Mastro Benedetto 5 [527]

zarax
La cattedrale di Zara: sembra di essere a Venezia – 1976 – Ernesto Giorgi©

(Vedere anche il precedente Mastro Benedetto 4).  Mastro Benedetto (Benéto) era sempre seduto con i suoi allievi al Caffè Floriàn, in Piazza San Marco. Si dibatteva il tema “se gioventù sapesse, se vecchiaia potesse”.

Alcuni allievi, più che altro per sentito dire dai propri genitori, sostenevano, forse per far piacere a Benedetto, che la gioventù sbagliava di molto nel rifiutarsi di ascoltare gli anziani.

Al che, Benedetto chiedeva: “Prima che io esponga la mia opinione, siete ben sicuri che i giovani dovrebbero ascoltare i suggerimenti degli anziani?”

Alzò la mano un allievo: “Sì, maestro, io ne sono sicuro. Ad esempio, il fatto stesso che i proverbi dei nostri antenati latini siano ancora tutti attualissimi, è una lampante dimostrazione che, come dice l’Ecclesiaste (Qohelet, 1,9) nell’Antico Testamento: <<Ciò che è stato sarà e ciò che si è fatto si rifarà; non c’è niente di nuovo sotto il sole.>> Noi giovani quindi facciamo malissimo nell’ignorare i suggerimenti degli anziani, perché le cose successe agli anziani succederanno inevitabilmente anche a noi.”

Benedetto: “Bravo, bravissimo, vedo che ti sei preparato e soprattutto vedo come ti piaccia la materia. Purtuttavia… debbo dire che non sarebbe tanto facile raggiungere tale obiettivo e questo per varie ragioni. Queste ragioni sono facilmente comprensibili e vanno dal fatto che il giovane vuole fare le proprie esperienze al fatto che può darsi che al giorno d’oggi i problemi si possano affrontare differentemente ma io mi voglio soffermare sulla ragione forse meno considerata e si tratta di una ragione improntata alla massima praticità: il giovane che accettasse e pertanto mettesse in pratica i consigli degli anziani avrebbe forse successo ma sarebbe completamente isolato dai suoi coetanei. Ad esempio, la sua moderazione a tavola, su consiglio degli anziani, contrasterebbe eccessivamente, in una tavolata allegra e spensierata, non solo con l’alimentazione degli altri ma porrebbe anche un limite a determinati voli dialettici che egli volesse declamare. E mi spiego. Arriva la peperonata piccantissima, che viene accolta dalla tavolata dei giovani come un’allegra sfida. In quel momento, aleggia sicuramente nell’aria il ‘carpe diem’ del Lorenzaccio: chi vuol esser lieto, sia… tutti accolgono con ansia e divertimento la sfida della peperonata e il nostro giovane morigerato non potrebbe certamente fare il morigeratore, ché nessuno gli presterebbe la pur minima attenzione. Ovvero, gli sarebbe inibito quel ruolo di trascinatore al quale ognuno, nel suo profondo, aspira. Chi ascolti dunque il consiglio dell’anziano a proposito del cibo piccante e si proponga di convincere gli altri, risulterebbe un disadattato, un rompiscatole, perché la maggioranza delle voci avrebbe il sopravvento e gli altri riuscirebbero a zittirlo. Per cambiare la regola in discussione e cioè ‘se gioventù sapesse, se vecchiaia potesse’, bisognerebbe che tutti, dico tutti, i giovani cambiassero contemporaneamente. Il che porta il nostro discorso su altri lidi, sul cambiamento di una persona. Chi mi sa dire qualcosa su questo argomento?”

Un allievo: “Maestro: la difficoltà del cambiamento è implicita nella favola greca di Esòpo e delle due bisacce: come tutti sanno, Promèteo era un semi-dio che aveva creato gli uomini dal fango e subito dopo averli fabbricati, pose loro sul collo due bisacce, oggi diremmo due zaini, uno davanti, contenente i difetti degli altri ed un altro zaino dietro, contenente i difetti propri. La morale è che ognuno di noi vede il contenuto dello zaino davanti e pertanto vede i difetti altrui, mentre non vede affatto lo zaino coi difetti propri, perché lo stesso si trova sulla schiena. Difficile è quindi il cambiamento perché i propri difetti non sono nemmeno visti.”

Benedetto: “Bravo: aggiungi che, secondo me, lo zaino sulla schiena è anche sigillato. Difficilmente sono praticati cambiamenti anche minimi. Chiarirò, come al solito, con una esemplificazione: supponiamo che io abbia dietro la schiena il mio zaino, come dice Esòpo, contenente l’ira. Per me l’ira è una valvola di sfogo. Quando subisco una serie di torti, mi sento squilibrato nel comportamento, mi sento che per rimediare allo squilibrio in me indotto, devo fare qualcosa: essendo per l’appunto un iracondo, l’ira sarà la mia riequilibratrice. Ci sono persone che hanno nello zaino il pianto e per riequilibrarsi usano tale caratteristica. Cambiare significa quindi non essere più la stessa persona. Non solo ciò è difficilissimo ma ti renderebbe anche irriconoscibile dai tuoi intimi.

Ricordate: quando una persona ha un certo comportamento, difficilmente lo cambierà. Posso dire che, sin dall’infanzia, i genitori consegnano al figlio una carta pergamena che chiameremo ‘copione’. Il figlio si affaccerà sul teatro della vita con questa parte da recitare e la reciterà. Sul copione sta scritto tutto, tutto, anche quale sarà l’epitaffio che andrà apposto sulla sua pietra tombale. Se vi sembra impossibile, posso darvi decine di esempi e cominciamo con uno: il ragazzino iracondo per natura, sin da piccolino, quando veniva contrariato, sbraitava. Agli attoniti astanti, la madre spiegava: <<Fa così perché è stanco: quando è stanco, ha sempre questi scatti…>>. Il ragazzino capisce che l’iracondia è proibita e la stanchezza invece no.

Da grande, se viene contrariato, non esploderà più frequentemente negli scatti d’ira ma sbadiglierà: questo si chiama racket; egli ha sostituito l’ira con la stanchezza. Mi direte che l’ira potrebbe essere scomparsa definitivamente… no! perché dopo dieci, venti sbadigli, quando ‘la misura sia colma’, non sbadiglierà più ma esploderà in urla spaventose. Egli si riconosce il diritto di farlo perché ha accantonato l’ira per troppo tempo. Egli ha un album di figurine vuoto. Ad ogni sbadiglio per ira repressa, egli aggiunge una figurina all’album. Quando l’album sia completo di figurine, egli autorizza sé stesso a fare una bella scenata. Gli albums di figurine possono essere grandi, piccoli e possono essere buttati via se uno si riscrive il copione. Cosa difficile, difficilissima. Di solito, non si riesce a riscrivere solo una parte del copione perché il contenuto è aggrovigliato. In tali casi, per riscrivere il copione, conviene gettarlo via e riscriverlo tutto da capo ma così facendo si gettano via anche gli insegnamenti buoni.

Uno dei drammi del nostro tempo è che molti sono coloro che gettano via il copione e lo riscrivono, perché troppe sono, a loro avviso, le differenze tra la cultura dell’essere, che è stata loro insegnata nell’infanzia e la cultura attuale dell’avere.”

Annunci

1 commento su “Mastro Benedetto 5 [527]”

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

w

Connessione a %s...