La nube di Oort – Capitolo 14 [544]

Diana Azzalini.  (importante)

Amor, ch’a nullo amato amar perdona… (Dante Alighieri, poeta italiano, 1265-1321, La Commedia, Inferno, Canto V, endecasillabo 103.)

Da Venezia all’Altopiano del Cansiglio. Diana. Dialettica amore-odio. La trattoria nel Cansiglio.

Vallorch, 17 luglio 2043.

Partirono da Piazzale Roma di Venezia alle nove di mattina, con una macchina a quattro ruote motrici.  Il noleggio era stato effettuato da Paolo Ballarin: a bordo c’erano il figlio Toni e Giovanni Giuponi. Giuponi fu messo alla guida perché conosceva la strada…

Giovanni: “Andiamo in un posto che dista non più di due ore di macchina! Avete messo me alla guida, come se fosse da andare chissà dove. Inoltre, un fuoristrada per andare a Vallorch, francamente… mi sembra almeno superfluo. Con quello che sarà costato l’affitto… sarebbe come noleggiare un cannone per sparare ad una zanzara“.

Paolo: “Avevo sentito parlare di foreste, cervi, daini, inghiottitoi, monti a picco sulla pianura… ho pensato che… “

Giovanni: “Fa niente… comunque non è un’avventura, saranno circa ottanta chilometri… ho chiamato al telefono Carlo Azzalini ieri sera: ci aspettano.

Dovremmo arrivare a Vallorch per le undici di questa mattina e c’è già una trattoria prenotata per la colazione. Trovare il posto sarà facilissimo.

Quando arriveremo sull’Altopiano, prenderemo la strada che va verso il lago di Santa Croce e, al primo bivio, gireremo a sinistra: dopo due o trecento metri, s’inizia l’abitato di Vallorch.

Ha detto Carlo Azzalini che, al nostro arrivo, lo dovremo avvisare col telefono e poi aspettarlo all’inizio del paese, sotto il cartello toponomastico: ci verrà a prendere e ci farà strada verso casa sua”.

Proseguirono per l’autostrada sino a Vittorio Veneto e poi presero per Fregona,

[Lat. 46.003369° N, Long. 12.339997° E.]

che si trova a 265 metri sul livello del mare: la strada cominciava ad essere panoramica e la salita sino all’Altopiano del Cansiglio era di dodici chilometri scarsi: una meraviglia continua di conifere, faggi, panoramiche sulla vallata, con un sacco di turisti compiaciuti che camminavano e fotografavano.

cansigliox
Figura 14 – Altopiano del Cansiglio.

Giuponi: “Noi col fuoristrada e questa gente a piedi… mah… i faggi comunque sono meravigliosi: pensate a quante belle barche si potrebbero fare… “

La strada era piuttosto chiusa e ripida in mezzo agli alberi, anche se molto comoda e ben tenuta. Ad un certo punto, la strada arrivò a 1120 metri di altezza in corrispondenza del dosso della Crosetta, per poi scendere verso i mille metri dell’Altopiano. Lasciarono sulla sinistra il bivio per il Pizzoc e subito dopo, improvvisamente, si aprì lo scenario dell’Altopiano.

Paolo Ballarin: “Fantastico! Bello! Selvaggio e dolce allo stesso tempo: dovrei fotografare…“

Giuponi: “Ne avremo di tempo… guardi invece sullo sfondo: c’è una  foresta“.

Alla fine dell’altopiano, oltre i prati verdi e le casette deliziose, s’intravvedeva la fittissima Foresta del Cansiglio: uno spettacolo che conciliava con la natura.

Giuponi: “Un poco prima della foresta, prenderemo una stradina a sinistra, quella che porta a Vallorch. Siamo venuti pianino e non sono ancora le undici: fra un poco, saremo arrivati. Ci aspettano Carlo Azzalini, la moglie Lucia e la figlia Diana.

Carlo mi ha avvertito che sua figlia Diana è la più bella donna del mondo: quando gli ho chiesto il perché di quella frase, mi ha risposto che sua figlia ha 28 anni ed è laureata in Storia delle Religioni a Roma. Insomma, non mi ha più risposto.

Siccome sa che c’è anche Toni, il quale oltre alla laurea in lingue si ritrova anche una laurea in istoria, mi ha fatto capire che si trattava di un semplice avvertimento.

Sembrava che volesse declinare ogni responsabilità, anche se non ho capito quali”.

Toni: “Va bene, sarà bella… sono arrivato sino a 43 anni scapolandola… non credo che, proprio qui a Vallorch…”

Giuponi: “Ecco perché si dice scapolo! Perché l’hai sempre scapolata! Non lo avevo mai pensato… bravo Toni, attento però che non sia arrivata la tua ora…“ e si mise a ridere di gusto, rifilando una gomitata d’intesa a Paolo Ballarin.

[Da scapolare, fuggire dai legami.]

Paolo Ballarin: “A quarantatré anni, potrebbe degnarsi di farmi un nipotino…”

Toni (ridendo): “Vi siete alleati contro di me… vedremo questa bellezza… comunque, parlare di più bella del mondo, mi sembra un poco esagerato… Giovanni, guarda un po’, ecco il cartello per Vallorch, verso sinistra“.

