Un dialetto antico [529]

1960_Parlanti
1960 – Due parlanti il dialetto della Sinistra Piave, Antonio Baseotto e Alessio Pinese, entrambi scomparsi. – Ernesto Giorgi ©

La Sinistra Piave costituiva un’isola culturale all’interno del Veneto. In questa zona, così come il dialetto è più antico e radicato, anche le tradizioni sono più antiche e radicate. Questo parallelo si ricava da studi concreti di linguistica e di antropologia culturale, confrontati tra loro e validi per tutti gli esseri umani.

Per chi volesse approfondire, abbiamo messo a disposizione una bibliografia abbastanza nutrita. Varie sono le ragioni che fanno di un territorio un’enclave che mantiene dialetto e tradizioni: segnatamente, l’isolamento può dipendere da motivi economici (una zona dedita prevalentemente all’agricoltura con pochi artigiani indispensabili mentre le zone viciniori sono dedite sia all’agricoltura che al commercio, come pure ad un artigianato operante più a vasto raggio), da ragioni amministrative (una zona amministrata per secoli da conti o marchesi più conservatori rispetto alle zone viciniori amministrate in modo più liberale) o da ragioni topografiche (in Italia settentrionale si tende a gravitare attorno ad un reticolo di cittadine-capoluogo poste a venti-trenta chilometri l’una dall’altra mentre in Italia meridionale i centri sono molto più grossi e più distanziati per questioni di pirateria saracena) oppure per più ragioni assieme. Questi effetti non scompaiono rapidamente e permangono per lungo tempo: un classico esempio è la Puglia dove ci sono tutt’ora varie città di centomila abitanti, distanti tra loro 70-80 chilometri e il tipo di urbanizzazione permane, nonostante non ci sia più il pericolo dei pirati saraceni. Ormai, i pugliesi sono abituati a questa configurazione territoriale, così come noi siamo abituati alla nostra.

Un tipo di urbanizzazione diversa, per tornare all’esempio della Sinistra Piave, comporta anche meno scambi culturali con le zone viciniori: se la Sinistra Piave ha avuto per lunghissimo tempo meno artigiani, i pochi artigiani della Sinistra Piave non saranno stati inseriti in scambi culturali e commerciali così come lo possono essere altre zone con delle società economicamente e culturalmente analoghe.

In compenso, la Sinistra Piave può aver sviluppato altre caratteristiche. Ad esempio, i Collalto di Susegana e i Porcìa di Oderzo-Pordenone (originariamente longobardi e che insistono sul territorio dal 958 dopo Cristo) hanno dato vita ad una serie di fiere molto importanti. La Fiera di Santa Lucia di Piave, una delle più antiche, assieme alla Fiera di Sacile (voluta dai Porcìa) pur quella antichissima sono una caratteristica della nostra zona. Altre fiere così datate in provincia di Venezia e di Treviso non si trovano. Ce ne sono alcune a Padova, una in quel di Vicenza (Grisignano) ed una in quel di Verona (Bussolengo).

Come si vede, sotto l’apparente monotonia, esistono aspetti e realtà storiche affatto differenti.

Mentre Treviso e il territorio circostante gravitarono per lunghi secoli nell’orbita veneziana, acquisendone osmoticamente alcuni aspetti del linguaggio (il dialetto trevisano cittadino ha molto in comune col veneziano, tranne l’intonazione della parlata), la Sinistra Piave non fece altrettanto.

Ragioni storiche farebbero optare per una influenza del dialetto veneziano sulla parlata della Sinistra Piave: invece è vero proprio il contrario e l’eventuale prevalenza di Venezia come importanza non ha nulla a che vedere con il flusso della lingua, di cui parleremo, perché alcuni pretenderebbero che Venezia avesse influenzato il resto del territorio anche col suo dialetto.

Esisteva un nucleo che parlava un dialetto proto-venetico: parliamo dei tempi di Cristo, in modo che il dato rimanga impresso nella mente del lettore, anche se abbiamo tracce più antiche, come potete leggere agevolmente da Storiografia dei Veneti 1-8, (e qui rimandiamo al primo degli otto articoli per ora pubblicati).

Quando eravamo ancora quasi dei Celti, i centri erano:

  • Trento
  • Este
  • Padova
  • Bologna
  • Oderzo
  • Aquileia

I due centri che ci intesserebbero sono pertanto Oderzo ed Aquileia. Aquileia, più orientata verso nord-est, contribuì a sviluppare tutta una serie di dialetti Friulani-Giuliani, compreso il bisiàco (o bisiàcco) di Monfalcone-Gorizia, di cui abbiamo già parlato e di cui eventualmente parleremo ancora. Quella che invece fu il fondamento della trasformazione da proto-venetico a venetico e successivamente a dialetto veneto fu la parlata della Sinistra Piave. Siate orgogliosi quindi, di appartenere alla parlata dei fondatori della lingua veneta. Sappiamo che da un punto di vista storico, dopo l’arrivo di franchi, longobardi e così via, l’attuale metropoli (Venezia) fu fondata dai veneti e il primo Doge di Venezia fu un opitergino, Paolo Lucio Anafesto, o Paolucio, che esercitò il dogato dal 697 al 717 ma qui, se ce ne fosse bisogno, vogliamo avvalorare l’aspetto storico con un nostro studio linguistico.

