La nube di Oort – Capitoli 10 e 11 [538]

{Nota dell’autore: anche se non sei un lettore de La nube di Oort, ti consiglierei di leggere questo articolo, il quale contiene una disamina completa della situazione dei nostri tempi, sia come confronto delle varie civiltà esistenti rispetto al passato, sia per il confronto  per il singolo tra il modello di sviluppo (?) attuale nel mondo occidentale e il modello che invece è esistito per secoli.}

Capitolo 10 – Diario di Antonio Azzalini del 3 marzo 1951. (facoltativo)

Desde luego, es más cómodo saber poco que saber mucho. (Ovviamente, è più comodo sapere poco che sapere molto.) M. Menendez y Pelayo (critico spagnolo, 1856-1912).

Commenti sulla bibliografia suggerita. L’Impero Romano e le civiltà occidentali moderne.

Venezia, pomeriggio 11 luglio 2043.

Paolo Ballarin: “Vi leggo alcuni passi di Antonio Azzalini circa i libri proposti da Belial.”

 

Vallorch, 3 marzo 1951.

Mi sono letto i sette libri proposti da Belial e sono arrivato a delle conclusioni schematiche che riporto qui di seguito:

L’uomo da solo non ha senso: è troppo inserito nella sua specie, troppo collegato a chi vive vicino a lui e quindi, benché ogni uomo sia unico, è importante tenere conto che tutta la sua vita ha un senso se lo inseriamo nella sua famiglia, nella sua organizzazione e così via, su e su ancora sino alla sua nazione, dove il termine stesso viene da nascita, denota cioè quelli che sono nati in modo analogo al singolo individuo.

 Dico questo perché ognuno di noi è convinto di essere completamente diverso dagli altri ma i fatti dimostrano che non è così: egli è molto simile agli altri uomini e quanto più egli è vicino socialmente agli altri, tanto più egli è simile a questi altri, sia per tradizioni che per obiettivi.

Più le persone sono vicine come cultura e più avvengono fenomeni del tipo delle tessere del domino citati da Belial: le persone sono prevedibili a livello di motivazione profonda.

Questo si trova chiaramente descritto nel romanzo incompleto di Robert Musil, L’uomo senza qualità. Le caratteristiche comuni si spingono oltre, anche nel tempo, e Gianbattista Vico ci parla di cicli prevedibili.

Spengler si spinge ancora più in là e ci fornisce un quadro di come l’umanità abbia dei comportamenti ripetentisi ciclicamente.

Ad esempio, Spengler ci dice che le civiltà durano mille anni circa e all’interno di questo ciclo di mille anni ci sono dei periodi in cui comandano delle caste ben precise.

I protagonisti che si alternano in una società sono primamente i militari, poi gli intellettuali (o sacerdoti), poi i commercianti e per ultimi i lavoratori manuali.

 [Vedere i libri di Sarkar e di Ravi Batra, non importa quale libro in particolare: vanno bene tutti.]

 I militari non manipolano il popolo. Comandano in una prima fase in modo saggio anche se dispotico. Non c’è corruzione e le donne sono considerate come delle protagoniste.

Tutto sommato, i militari non sono abbastanza colti e preparati e dopo un certo tempo hanno bisogno degli intellettuali che li aiutano con le sottigliezze che gli intellettuali stessi conoscono e che sono proprie dell’arte di governare.

Lentamente, gli intellettuali, senza esporsi (non lo fanno mai), si rendono indispensabili, sino a quando il vero comando è nelle loro mani.

Nel periodo degli intellettuali, le donne non sono apprezzate e non sono nemmeno considerate, così come succede con tutte le altre categorie, plagiate e manipolate dalle regole assurde degli intellettuali. Le regole che sembrano e sono assurde rispondono tuttavia a criteri di manipolazione ben precisi.

Il malcostume e il senso dell’ingiustizia si diffondono tra la popolazione. Alcuni, stanchi della situazione, cominciano a pensare solo al guadagno e il loro numero aumenta sempre di più.

La ricchezza si concentra in poche mani e gli intellettuali, lesti, sono pronti a trasformarsi e a mettersi al servizio dei nuovi ricchi. Conta solo il dio denaro e tutto è mercificato.

Non c’è più morale e tutto è corrotto sino a quando i lavoratori manuali non ne possono più.

S’iniziano dei sommovimenti, guidati da alcuni coraggiosi che, giudicandoli dalle loro caratteristiche fondamentali, sono come militari. Questi ultimi assumono il potere e il ciclo s’inizia nuovamente.