Giuponi: Adesso prendo per la stradina, se ci passo… questo fuoristrada è di una misura enorme… offensiva…“

La stradina per Vallorch si avvicinava al bosco sempre di più e contro la foresta si intravvedevano alcuni animali, forse cervi o daini… uno spettacolo bellissimo… i veneziani erano comunque ancora troppo distanti dagli animali: forse potevano essere anche dei bovini… comunque molto bello.  Arrivarono sotto ad un cartello che diceva:

TZIMBAR  LENTLE  VALLORCH,  KOMÀUN  BON  FREGONA

Villaggio Cimbro di Vallorch, Comune di Fregona

Poi, nei pressi, un altro cartello bianco e verde spiegava:

Associazione Culturale Cimbri del Cansiglio. Sede di  Vallorch.

Giuponi: “Bene. Qui fermiamo, chiamiamo Carlo e attendiamo che venga a prenderci”.

Scesero tutti dalla macchina ed un’aria frizzantina li accolse.  Paolo, quasi di nascosto, cominciò ad armeggiare con la macchina fotografica. Toni faceva finta di niente ma era rimasto impressionato dal discorso sulla figlia di Carlo… comunque non ricordava nemmeno il nome della ragazza…  a scanso di equivoci, pensò che era meglio fare bella figura e si guardò negli specchietti del fuoristrada per vedere se era in ordine o comunque presentabile. Toni non aveva 28 anni, come la figlia di Carlo e anche questo gli diceva che il discorso non era da prendere troppo sul serio… ormai da qualche tempo aveva pensato di poter rimanere zitello… beh! si vedrà… la donna più bella del mondo… sarà… e si guardò tranquillamente il panorama.

Giuponi: “Carlo mi ha confermato: viene subito e fra due minuti sarà qui”.

Dopo qualche istante, una macchina stranissima, a quattro ruote motrici, si avvicinò. Il passo della macchinetta era molto stretto e adatto per le stradine di montagna. Era un Haflinger,

[Il nome viene da una razza di cavalli austriaci.]

 un fuoristrada austriaco piccolino, adatto ai sentieri tortuosi di montagna.

Carlo Azzalini: “Ciao a tutti! ma dove andate con questa bestia? non ci sta, sulle nostre stradine!“

Giuponi, finite le presentazioni, disse: “Avevo detto che non era un mezzo adatto… questo è come un camion!”

Carlo: “Prima di arrivare a casa, vi espongo la situazione. Voi siete fermi coi diari al 2010. Io non ho mai voluto interessarmene e penserei di non farlo nemmeno in futuro. Questo è un argomento che mia figlia Diana non gradisce molto: per questo ve ne parlo ora. Mia figlia si è incontrata con Belial per la prima volta quand’era quindicenne, cioè nel 2030, tredici anni fa. Io non ho mai letto quello che ha scritto Diana, ma so che ha scritto parecchio e tredici anni di diari hanno creato un incartamento piuttosto voluminoso. Lei ha un rapporto particolare con Belial. Si trova molto bene e qualche volta ha anche parlato con suo nonno Bruno, attraverso Belial, naturalmente.

Appartenendo alla gente cimbra, aveva già le predisposizioni per il dialogo con Belial ma, oltre a questo… non so come dire… sembra che legga nel pensiero… non sempre, ma quando si mette d’impegno… inoltre vi devo dire un’altra cosa. Lei, fin da piccola, si è formata la convinzione di essere Diana, la dea della foresta: magari lo pensa in modo scherzoso perché non lo ha mai detto, se non per riderci sopra e probabilmente questa può essere una cosa che penso io. Forse per il nome, Diana per l’appunto, forse perché viviamo attaccati alla Foresta del Cansiglio, forse perché ci sono i cervi…

Non lo so, ma ora ve lo dico fuori dei denti: ha delle doti che non mi spiego. Sembra che vada nella foresta e parli con gli animali selvatici, quelli che nessuno riesce neanche ad avvicinare. Gli animali escono dalla foresta e la seguono come dei cagnolini… lei dice che legge nelle loro teste e che non è difficile farlo, anche perché si tratterebbe di poche cose, sempre quelle… non so più se sia vero o se… beh, siete informati. Un’ultima cosa: non so per quale motivo, ma sugli uomini mia figlia fa un effetto incredibile, come se… come se… insomma, fanno quello che vuole lei.  Non è quindi solo una questione di bellezza, di fascino, a mio avviso c’è qualcosa in più… lei dice che lo fa per difendersi. Non ho capito da cosa. Dice che non ha bisogno di farsi corteggiare sino a quando non lo deciderà lei… Ha ventotto anni ma io non sono per niente preoccupato perché, se lo volesse, in ogni momento troverebbe cento mariti. Per tornare al discorso di prima, ho visto mio padre e anche mio nonno nei rapporti con Belial ma, credetemi, non è la stessa cosa. Sembra che lei e Belial siano vecchie conoscenze… non so… anche perché non ho mai approfondito. Ora possiamo andare“.

Girò la macchina avviandosi e Giuponi, al volante del transatlantico, segui l’Haflinger. Dopo mezzo chilometro erano arrivati. La casa era un classico chalet di montagna: tutta in legno, con fiori da tutte le parti e attaccata alla Foresta del Cansiglio. A riceverli c’era la signora Lucia. Una donna bellissima: aveva 58 anni ma si capiva che nella sua vita le soddisfazioni non le erano certamente mancate. Aveva una linea come una trentenne. Vestita in modo semplice e distinto, con le mani curatissime, portava i capelli rossi a crocchio dietro la nuca, non lo chignon francese, ma come una treccia tutta avvolta, più che altro alla tirolese.