Se la storia ci dice che Venezia è legata sin dalle sue origini ad Oderzo e quindi alla Sinistra Piave, lo stesso deve essere dal punto di vista linguistico, dove cercheremo di apportare qualche tassello. Mancherebbe poi qualche genetista che studiasse le somiglianze dei gruppi sanguigni, dei geni e così via, per rafforzare il tutto.

Affrontiamo il problema linguistico. Diciamo che la Sinistra Piave fosse isolata (come detto sopra) e che avesse all’origine il dialetto più antico (c’era Oderzo e, molto più in là, Aquileia).

Nella Sinistra Piave, c’era quindi il dialetto più antico e originale? Certamente sì ma lo dobbiamo dimostrare. Dice Merritt Ruhlen (vedi bibliografia) che dalla zona originale una parlata si diffonde nelle zone viciniori con delle trasformazioni che sono identiche per tutti gli esseri umani (e per tutte le regioni del mondo). Quindi una certa trasformazione che sussista tra una parola della Sinistra Piave e la stessa parola a Venezia, ci consente di stabilire:

  • Il centro dove si usava quella parola da più tempo.
  • Di conseguenza, il centro dove tale parola è in uso da meno tempo.
  • Il tempo trascorso (approssimativamente) nella modificazione della stessa parola.

Lo stesso identico fenomeno vale, ad esempio, se la parola parte da Bombay, in India e arriva a Nuova Dehli, sempre in India. Non dipende quindi dalle popolazioni, dai dialetti o dalle zone geografiche perché i fenomeni linguistici sono tutti fenomeni comuni, da sempre, in tutto l’orbe terracqueo. Questo perché è ormai fuori discussione che sia esistita una proto-lingua comune per tutta l’umanità.

Chi non fosse d’accordo, dovrebbe spiegare perché tre parole (ne citiamo tre perché tre indizi dovrebbero costituire una prova ma potremmo citarne a decine) sono foneticamente equivalenti in tutte le parlate del mondo:

  1. Acqua.
  2. Uno, che molte volte è sinonimo di ‘io, me’.
  3. Due, che molte volte viene detto ‘un paio’.

Parliamo ora dell’acqua, per dimostrare che in tutto il mondo si tratta della stessa identica parola originaria dei nostri antenati.

Quale sarà mai stata la prima parola unica per acqua? Non si sa.

 (A)qwa(t) in proto-indoeuropeo, ha dato origine ad acqua, ovviamente, ma anche a water (regola della ’a’ iniziale che cade e della ‘q’ iniziale che segue l’evoluzione Q>W>H) secondo il processo (a)qwua(t) > qwua(t) > WWua(t) > Wat.

Lo stesso processo ce l’abbiamo in Qwetwores (quattro) che è diventato, per caduta della q,  twores. Poi twores è diventato twieres, twieres è diventato twier e twier è diventato il tedesco vier, pronuncia fier (vedi sotto t > f oppure v > b. In inglese twores e diventato twor , poi twour e poi four. Qwetwores ha originato il latino quattuor, l’italiano quattro eccetera. Il greco da twores ha sviluppato tesseres e poi tessera.

Abbiamo visto quindi come la q cada facilmente, come tutte le consonanti difficili da pronunciare, per cui abbiamo ad esempio P, che diventa F, che diventa H, perché P è più difficile da pronunciare di F che a sua volta è più difficile di H.

Benveniste (vedi bibliografia) aggiunge che ciò è sempre vero ed è ancor più vero andando da oriente verso occidente, dove esiste anche il fenomeno delle consonanti gutturali che diventano labiali. (Kerbero, greco, Berberos, spagnolo, che significa in entrambi i casi ‘colui o coloro che sono colorati’ qualcuno pretendeva che Berberos fosse come Barbaros, ma Barbaros (onomatopeico) è di nuovo greco e significa ‘coloro che balbettano, che non parlano bene la lingua’).

Gli esempi possono essere diversi: auto, in greco si pronuncia aftò, meno faticoso. Gli spagnoli tendono a dire B al posto di V. Ad esempio l’esclamazione vàja con Diòs! viene pronunciata Bàia con Diòs! (che Dio ti accompagni e ti protegga), dove comunque dalla pronuncia non si capisce bene se si tratti di una V o di una B. Il passaggio da V a B, quindi, è a metà strada.

Altre evidenti accezioni (e ne citiamo solo alcune)  di acqua sono:

aco (lingua kaffa, Etiopia), hacca (mongolia), wate (badditu, sempre Etiopia, abbiamo quindi  in Etiopia la versione ‘italiana’ e la versione ‘inglese’). Aqoi, (cuscitico, Etiopia e Kenia)

In Iraq abbiamo, tra i vari dialetti, aha, waha o waho (come l’inglese)

In Africa meridionale abbiamo akau, kau, k’a, aqa, axa, koi, kwe.