Dobbiamo notare che in tutto il ciclo i lavoratori manuali non hanno mai comandato ed hanno sempre subito, tranne che nel periodo dei sommovimenti, in cui si sono ribellati, per essere poi immediatamente guidati e comandati dai militari.

Nella storia umana, queste fasi si ripetono incessantemente. Dopo un ciclo completo (militari, intellettuali, commercianti, lavoratori manuali, militari), che dura circa mille anni, la civiltà finisce.

Come esempio dettagliato, fornisco quello della civiltà occidentale.

L’Impero Romano.

S’inizia (era dei guerrieri) con Augusto nel 100 d.C.

Nel 284 d.C., con Diocleziano, siamo al massimo della potenza.

S’iniziano le prime avvisaglie di dispotismo alquanto illuminato: gli intellettuali della Chiesa aiutano Costantino a sopravvivere e lentamente la Chiesa comincia ad aumentare il proprio potere. A questo punto, i veri insegnamenti di Cristo si perdono e il prete si trasforma da guida morale in parassita.

Nel quarto secolo comandano gli intellettuali-preti e i militari in realtà obbediscono. Nel quinto secolo s’inizia pertanto l’era degli intellettuali che in Occidente si protrae sino al nono secolo.

Vedremo poi, parlando dei sincronismi, come il periodo di Carlo Magno fosse destinato a rimanere un episodio. Carlo Magno fu la causa scatenante dell’avvento degli acquisitori: proprietari terrieri, feudatari e commercianti. Non è che prima non ci fossero i commercianti: solo che contavano molto meno.

L’era degli acquisitori – commercianti proseguì sino al 1348, l’anno della Peste Nera. Sino a quell’anno, i lavoratori manuali non contavano davvero niente. Con la peste, morirono (assieme agli altri) gran parte dei lavoratori manuali e quelli rimasti acquisirono una notevole importanza per l’economia. Il periodo successivo fu quello dei lavoratori manuali sopravvissuti che fecero delle guerre atroci con i feudatari – padroni. Nel 1453 finì anche l’Impero Romano d’Oriente e nel 1460 s’iniziò la civiltà rinascimentale con Luigi XI che sconfisse nobili e feudatari e instaurò un comando militare con una monarchia accentratrice ed assoluta. Lo stesso successe in Ispagna nel 1480 con Ferdinando ed Isabella e lo stesso nel 1485 in Inghilterra con la forte monarchia di Enrico VII. In Occidente s’iniziava il nuovo ciclo sociale.

Civiltà occidentali moderne.

La nuova età dei militari – guerrieri – monarchi durò sino al 1688, quando in Inghilterra la Rivoluzione Gloriosa rovesciò il re e in realtà cominciarono a comandare gli intellettuali, come al solito, indirettamente.

In Francia, dopo il re Sole, i monarchi erano deboli e comandava un Consiglio dei Ministri, mentre in Europa centrale la Casa degli Asburgo era messa in ombra dai cancellieri.

Anche la Rivoluzione Francese e Napoleone furono episodi transitori come quello di Carlo Magno: il congresso di Vienna del 1815 e la restaurazione erano ineludibili dal punto di vista dei cicli storici.

Dal 1860 s’iniziò il periodo degli acquisitori – commercianti e questo durò sino a poco tempo fa, mentre recentemente i primi fermenti (dovuti ai punti deboli degli acquisitori, cioè criminalità, alcolismo, materialismo e malessere generale) ci dicono che siamo nella fase ultima, acquisitori – lavoratori manuali e fra breve, un secolo o due al massimo, dovremmo avere i militari, o qualcosa di simile, che comanderanno nuovamente, dopo una fase alla guida dei lavoratori manuali rivoluzionari.

Abbiamo quindi visto come certe improvvise levate di scudi, come la Rivoluzione Francese, se arrivano fuori dal ciclo corretto, siano sopite. Tuttavia lasciano sicuramente delle tracce, anche se non cambiano il ciclo in corso.

Dobbiamo ora fare un’osservazione estremamente importante: una volta, quando non c’erano le comunicazioni veloci, il mondo era chiuso in piccoli sotto-mondi e ogni sotto-mondo poteva procedere col suo ciclo, anche se diverso dagli altri.