Toni pensò che i Neanderthal avevano una cosa simile sulla nuca, ma al naturale, non lo chignon… Belial aveva detto che nella parte posteriore del cranio c’era la parte preposta a leggere nel pensiero degli altri. Lucia aveva gli occhi marrone chiaro e portava un filo di trucco. Quando si presentò, Carlo assunse l’atteggiamento del marito compiaciuto: la padrona di casa era incantevole. Disse che a mezzogiorno avrebbero pranzato alla trattoria dell’Altopiano, una cosa magari non troppo formale perché nella trattoria non c’era molto. 

La sera, se i signori si fossero degnati, avrebbe fatto qualcosa lei. Se invece avessero avuto delle pretese, si sarebbe potuto cenare a Puos, a qualche chilometro di distanza, dove il ristorante aveva avuto a suo tempo una stella d’oro della Guida Rossa Michelin e forse l’aveva ancora. Tanto per dire qualcosa, Paolo chiese quali fossero le specialità.

Lucia, leggendo sulla Guida: “Bigoli

[Termine veneto: specie di bucatini di grano tenero, acqua e sale: sono fatti con dei torchi a mano. SI possono fare anche con farina saracena e in tal caso sono scuri.]

alla salvia con ragù d’agnello dell’Altopiano, tartare di cervo allo zenzero, mele e soia, zuppetta di rabarbaro, ciliegie alla vaniglia e gelato ai fiori di sambuco… oppure c’è un’altra stella d’oro a Pieve d’Alpago, e un’altra ancora a Plois…”

Paolo: “Per me è sufficiente, era una domanda retorica… tre locali con stelle Michelin in qualche chilometro deve essere un record. Ci vorrebbero qui i nostri parenti americani… desumo che lei sia anche una grande cuoca, oltre a tutto…”

Lucia interpretò l’ultima parte della frase come un complimento e disse: “Il cervo non lo voglio fare per questioni affettive, povere bestie… pensavo stasera a un risottino di rane del torrente qui vicino, che scende dal Pizzoc sino al sentiero, chiamato Taffarel, poi dell’agnello al forno del Cansiglio e qualche dolce basato su frutti di bosco locali e su cioccolato: quest’ultimo non è locale, ovviamente… vini delle colline della provincia trevigiana qui sottostante…“

Erano tutti molto compiaciuti.

Lucia: “Diana è nella foresta con i suoi animali, ma dovrebbe arrivare da un momento all’altro. Non appena sarà qui, andremo alla trattoria. Volete mezzo bicchiere di prosecco bianco fresco come aperitivo?”

Come succede in questi casi, il coro di consensi fu unanime. Carlo Azzalini era visibilmente soddisfatto. Ci teneva enormemente, anche perché non era mai riuscito a dirigere al teatro La Fenice di Venezia, e pensava che Paolo Ballarin lo potesse aiutare.

Infatti, Carlo attaccò: “Dottor Paolo Ballarin, come vede, viviamo a contatto con la natura ed io cerco di riflettere nella musica che creo ed eventualmente dirigo questo ambiente naturale, elaborando qualche piccolissima dissonanza silvestre su pezzi conosciuti. Io non ho mai fatto niente alla Fenice… dopo essermi laureato, ho perso agganci e conoscenze…“

Paolo: “Se posso aiutarla con qualche mia conoscenza, ben volentieri…“

A questo punto, Lucia guardò fisso negli occhi Toni e disse con tono compassionevole, quasi per consolarlo: “Si prepari ad uno spettacolo incredibile, Toni… mi riferisco a mia figlia Diana…“

Toni: “Sono imbarazzato, signora Lucia, non so più cosa dire: mi parlano della donna più bella del mondo… aggiungo solo che spero di essere all’altezza e di non fare brutte figure, anche se non capisco bene come le potrei fare…”

In quel momento, si sentirono dei passi nel giardino. Moltissimi passi. Toni vide una ventina di quadrupedi, cervi, daini, caprioli e in mezzo a loro una figura umana, di donna.

 La donna disse qualcosa come «Auf Wiedersehen» ma non proprio: probabilmente era cimbro.

Aveva parlato in cimbro agli animali che l’avevano accompagnata e aveva pronunciato un arrivederci… “Beh”, pensò, “anch’io parlo col mio cane, ma non per questo ho doti sovrumane… né sono l’uomo più bello del mondo…”

Gli animali si diressero verso il bosco a passo veloce e Diana entrò con un gatto soriano rosso in braccio.

Diana
Figura 14 bis – Diana Azzalini

Diana era una cosa splendida. Oltre ogni dire. Era come se fosse in alto, sopra qualunque cosa.  E da sopra, irraggiava. Bella è un aggettivo ridicolo. Ci voleva un aggettivo che nessun’altra donna poteva avere il coraggio di usare. Toni non sapeva quale potesse essere, questo aggettivo, ma doveva essere un aggettivo mai usato prima, nuovo. Pensò che al primo momento di tranquillità avrebbe inventato un aggettivo nuovo. I capelli erano di un rosso esattamente uguale al colore del gatto: sembrava che qualcuno avesse unificato i loro colori. I capelli, lunghi e leggermente ondulati, scendevano oltre le spalle. Splendidi. La luce dava ai capelli dei riflessi di rame che sul gatto non c’erano. La pelle era abbronzata, anche se si capiva che il fondo doveva essere come il latte. Un’abbronzatura uniforme. Splendida. Sana.

