta di sicurezza della nostra banca una o più copie di alcuni miei appunti che portano il titolo «Cimbri 2043», e te li leggerai attentamente. Prenditi nota del titolo. All’interno troverai anche un foglio, che ti dirà a quale originale facciano riferimento. Si tratta di una cosa molto importante e, dato il contenuto, ritengo che per ora sia meglio che tu non li legga. Se invece, alla tua maggiore età, io sarò ancora vivo, cosa che mi auguro possa accadere, sarà mia cura informarti di tutto“.

Toni rispose: “Papà, perché 2043?  Perché cimbri? “

Paolo: “Per quanto riguarda i cimbri, ormai hai undici anni e questa è una bella occasione per fare una ricerca sul web. Circa il 2043, non posso risponderti, altrimenti sarebbe come rivelare tutto. Ti prego gentilmente di non farmi altre domande e che questo rimanga veramente un segreto tra noi due. Grazie“.

Toni capì che, anche insistendo, non avrebbe cavato il ragno dal buco e che il padre era deciso a non parlare. Suo padre faceva un lavoro affascinante e Toni sperava in futuro di fare qualcosa del genere anche lui, per dimostrare le proprie capacità.

 Per fare meglio, c’erano ben poche possibilità: la Biblioteca Marciana oppure il Museo Correr, entrambi in piazza San Marco oppure qualche altro degli innumerevoli musei della città. Per questo era intenzionato a laurearsi in storia, che gli sembrava la laurea più adatta e omnicomprensiva. Inoltre, suo padre gli aveva detto che gli storici erano sempre bene accolti nei musei.

Dopo il colloquio col figlio, Paolo Ballarin inviò, tramite corriere, due copie a suo fratello Pietro, che da parecchio tempo viveva a New York, accludendo una lettera, dove lo pregava di fare a suo figlio Martin lo stesso discorso che lui aveva fatto al proprio figlio Toni: lo scopo di Paolo era di spargere gli appunti un po’ qua e un po’ là, per evitare rischi. Pietro e Paolo erano quasi coetanei: Pietro era nato nel 1977 e Paolo nel 1974; avevano quindi rispettivamente 34 e 37 anni. Si erano sposati entrambi abbastanza giovani ed entrambi avevano avuto un figlio nel 2000. I due ragazzi erano pertanto coetanei ed avevano in quel momento undici anni.

Quando Pietro e Paolo si sentirono al telefono, Paolo fu informato del fatto che anche suo nipote Martin aveva fatto, all’incirca, le stesse domande. Pietro, Martin e Toni quasi dimenticarono l’episodio: non fu così per Paolo Ballarin, perché gli episodi correlati a «Cimbri 2043» erano stati veramente fuori dal normale.  In ogni caso, Paolo non chiese mai al fratello se avesse letto completamente i suoi appunti. Sembrava tuttavia di sì, perché durante una cena di Natale a New York, Pietro disse: “Sai, fratellino, mi piacerebbe leggere anche l’originale…” poi, tra un brindisi e un augurio di Buon Natale, il discorso non ebbe più seguito.

I ragazzi leggono gli appunti di Paolo Ballarin.

New York e Venezia, 30 giugno 2018.

Martin e Toni Ballarin avevano compiuto i diciotto anni fatidici ed avevano letto entrambi gli appunti di Paolo. Uno di qua e uno di là dell’Atlantico, si stavano scambiando l’opinione che si trattava di una cosa incredibile. Avevano una voglia matta di parlarne con gli amici, forse solo per darsi una certa importanza, ma c’era la proibizione assoluta di Paolo Ballarin, zio di uno e padre dell’altro. E, su questo, i ragazzi sapevano già che tale decisione era irrevocabile. Inoltre, nel caso fosse venuto a galla che avevano parlato con qualcuno, non avrebbero più avuto in lettura gli originali: questa era la minaccia di Paolo.

I ragazzi non vedevano l’ora di leggere gli originali, anche se Paolo aveva spiegato che li avrebbe forniti non appena si fossero laureati e a patto che la notizia non fosse stata in seguito diffusa. D’altronde, gli appunti incutevano un certo timore per le implicazioni del loro contenuto e Paolo aveva fatto capire tra le righe che non erano cose su cui scherzare. Parlarono del 2043, citato nel titolo degli appunti. Secondo una stima, effettuata da Paolo Ballarin e riportata debitamente negli appunti, nel periodo tra il 2042 e il 2045 si sarebbe dovuto assistere a qualcosa di eccezionale per la storia dell’umanità.

Questo si ricavava dalle annotazioni effettuate dalla ‘terza mano’ nelle chiose a commento dei discorsi di Satana. Insomma, se era veramente Satana che chiosava, lo stesso scriveva che in tale periodo tutte le intelligenze dell’universo avrebbero fatto il punto sul pianeta Terra. Inoltre, i ragazzi avevano l’ordine di non parlare per telefono: avrebbero potuto farlo solamente di persona, alla prima occasione.

Il resto degli appunti faceva riferimento ai diari, a una storia dell’umanità rivista in base ai dialoghi tra uno o l’altro dei due cimbri e Satana (ma era poi tale? non era forse solo un’invenzione?). Sembravano, insomma, appunti di un discorso di fantascienza, con tanto di angeli sui carri di fuoco, piramidi, Roswell, Ufo… le solite storie incredibili. I ragazzi tendevano a sottovalutare gli episodi vissuti da Paolo in prima persona e dei quali erano comunque al corrente, come la sparizione dei documenti e dei ricordi da Luserna e così via. Certamente, la sottovalutazione dipendeva dal fatto che, nonostante tutto, il discorso dello zio-padre Paolo sembrava poco probabile, forse al momento degli accadimenti era stanco, chissà… se avessero potuto vedere gli originali…

basilica
Figura 2 – Torre dell’Orologio: I mori, Venezia. 1961

 

 

 

 

 

 

 

 

 

[revisione 31 ottobre 2018]

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