Sia d’esempio il problema degli arabi. Gli arabi hanno avuto il loro ciclo dei guerrieri, partito nel VII secolo ed hanno avuto poi la fase degli intellettuali che affiancavano i guerrieri, che è stata stroncata dagli Occidentali nel XV secolo. Tutti i tentativi degli arabi – ottomani di riaffermare e far prevalere la loro ciclicità, si sono scontrati con la ciclicità occidentale, vedi la battaglia di Lepanto e l’assedio di Vienna. Gli arabi sono ancora fermi ai guerrieri coadiuvati dagli intellettuali.

  Non possono saltare una fase del ciclo. Questo per dire che l’umanità, con la radio che trasmette le notizie in tempo reale, non sa più quali cicli seguire. In questo momento il ciclo del più forte è il ciclo degli Occidentali. Per quelli che si trovano nello stesso ciclo (acquisitori) ciò che succede in Occidente è comprensibile ma, per altre popolazioni, come gli arabi e come i cinesi, è incomprensibile.

Benché gli arabi abbiano avuto delle fasi secondarie commerciali, non possono capire il ciclo prevalente occidentale, perché sono ancora in un periodo dove vorrebbero sviluppare il ciclo dei militari, con serietà e moralità, ma non hanno la forza e l’indipendenza per farlo. Pertanto vedono gli occidentali come degli indemoniati: in realtà, si tratta di cicli diversi.

Per finire, la sfasatura dei cicli che si è creata nella popolazione mondiale e dove ognuno è convinto che il suo ciclo sociale sia quello corretto, sarà la causa di innumerevoli guerre nel futuro.

Inevitabilmente, con le comunicazioni rapide, il ciclo prevalente sarà sempre e solo quello del più forte. Gli altri faranno una guerra per ribellarsi ad usi e consuetudini caratteristici di un ciclo a loro estraneo e, una volta persa la guerra, non potranno far altro che adeguarsi e sentirsi dei disadattati.

Ci aspettano periodi di grande sofferenza. Sarebbe necessario che i cicli fossero nuovamente unificati, in modo che l’umanità avesse l’unità di ciclo che prima regnava all’interno delle piccole società chiuse, che nulla sapevano di quanto accadeva al di fuori dei loro confini.

venezia
Figura 11 – Isola di San Giorgio, Venezia. 1961 – Ernesto Giorgi ©

Capitolo 11 – Diario di Antonio Azzalini del 6 febbraio 1954. (facoltativo)

 Il peggio mestiere è quello di non averne alcuno. Cesare Cantù (scrittore italiano, 1804 – 1895). Attenzione! , XIX

 Ancora commenti sulla bibliografia consigliata da Belial.

 Venezia, pomeriggio 11 luglio 2043.

 ♠

Diario di Antonio Azzalini del 6 febbraio 1954

Mi sono letto con avidità un nuovo libro appena uscito (nel 1951) e me lo sono comperato senza che Belial me lo suggerisse: si tratta de La Folla Solitaria di David Riesman.

Bisogna dire che ciò che succede negli Stati Uniti ci può interessare, se è vero che apparteniamo alla stessa civiltà e allo stesso ciclo sociale e se è vero inoltre che loro sono più avanti di noi, nel senso che ci possono fare da battistrada.  Prima però voglio trascrivere certe mie conclusioni, che comunque non c’entrano niente col libro di Riesman.

Abbiamo parlato a dovizia del disagio che le comunicazioni veloci hanno creato sulla faccia della Terra, giacché le stesse hanno creato problemi per la sfasatura di cicli affatto diversi. Un altro problema gravissimo sta nascendo a livello di singole persone, a seguito della recente evoluzione tecnologica.

Mi spiego meglio: si fa un gran parlare della società moderna, dei figli che non rispettano i padri e del malcostume dilagante. Il malcostume si spiega a sua volta con i cicli sociali che abbiamo appena visto. In Occidente siamo nel ciclo degli acquisitori – commercianti: chi fa parte del ciclo si trova nell’immoralità caratteristica dello stesso e chi invece non fa parte del ciclo, perché appartenente a civiltà diversa, si trova a disagio e con fortissime velleità di rifiuto.

Bisogna costatare però che nessuna spiegazione particolare si trova in letteratura per i figli che non rispettano i padri, se non le spiegazioni connesse alla poca moralità intrinseca del ciclo. Dato che questa spiegazione non mi sembra sufficiente, esporrò qui di seguito la mia opinione in proposito.