Le lentiggini erano disposte splendidamente attorno al naso e il naso era quasi nascosto e per così dire mimetizzato tra le lentiggini: un effetto meraviglioso. Splendido. Se non lo si guardava con concentrazione, il naso spariva nelle lentiggini e gli occhi prevalevano sull’insieme. Gli occhi erano senza aggettivi. Erano e basta: di un verde intenso, più scuro che chiaro, con delle pagliuzze chiare dentro e con varie sfumature d’oro, tutte diverse. Pagliuzze e sfumature splendide.

Gli occhi attiravano l’attenzione e creavano un effetto ipnotico dal quale Toni non voleva sottrarsi, con le palpebre leggermente a mandorla, come gli orientali. Indossava una maglietta polo bianca con un paio di jeans e scarponcini sportivi, adatti al bosco. Toni non sapeva bene dove guardare: voleva guardare bene, lentamente, ma anche in fretta per non perdere alcun particolare. Si accorse di non essere molto lucido. Diana, incredibilmente bella e splendida. La bocca era carnosa, piccola: ricordava quella di una bambina. Bocca senza aggettivi: dava al viso un tono di puntigliosità, infanzia, freschezza, volontà ed ingenuità.  La volontà si capiva anche da come teneva il capo. Il capo era tenuto leggermente indietro, come se Diana guardasse gli altri dall’alto in basso.

Anche il corpo era senza aggettivi. Non era magra: era piuttosto una falsa magra e non poteva essere nemmeno pensata in modo diverso. Era una donna bella, sana, forte di carattere, sicuramente intelligente … o almeno così pensava Toni. Toni si accorse che qualcosa di irreversibile stava succedendo dentro di lui: aveva quindici anni in più ma non importava. Un pensiero gli attraversò la mente: era arrivato a 43 anni senza conoscere Diana prima! Aveva sprecato la vita! Sarebbe voluto tornare indietro nel tempo per averla conosciuta il prima possibile.

In ogni caso, da quel momento, era sicurissimo che non avrebbe mai più dimenticato Diana e, se per l’appunto l’avesse conosciuta prima, avrebbe certamente passato la sua vita con un ricordo più lungo, più bello e più profondo. E l’aveva conosciuta da venti secondi circa, certo non era passato un minuto. Pensò che a lei non importasse niente di lui. Se a lei non importava niente, non era un problema. Lui era comunque uno spettatore fortunato. Il resto, per il momento, non contava.  Il senso di freschezza che promanava dalla ragazza poteva essere fisico ma era anche psichico. L’importante era che questo senso di freschezza fosse presente.

Come poteva una donna essere così bella? Perché non averla conosciuta prima? A Venezia, le ragazze rosse istriane erano frequentissime. Anche quelle che ricordava come più affascinanti, sembravano delle brutte copie, delle imitazioni scadentissime di Diana. La carne e la pelle: sembrava che la carne rimanesse a mala pena confinata dentro la sua pelle. Era una cosa che ti chiamava da sempre, dall’eternità. Dava l’idea delle guance di un bambino di un anno. Dava l’idea della pesca che deve essere mangiata senza indugiare, prima possibile. O meglio, le guance davano l’idea delle albicocche che pure hanno le lentiggini.

Anche l’albicocca ha una peluria bionda, come le braccia di Diana. Poteva una peluria essere soda? In quel momento, gli sembrava di sì: poteva essere soda e splendida. Toni non si accorse che tutti stavano guardando lui: in realtà non stava facendo assolutamente niente. Era in piedi, con la faccia attonita, con la bocca semiaperta. Diana stava aspettando con un leggero sorriso. Toni pensò che Diana poteva anche aspettare per sempre: lui non voleva che il mondo si muovesse, che tutto riprendesse, voleva che quell’istante durasse ancora e poi ancora. Sapeva nel profondo che Diana doveva essere abituata a situazioni del genere, ma non poteva rinunciare a stare là, come inebetito. Il gatto muoveva la coda e si strofinava contro la padrona. Perché, perché non essere il gatto? Ingiustizie…

Diana aveva due orecchini ad anello molto grandi e molto leggeri, d’oro, che sembravano dire: “Vedi? Se vuole, è anche una zingara che ti stregherà…”. Ovviamente anche questo sembrava solo a lui: comunque era già stregato. Nessun anello sulle dita di Diana, per fortuna… forse non era ancora promessa…

Diana mosse le labbra come per aumentare il sorriso e mostrò i denti: i denti erano perfetti e del colore che doveva avere la pelle di Diana senza l’abbronzatura, un bianco splendido. Gli venne spontaneo pensare che anche i denti avrebbero potuto avere le lentiggini per renderli più affascinanti. Non sapeva come ma forse poteva anche essere… miracolo più, miracolo meno… quest’ultimo pensiero lo colpì come una martellata e pensò di essere completamente impazzito: un alto dirigente del Museo Correr, un esperto della Biblioteca Marciana… povero Toni, così conciato.

Dopo il sorriso, Diana guardò tutti gli ospiti e disse: “Buon giorno a tutti voi…“

Toni pensò che la ragazza aveva salutato tutti e non lui in particolare… perché? sperava in un saluto solo per lui, in esclusiva, solo per lui.