Ittita antico kwe, rumeno a’pa e a’pe, in bulgaro antico (gotico) ahwa, che significa anche fiume, in Cina abbiamo il tocario e simili con qwak, kwok, yok.

Tra gli Ainu, nel nord del Giappone, abbiamo wakka, e il giapponese aka (acqua morta, acqua di sentina). Il ceceno aq, bere acqua, succhiare, poppare. In America del nord il dené-cauacasico akwum, piovere. Il cinese-tibetano ah-qu, fluido, versare, bere. Il newari nepalese khwa, khwo, acqua, l’australiano aborigeno guagua, acqua, gugu, bere. In Nuova Guinea (Australia) kuku, bere. IL papuasico-awyu ha la forma duplice okha, acua.  Nel nord America (regione dei Grandi Laghi) il protoalgonchino almosano-keres-sioux fa semplicemente hakwa. Nel nord America occidentale (California) abbiamo il gruppo delle lingue penuti che fanno akas, acqua, aks, bere, waks, lavare (per inciso, in inglese, lavare si dice wash) yaks, lavare, uga, acqua, anqaa, fiume.

In America centrale abbiamo il protochinanteco gwa, fiume, corrente d’acqua, agu, io bevo, il cuicateco hqwai, piovere, hqwan, lago. Resta l’America meridionale: nel ramo chibca abbiamo vari dialetti che fanno kua, bere, koa, bere, nelle Ande abbiamo l’iquito che per acqua fa semplicemente a’qua, il quechua (la lingua degli Inti Illimani) che fa oqwo, mi bagno, y’akw(a) per acqua, il genneken fa jaguap, acqua, aka, lago. Abbiamo nell’estremo sud aqoa, pioggia, okoa, acqua: piovere ed acqua si distinguono in questo esempio solo per la vocale iniziale.

Se credete che tutto ciò possa essere un caso… lo stesso vale per la parola uno e per la parola due ma penso che in questa sede sia sufficiente fermarsi qui.

Ci sono quindi delle regole ferree che accomunano l’evoluzione delle varie parlate e l’origine delle lingue non può che essere unica.

Torniamo al nostro discorso originario ed esaminiamo l’evoluzione d > ð > z nonché l’evoluzione t > θ > s.

Come tutti i linguisti sanno, la lettera originaria d, nel tempo e nello spazio, tende a trasformarsi in z, dopo aver sostato nella lettera ð.

Non è possibile il contrario. Dice Rohlfs (vedi bibliografia) che la ð e la  θ esistono in Italia solo in certe parlate della Sinistra Piave, così come succede in Inghilterra.

La ð è la fricativa dentale sonora.

Ripetiamo che la ð suona in inglese come nella parola that, they, them, thus, those.

Prendiamo quindi la parola ginocchio che nella Sinistra Piave fa ðenòcio e che a Venezia fa zenòcio. Per forza di cose, il veneziano ha preso dalla zona di Oderzo, perché l’evoluzione z > ð è impossibile.

Esempi dalla Sinistra Piave a Venezia.

ðenòcio, ginocchio, diventa zenòcio

ðént, gente, diventa zénte.

ðàl, giallo, diventa zàło

ðegùa, cicuta, diventa zegùa

ðenàro, gennaio, diventa zenàro

ðenðìva, gengiva, diventa zenzìva

ðiòba, giovedì, diventa ziòba.

ðogàr, ðogàtol, ðiògo o ðògo, diventano zogàr, zogàtoło, zógo

ðóven, giovane, diventa zóven

ðontàr, aggiungere, unire, diventa zontàr

tièða, fienile, diventa tièza. (A Venezia ci sono pochi fienili…)

ðaghét, chierichetto, diventa zaghéto

Parliamo ora dell’evoluzione t > θ > s, dove θ è la fricativa dentale sorda.

Le parole in inglese che citiamo come esempio sono thing, thumb, thousand, theater.

Ricordiamoci che l’evoluzione s > θ è impossibile.

Quindi, dalla Sinistra Piave a Venezia:

θaratàn, ciarlatano, diventa saratàn

θànca, sinistra, diventa sànca

θarèsa, ciliegia, diventa sarésa.

θarvèl, cervello, diventa sarvèło

θavàta, ciabatta, diventa savàta

θéna, cena, diventa séna

Inutile proseguire. Abbiamo dimostrato come il passaggio ð>z e il passaggio θ>s attestino il passaggio dalla forma originale, più antica, alla forma derivata per traslazione ed acquisizione. Secondo Benveniste, la completa trasformazione da ð a z è più lenta della trasformazione da θ a s perché θ è più difficile da pronunciare e quindi prima te ne liberi e meglio è. Non è argomento del contendere quando ciò si sia verificato. All’origine del fenomeno, Venezia non c’era.

 

 

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