Da generazioni, il padre trasmetteva spesso ai figli la propria professione. Un padre carpentiere aveva i suoi attrezzi e li conosceva perfettamente. Egli era in grado di smontarli, di farne la manutenzione, di ricostruirli. Gli attrezzi stessi erano parte del suo essere e della sua essenza di carpentiere. La cultura tradizionale pertanto era tale che, per quanto riguarda la professione di un padre, era da usare il verbo essere piuttosto che avere: il padre era carpentiere e gli attrezzi facevano parte di lui, nella sua essenza.

Quando il figlio osservava il padre, avvertiva che avrebbe appreso una professione: il padre sapeva ciò che diceva e, quando trasmetteva degli insegnamenti al figlio, era come se il padrone di bottega trasmettesse al garzone le sue capacità. Le novità arrivavano di rado: con fatica si distinguevano gli attrezzi del padre da quelli del suo trisavolo.

Era un mondo con le sue certezze e le sue conoscenze: ciò che il padre insegnava era percepito come vero e additava inoltre la strada per il futuro, al fine di farsi una professione e una nuova famiglia. L’evoluzione moderna, invece, ha fatto sì che questo non sia più possibile: se non sempre, molto spesso.

Consideriamo un padre agricoltore: l’evoluzione delle macchine agricole è ora talmente veloce che egli, volente o nolente, si mostra al figlio in tutta la sua inadeguatezza. Non fa a tempo ad imparare come funzioni la  mieti-trebbia appena comperata, non fa a tempo a leggerne il manuale, che arriva il modello nuovo, spesso molto diverso. Questo crea ansia in entrambi: nel padre e nel figlio. Il padre non sa nemmeno se sarà all’altezza di apprendere il funzionamento della macchina prossima ventura e il figlio avverte perfettamente il disagio paterno: il padre è inadeguato, non è in grado di trasmettere niente di completo perché la società tecnologica l’ha messo in una condizione di disadattato, cioè di precarietà totale.

Mentre prima era un contadino professionista, ora non è niente di più che un anonimo superato. Per generazioni i contadini erano stati adeguati ed ora, improvvisamente, non lo sono più. Anche il figlio non è adeguato, ma scarica la colpa sul padre: il figlio rivendica il diritto di ricevere l’insegnamento.

Non pensa che, anche per i figli, l’evoluzione tecnologica sarà troppo veloce: prima di abbandonare il nucleo familiare e di andare altrove con la sua sposa, ha bisogno di certezze.  Il padre, nel suo microcosmo di prima, era affidabile e sapeva qual che faceva. Ora ha acquistato, ad esempio, la seminatrice sbagliata e se ne accorge dopo aver commesso lo sbaglio: non è affidabile nemmeno per sé stesso, figuriamoci per il figlio.

Il figlio non perdona: la sua immagine di un padre da imitare, senza scomodare Edipo, senza scomodare la castrazione e tutte le altre storie di psicologia, viene a mancare.  Il figlio si accorge che ne sanno di più (forse) i suoi amici coetanei. Non ha più un protagonista da emulare.

L’esperienza poi gli farà capire che questi cosiddetti amici sono incompetenti come lui e come il padre, se non di più. Il figlio si trova allora abbandonato a sé stesso e perde anche gli amici, che non erano tali: lo sembravano soltanto.  Non sa che professione fare. Magari farà il contadino, ma con l’ansia di non essere all’altezza: alla fine si accorgerà di avere gli stessi identici problemi del padre.

L’evoluzione tecnologica troppo rapida non consente agli uomini di adeguarsi: toglie la tranquillità a tutti ed è pertanto foriera di ansia.  C’è tuttavia una piccola differenza: mentre non perdona il padre, il figlio si autogiustifica, anche se alla fine commette gli stessi errori. 

Il padre aveva lasciato al figlio la possibilità di scegliere quali studi fare, perché voleva essere un padre moderno: peraltro, se avesse deciso di imporre la sua volontà, sarebbe stato criticato da tutti come persona non al passo con i tempi e soprattutto sarebbe stato criticato dal figlio. In seguito, e proprio perché ha lasciato al figlio la libertà di decidere, si sentirà rinfacciare: “Tu! mi dovevi guidare nella scelta! tu! sapevi che io avrei potuto sbagliare! mi dovevi obbligare ad ascoltarti! un padre non può lasciar commettere al figlio degli errori irrimediabili!”

A questo punto, il problema non è più tale perché non esiste alcuna soluzione: i buoi sono scappati dalla stalla e una frattura insanabile distruggerà il rapporto tra il padre e il figlio. Il figlio si accorge che non potrà mai essere un agricoltore provetto, con la piena comprensione dell’essenza dei suoi strumenti: potrà solo avere mezzi sempre nuovi, sempre sconosciuti, apportatori di ansia in una corsa senza fine.