Intervenne suo padre Paolo, il quale, con un tono tra l’ironico e il divertito, disse: “Dottor Toni Ballarin, di solito, quando una persona saluta, è buona creanza rispondere…“

Toni non rispondeva perché non aveva tempo: doveva guardare, catalogare, classificare, confrontare, bearsi, interpretare, prevedere le espressioni prossime venture, invidiare il gatto, aspettare di vedere ancora il bianco dei denti, vedere il gioco di luce sulle pagliuzze dorate degli occhi che cambiavano ad ogni piccolo movimento del capo…

Carlo Azzalini, divertito: “Dottor Paolo Ballarin, le avevo detto…“

Giuponi, ironico: “Ti avevo detto che mi avevano detto…”

Lucia, insinuante: “Le avevo detto: sarebbe successo…”

A questo punto, Diana fece un passo in avanti, porse la mano a Toni e disse: “Non l’ho ancora salutata come vuole lei…”

Toni afferrò la mano con un movimento lentissimo. Nessuno capì il senso della frase di Diana, tranne lui: Diana sapeva che lui aveva bisogno di un saluto tutto per sé. Questo preoccupò Toni per un attimo: come aveva fatto a capire esattamente il suo pensiero? poi pensò che non fosse importante come lei avesse fatto: la visione con gli occhi verdi aveva intuito alla perfezione e aveva deciso di assecondarlo, salutandolo.

Diana aggiunse: “Benvenuto, Toni…”

Toni, come un bambino di quattro anni, si trovò al settimo cielo. Diana aveva pronunciato il suo nome… in quel momento ebbe uno sdoppiamento: era conscio del proprio comportamento e lo giudicò quantomeno strano. Trovò allora la forza di dire: “Grazie del benvenuto…” ma non ebbe il coraggio di pronunciare il nome della ragazza.

Diana capì anche questo e aggiunse: “Mi chiamo Diana…”

Toni capì che lei aveva capito ancora… e disse: “Grazie del benvenuto, Diana…”

Quando si fa un bel sogno, non si vorrebbe mai che finisse: Toni era in estasi. Pensava che, almeno fino a sera, avrebbe respirato ancora Diana e il suo essere. Questo lo faceva felicissimo.  Si sentiva mescolato come un frappè. Continuava ad avercela col povero gatto celtico, il quale, secondo Toni, capiva tutto allo stesso modo di Diana e rideva sotto i baffi, dicendo: “Vedi? Tu credi che io sia un gatto qualunque e invece ho la miglior padrona che ci sia… inoltre, siamo dello stesso colore…” Ecco:  il gatto era meglio di lui, non fosse che per il colore…  Toni si rese conto che, anche ai propri occhi, si stava comportando in modo ridicolo: figuriamoci agli occhi degli altri…

Intervenne Carlo Azzalini: “Diana, dovremmo andare alla trattoria: devi cambiarti? ti aspettiamo”.

Diana mise il gatto a terra e si accomiatò dicendo: “Scusate, ma non posso venire così… vi rubo cinque minuti…”

Salì su per la scala, con il gattone che naturalmente la seguiva. La visione di Diana che saliva la scala fu una cosa molto forte per Toni: anche le forme della ragazza erano splendide. Pensò che aspettare per cinque minuti equivalesse ad aspettare per un’era geologica: pensò per la decima volta di essere impazzito e che sicuramente stava esagerando…

Non appena Diana chiuse la porta della sua camera, intervenne nuovamente Carlo Azzalini: “Allora Toni, le avevo detto…  mi sembra proprio che lei sia rimasto affascinato da mia figlia”.

Toni: “Francamente, maestro, quando lei disse a Giuponi che Diana era la più bella donna del mondo, avevo pensato che un padre può essere giustamente orgoglioso ed è comprensibile che possa esagerare… ma ora devo dire che è veramente una ragazza splendida. Io, una donna così bella non l’avevo mai vista: non so se sia la donna più bella del mondo, ma devo dire che…”

Lucia lo interruppe, compiaciutissima: “Pensate che, secondo me, la sua bellezza è superata dalle altre doti. Diana ha questo problema, in effetti: teme di essere valutata solo per le sue doti estetiche. Gli uomini s’innamorano di colpo e non hanno il tempo, né la voglia, di approfondire il resto e pertanto non si interessano della sua intelligenza, della sua preparazione, della sua personalità e questo lei non lo accetta. Vedrete e ve ne accorgerete quando la conoscerete meglio. Avete visto il gatto? Come i cervi, è innamorato di Diana. Penso che lei parli con gli animali, altrimenti certe cose non sarebbero spiegabili. Vedrete anche gli altri animali, nel prato della trattoria… comunque, appena mia figlia tornerà giù, andremo a colazione”.

Diana scese le scale e Toni avvertì distintamente per la prima volta in vita sua un batticuore pronunciato: era lei, quella di prima! Non era stato un sogno, c’era veramente, esisteva, era vera e viva. Non era finito tutto cinque minuti prima. C’era ancora la speranza di passare una qualche ora con la visione. Aveva un vestito azzurro di seta con gigli beige molto piccoli. Il vestito era scollato ma non troppo, arrivava fin sopra il ginocchio e terminava con una rouge; due sandali chanel color panna, tacchi otto circa. I capelli erano ancora sciolti, ora però fermati da un cerchio in rame, uguale al colore dei capelli. Una borsetta piccola, beige.  Risultato: il cerchio teneva i capelli indietro e si vedeva un collo splendido. Le braccia erano scoperte, con le lentiggini, abbronzate e splendide. Le gambe erano lunghe, affusolate e abbronzate, con le lentiggini, splendide. Lo smalto delle mani e dei piedi era assolutamente uguale al colore dei capelli e del cerchio in rame. Era uno smalto splendido, adattissimo. Il trucco sugli occhi era verde, leggermente più scuro degli occhi stessi, con delle paillettes dorate… un rossetto appena accennato, tonalità beige leggerissima. Il gatto, che la seguiva, era invece vestito esattamente come prima. Diana aveva un braccialettino di conchiglie fossili.

Lucia: “Hai messo il braccialetto cimbro… Diana ha messo il braccialettino con le conchiglie fossili che vengono dai Monti Lessini.

[Monti Lessini: Lat. 45.683333° N, Long. 11.216667°E]

Hai fatto bene a metterlo per onorare gli ospiti. Quel braccialetto era già della mia famiglia da quando nel ‘700 eravamo ancora a Roana,

[Roana: Lat. 45.875933° N, Long. 11.463132°E]

perché sono cimbra anch’io“.

Paolo Ballarin volle dire qualcosa: “Fossili… veramente prezioso”.

Toni fece il punto della situazione e si rese conto di non essere completamente all’altezza della ragazza. Farfugliò: “Ma io non sono vestito bene…”

Lucia disse: “Tutto sommato andiamo in una trattoria, Toni, non si preoccupi troppo…“

Lui avrebbe voluto rispondere quello che non si poteva dire e cioè che non si sentiva all’altezza di Diana. 

Diana capì ancora una volta ed intervenne in suo aiuto: “Volevo fare bella figura con voi e forse mi sono vestita un po’ troppo ricercata… non ho pensato che voi avete fatto un viaggio di tre ore…”

Toni: “La ringrazio della cortese risposta che mi consola un poco: temevo di far sfigurare la compagnia…“

Era la prima frase decente che profferiva: i sorrisetti tra i presenti si sprecarono e tutti si avviarono verso le automobili. Nell’uscire, Diana indossò un paio di occhiali da sole polarizzati con montatura nera. Come tutte le persone di pelle chiara e con i capelli rossi, i suoi occhi verdi erano molto sensibili alla luce del sole.

Da quel momento, gli occhi furono nascosti e, secondo Toni, il mondo si spense un poco: egli non era lucido e da qualche minuto se ne rendeva conto sempre di più. Sperò che Diana salisse in macchina con lui ma non fu così.

Carlo Azzalini disse: “Seguiteci, noi guidiamo la compagnia: sono quattro chilometri circa…“

Quando furono in macchina, Giuponi disse con aria sorniona: “Toni, non ti starai mica annoiando… vedo che per ora abbiamo trascurato l’argomento principe della nostra visita…“ calcò artatamente il tono di voce sulle parole per ora.

Toni, in un lampo di leggera stizza: “Non mi sto annoiando per niente, signor ironizzatore, sono rimasto colpito dalla ragazza… per ora“.

Paolo: “Colpito? Figlio mio, avevi un’espressione che, eufemisticamente parlando, potrebbe essere definita commovente: per non dire altro… quel  per ora in bocca di Giuponi può starci, ma nella tua, francamente… hai battuto il record di velocità nella cottura. Te l’avevano detto”.

Giuponi si mise a ridere di cuore e soggiunse: “Ah, l’amore…“

Toni: “Beh, insomma, Giovanni, non esageriamo…“

Mentre parlava, rideva compiaciuto anche lui: aveva battuto il record nell’innamoramento? possibile? ancora non ci credeva, anche se cominciava a ritenerlo possibile. Ricordò improvvisamente una lezione tenuta dal suo professore di Storia della Filosofia. Erano passati molti anni, ma ricordava perfettamente l’argomento della dialettica tra amore ed odio:

Dialettica tra amore e odio.

L’odio viene prima dell’amore e l’amore è nient’altro che un odio proseguente dolcemente. Dimostrazione:

– S’inizia con la curiosità, seguita dalla meraviglia.

– Si passa alla fascinazione passiva e poi all’incapacità di interrompere il rapporto, anche se soltanto visivo.

– Ci si accorge di dipendere dall’altro essere, di non avere più la libertà e si scatena l’odio per l’altro che allo stesso tempo sembra indispensabile: si prende atto tristemente di una dipendenza totale.

– Subentra la paura che l’odio possa interrompere il rapporto e che faccia finire il sogno, perché si preferisce odiare e rimanere nello stato di fascinazione subita piuttosto che perdere l’altro.

– La prosecuzione nel tempo della fase precedente è chiamata amore.

– Come volevasi dimostrare.

Si accorgeva ora che il professore sapeva benissimo quello che diceva.

La trattoria nell’Altopiano del Cansiglio.