Egli si accorgerà di essere destinato inevitabilmente a fare gli stessi errori del padre e… l’ansia aumenterà. Lentamente, i manuali diventeranno sempre meno importanti perché entro breve arriverà il nuovo modello, la nuova versione con i relativi nuovi manuali sostitutivi dei precedenti…

Si tratta d’una corsa all’avere nuovi modelli e nuovi manuali, sino a quando i manuali non si leggeranno neanche più. Su questo processo di affermazione incontrastata di consumismo – capitalismo, s’innesta lo status-symbol, che si contraddistingue con il verbo avere e con l’abolizione del verbo essere.

Solo chi ha il modello ultimo di automobile può sperare di distinguersi e di fregiarsi dell’onorificenza del ricco: con l’onorificenza medesima si può sperare di entrare in una casta per sempre. Solo chi entra in una casta sfrutterà gli altri e sarà da quelli mantenuto, per sempre. A priori, nella casta entrano i figli di buona famiglia e dotati di laurea, conseguita in una rinomata università.

Diversamente, non sei nessuno e puoi sperare di essere accettato solo esibendo il tuo avere, le tue onorificenze: devi dimostrare di essere stato capace di guadagnare comunque, perché solo questo conta.  Poi, quando sei nella casta, hai finito di avere problemi. Non serve che tu sappia, che tu sia competitivo, bravo, operoso: non serve niente di tutto questo; la casta ti proteggerà perché i suoi membri, proteggendo te, proteggeranno la casta e quindi loro stessi.

Tutto questo comporta la disgregazione completa dei valori precedenti. Perché studiare? Il pezzo di carta è più che sufficiente, anche comprato illegalmente: una volta nella casta, nessuno si interesserà più se dietro la laurea ci sarà o non ci sarà la debita preparazione.Chi non è inserito in una casta parassita ha quindi un’alternativa:

  •  Continuare ad accumulare prodotti di consumo e ricchezza, senza avere alcun riconoscimento, per ottenere il maggior numero di status-symbols possibile in una situazione di ansia perenne, d’incompetenza profonda e di frustrazione, sperando di essere accettato da una casta qualsiasi.
  • Entrare in una casta attraverso delle conoscenze, ed avere come prospettiva l’insoddisfazione di essere un parassita protetto, nonché sfruttatore della gente che non appartiene ad alcuna casta. Immoralità, insomma.

Nel secondo caso, ci saranno ovviamente delle dichiarazioni in parte pubbliche, dove si affermerà che così fanno tutti. Il senso di vergogna comunque rimane: abbiamo una vita sola e la stiamo spendendo molto male. A mio avviso, oltre ai cicli sociali di Spengler, questi sono fenomeni completamente nuovi. Inoltre il verbo avere, mentre sta aumentando d’importanza, condanna il verbo essere ad una diminuzione della stessa. L’amore fa parte del verbo essere e quindi viene sminuito dalla società stessa.

Non contano i problemi dei miei figli e dei miei genitori anziani se tali problemi mi ostacoleranno nella mia corsa verso l’avere. Anche viaggi e divertimenti sono avere perché il solo fatto di raccontarli migliorerà il mio status-symbol e mi farà aumentare le probabilità di essere notato ed in seguito inserito in qualche casta.  Veniamo ora al libro di Riesman che parla di un’evoluzione a tre stadi:

La famiglia tradizionale, come quella medioevale, è precapitalistica e gli usi e le consuetudini sono sempre gli stessi e questo da tempo immemorabile.

La società umana è autodiretta, dal Rinascimento e dalla Riforma sino ai giorni nostri.  Successivamente, con l’avvento del capitalismo. passa ad essere eterodiretta.

Caratteristiche della società vecchia, cioè la autodiretta, sono una notevole mobilità personale (gli artigiani andavano in giro per le città) e rapida accumulazione di capitale. L’autodirezione è interiore, è dell’individuo, il quale non potrebbe più vivere nella famiglia tradizionale. L’autodiretto studia i suoi simili e, di propria iniziativa, inventa il suo artigianato, lo crea, plasma la sua professione e crea le premesse per l’industria. La società umana attuale è capitalistica, eterodiretta, dove i componenti della stessa obbediscono supinamente ai canoni stabiliti dagli autodiretti ovvero seguono regole collettive, di gruppo, non ragionate. Questi sono i lavoratori manuali della classificazione di Spengler.