La trattoria era una casa di montagna costruita in pietra e dotata solamente del pianterreno. La proprietà era molto grande, con moltissimo spazio per orti e coltivazioni. Aveva un bel parco per i giochi dei bambini ed era già piena di turisti e villeggianti. C’era una collinetta artificiale, dove erano state ricavate delle buche per ospitare una famigliola di marmotte, 

[Marmotta alpina: marmota marmota. Roditore degli Sciuridae, come gli scoiattoli.]

una mezza dozzina di animali. Le marmotte, non appena videro Diana scendere dalla macchina, si misero a lanciare dei fischi acutissimi. Una di esse partì dalla collinetta e, a tutta velocità, percorse una trentina di metri, arrivando vicino a Diana. Fece due giri velocissimi attorno alla ragazza come per salutarla e tornò sulla collinetta, a rimpinzarsi di caramelle offerte dai bambini. I tre veneziani trasecolarono: non avevano mai visto una cosa del genere.  Il proprietario della trattoria, Armando Paladin, non era cimbro, ma un veneto della provincia di Treviso. Uscì dalla trattoria e si diresse verso gli Azzalini per salutarli.

Gli Azzalini presentarono gli ospiti veneziani. Nel frattempo due cani San Bernardo si avvicinarono a Diana con aria festosa. Mentre il maschio riceveva da Diana delle coccole, la femmina mise una zampa sopra il sandalo di Diana e rimase in quella posizione: voleva significare il suo rapporto con la ragazza. Anche questo, per i tre di Venezia, aveva dell’incredibile. I cani San Bernardo servivano per allontanare cervi, caprioli e daini durante la notte, altrimenti nell’orto non sarebbe rimasto più niente. I cani non abbaiavano mai, se non per cercare di spaventare i ruminanti. In effetti, erano cani talmente grossi che bastava la loro presenza per far allontanate i cervidi. Altri animali del mini-parco erano scoiattoli e ghiri 

[Scoiattolo rosso: sciurus vulgaris – Ghiro grigio: glis glis]

che si aggiravano tra i rami delle conifere circostanti. I ghiri avevano addirittura il nido nel tetto interno della trattoria. C’era poi un’altra simpatica famigliola: gli allocchi.

[Allocco bianco: strix aluco, strigiforme, rapace notturno.]

Durante il giorno, quando rimanevano sui rami dei faggi o degli abeti rossi senza nascondersi, erano un’attrazione per i bambini che li potevano avvicinare e toccare. Gli allocchi, come i gufi, civette, assioli e barbagianni, se rimangono fuori dai loro rifugi diurni sono completamente storditi dalla luce e non si muovono assolutamente, anche se vengono toccati. Gli allocchi erano utili per cacciare i topi, i quali abbondavano nei pressi della trattoria. Nessun animale poteva stare dentro la trattoria, tranne un merlo indiano e un gatto. Barometro era il nome del merlo indiano

[Merlo indiano: gracula religiosa. Come un merlo, con dei bargigli rossi.]

e Seneno era il nome del gatto europeo bianco e nero: seneno in veneto significa sedano e il termine veneto viene dal greco selinon, che vale sia per il  sedano che per il prezzemolo. Seneno era una macchina da topi, una belva terribile di sette chili circa. Era il terrore di tutti gli animali della trattoria, tranne che degli allocchi, perché un gatto non apprezza la carne di uno strigiforme. Seneno aveva un occhio celeste ed uno giallo e pertanto, secondo la tradizione, era un animale sacro e protetto dagli dei. Per questo, nella trattoria, dicevano che Seneno era protetto da Diana, la dea della foresta. Seneno cacciava i topi, come facevano anche gli allocchi e, quando prendeva i topi, entrava in trattoria con la coda diritta, mostrando con orgoglio il frutto della sua caccia. Questo non sempre era apprezzato dagli avventori. Una sua particolare passione era dare la caccia a Barometro.  Barometro viveva in una gabbia aperta nella parte superiore, in modo che l’uccello poteva entrarvi ed uscirvi liberamente. Il foro d’entrata della gabbia era troppo piccolo per il gatto: si assisteva quindi facilmente alla scena del merlo indiano fuori dalla gabbia e all’attacco improvviso di Seneno.

A questo punto il merlo, velocissimo, entrava nella gabbia e si poneva nella parte più distante dal buco d’entrata. Seneno, per una decina di secondi, cercava di raggiungere il merlo indiano con la zampa, ma inutilmente. Allora si guardava attorno con aria afflitta, desisteva e si allontanava. Era capace di una dozzina di attacchi al giorno, tutti senza successo. I bambini impazzivano per queste cose, anche perché il gatto preparava accuratamente l’agguato a tre metri dalla gabbia rannicchiandosi il più possibile e tutti i bimbi dicevano: “Adesso… adesso va… adesso attacca…“

Il merlo indiano si chiamava Barometro perché faceva delle previsioni del tempo relativamente decenti. Con una giornata di anticipo, gracchiava “Bellooo, bellooo…” quando prevedeva bel tempo, altrimenti gracchiava “Keinnn, Keinnn…” mezzo tedesco e mezzo cimbro. Diana spiegava come facesse il merlo a prevedere il tempo atmosferico: se la pressione era alta, il merlo indiano sentiva tale fenomeno nelle ossa vuote, caratteristiche di tutti gli uccelli, e analogamente sentiva l’inverso quando la pressione atmosferica era bassa. Non indovinava sempre, però anticipava abbastanza bene gli acquazzoni. Naturalmente, come tutti i merli indiani, ripeteva anche un centinaio di parole sconclusionate, monologhi più che dialoghi. I bambini erano estasiati ed intervenivano, fingendo di parlare con l’animale. Certe famiglie tornavano a passare la domenica nella trattoria principalmente perché i bambini volevano vedere ancora il merlo e l’eventuale attacco di Seneno.