Il libro di Riesman è interessante perché sviscera, in modo diverso, gli stessi problemi affrontati da Spengler: è quindi un arricchimento.

Pietro Ballarin: “Questo cimbro sta rivelando delle notevoli capacità di analisi psico-sociale.”

Paolo Ballarin: “Sono d’accordo. Saltiamo al punto successivo, omettendo le parti che, dal nostro punto di vista, possono essere considerate ripetitive…” 

Diario di Antonio Azzalini: 22 dicembre 1962.

Oggi hanno ucciso il presidente degli Stati Uniti, John Fitzgerald Kennedy. Io oggi ho 52 anni e quindi, a causa del segreto federale che sarà sicuramente invocato, morirò senza sapere cosa sia successo veramente. Ovviamente, eventuali colpevoli, oggi al potere, non saranno mai perseguitati: è il colpo di stato silenzioso. Caso mai se ne parlerà con Belial.

Mi resta da commentare il libro di Gustav Le Bon, Psicologia delle folle. Non ne avevo neanche mai sentito parlare e, adesso che l’ho letto, devo ringraziare Belial. Leggendo questo volume, si hanno due sentimenti contrastanti:

  • Si capisce sino in fondo come, in determinate condizioni, la folla regredisca improvvisamente di un milione di anni almeno e come la stessa sia manipolabile da gente senza scrupoli. Non sempre chi va a votare sa quello che fa. Certamente Bismarck sapeva quello che faceva, quando concesse il voto: una specie di narcosi per la gente.
  • Si capisce come certi fenomeni siano piuttosto noumeni. Intendo dire che, dopo aver letto questo libro, si capisce perfettamente su quali argomenti faccia solitamente leva un dittatore, sia esso Napoleone, Mussolini, Hitler, Franco, Stalin o Mao. 

[Mentre il fenomeno è un accadimento di cui non si conoscono le cause, il noumeno è un accadimento di cui le cause si conoscono.]

Stabiliti questi due punti, chiederò a Belial, alla prima occasione, cosa si possa fare per evitare certi comportamenti delle folle. Tornando al libro di Gustav Le Bon, mi sarebbe piaciuto poter dire che si tratta di un libro ridicolo, che dipinge un’umanità affatto inesistente: purtroppo, non è così.

Le Bon dipinge dei quadri che sono quelli dei momenti rivoluzionari, cioè situazioni che diventano attuali quando i Lavoratori – Manovali decidono di farsi guidare dai Militari. Tutto torna, purtroppo: tuttavia in Le Bon, benché egli dica in generale le stesse cose di Spengler, le parole usate e la logica sottolineata creano un effetto di desolazione.

Ad esempio: quando i rivoluzionari (lavoratori) si ribellano e si fanno guidare dai capi rivoluzionari (militari), nelle menti di chi fa da leader alla popolazione c’è la seguente idea: Il diritto divino delle folle sostituisce il diritto divino del re.

L’apostasia primaria sta nel fatto che, nella realtà, nessuno di questi due diritti divini esiste. Per dirla con Spengler, quando gli intellettuali hanno propagandato un inesistente diritto divino del re, dovevano attendersi pan per focaccia. Le Bon non comprende bene tuttavia perché Napoleone, ben accolto ed idolatrato dalle folle francesi, non sia stato accettato anche dagli spagnoli.  Noi, invece, lo sappiamo: il ciclo sociale che Napoleone cercava di imporre non era in sintonia col ciclo sociale spagnolo…

Le Bon si diffonde poi sulla fallacia delle osservazioni collettive delle folle: veramente si avverte che, se a livello individuale gli uomini hanno avuto una certa evoluzione, a livello di inconscio collettivo sono ancora a prima dell’età della pietra. Il libro va letto per capire in quale valle di lacrime noi ci si trovi, soprattutto in questo periodo.

Anche le giurie dei tribunali, composte da popolani, sono molto aristocratiche nelle loro decisioni, per un senso atavico di sudditanza verso il giudice, visto come il capo branco. Le Bon conferma che in realtà il popolo non comanderà mai. Solo l’essere umano nella sua individualità si è evoluto: non appena lo si metta assieme ai suoi simili, sia in manifestazioni di piazza che in fenomeni collettivi come guerre, borsa o insurrezioni, egli regredisce immediatamente al livello di un milione di anni fa.

 

 

 

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