Senza parlare delle marmotte e degli altri animaletti, i quali pure affascinavano i bambini. Inoltre, c’era una parte del parco adibita a giochi, come scivoli, giostrine e quant’altro. Le giostrine certe volte erano spinte dai due San Bernardo: immaginiamoci il divertimento dei bimbi…

Non appena entrarono nella trattoria, Seneno balzò verso Diana e si mise al passo con lei, passandole continuamente in mezzo alle gambe e facendo le fusa. Toni era affascinato nel vedere come gli animali si comportavano con Diana.

Diana: “Vedrete che, una volta o l’altra, questo gattone mi farà incespicare…”

Tutto l’assieme, bambini, animali e soprattutto Diana che aveva raccontato tutte queste cose, creò una specie di ambiente idilliaco nella mente di Toni: provò una sensazione profonda di semplicità. Il quadretto, costituito da tutti quegli animali, gli sembrò la vera vita. S’iniziò la cerimonia del posto a tavola. 

I posti li decise la signora Lucia: “Vorrei stare tra i due ospiti Paolo e Giovanni. Vicino a Giovanni mettiamo Diana perché sono entrambi cimbri. Vicino a Diana mettiamo Toni, perché sono entrambi laureati in Storia e vicino a Toni metterò mio marito, che si troverà vicino a Paolo e parleranno di musica, teatri e biblioteche. Siete tutti d’accordo?”

Toni sperò vivamente che nessuno avesse qualcosa da obiettare.

La tovaglia era a quadri bianchi e blu, di quelle che si usano in Provenza e in Friùli: fu sostituita velocemente, stendendo una tovaglia bianca di lino, pronta per le grandi occasioni. Di fronte alle due dame furono posti due microscopici vasi da fiori in ceramica, con del muschio al posto della terra: ciascuno conteneva tre ciclamini freschi. Arrivò nuovamente il proprietario della trattoria, per consegnare i menù.  Contemporaneamente, mise in tavola delle fettine di prosciutto di San Daniele, con del pane abbrustolito e una bottiglia di vino bianco pinot grigio. Nessuno aveva ancora ordinato niente. Giuponi fece un’osservazione scherzosa: “Signor Armando, state trattando bene i signori Azzalini oppure state trattando bene noi che veniamo da Venezia?”

L’oste: “La cortesia m’impone di rispondere a questa domanda in modo evasivo. Tuttavia, francamente, quando viene Diana, per noi non è solo una festa, ma anche un guadagno“.  Chiamò ad alta voce suo figlio, informandolo che c’era Diana: arrivò Pippo, il figlio quindicenne che sorrise a tutti, si mise vicino a Diana e la guardò con occhio interrogativo.

Diana: “Pippo, vai per il Pizzoc, e prima della malga abbandonata, prendi a destra per il sentiero dei Taffarel, fino alla radura delle lingue di vacca. Sotto i pecci, dovresti trovare parecchi finferli “.

[Lingua di vacca: dicotiledone, poligono anfibio, polygonum amphibium. Erba a foglia larghissima che ama i luoghi umidi e assolati. – Peccio o abete rosso, picea abies. – Finferlo, gallinaccio, galletto, gialletto, garitula: è un  fungo ottimo, cantharellus cibarius.]

Pippo: “Grazie Diana, appena avrò finito coi lavori della trattoria, nel primo pomeriggio, ci andrò”.  E si accomiatò.

L’oste, rivolto ai veneziani con tono trionfante: “Avete sentito? vi dico già che tornerà con 50 chili di funghi almeno… ecco perché vi trattiamo bene: ovviamente scherzavo, non è solo per questo“.

Mise sei copie del menù sulla tovaglia. Toni guardava Diana, trasecolato.

Paolo Ballarin: “Diana, non so più cosa dire… ma come fa… ma poi Pippo troverà i funghi?”

Diana: “Non sempre, non sempre… come faccio… penso alle giornate di sole e di pioggia trascorse, penso ai luoghi che conosco, penso all’umidità, è come se sentissi il profumo… e mi dico: in questo momento deve esserci… il profumo dei funghi, intendo. Se c’è il profumo, ci sono anche i funghi. Come fa mio padre a comporre musica? La prende dall’aria? Da dove? Forse non lo sa nemmeno lui: probabilmente, sente le note nell’aria.  Io sento i funghi, le cose… francamente, di più non so. Forse è come l’occhio clinico del medico. Oppure, forse ricordo bene le situazioni e le stagioni passate. Non so: ho una laurea in Storia delle Religioni, non in botanica o micologia, vado un po’ ad istinto. Ci sono delle persone in Piemonte che sanno dove sono i tartufi. O meglio, lo intuiscono. Nel luogo dove ho mandato Pippo, i funghi ci sono spesso. Non l’ho mandato in una pietraia: l’ho indirizzato in un luogo adatto ai funghi. Di solito in quel luogo ce ne sono di altri tipi ma dato che in questi giorni c’è molta umidità e fa caldo, probabilmente ci saranno i finferli. Si tratta anche di ragionare un poco… in quel luogo le spore dei finferli ci sono sempre state. Secondo me, le spore aspettano il momento buono per svilupparsi… e se guardassimo il menù?“

Toni: “Complimenti, Diana: molte volte non sappiamo il senso delle nostre affermazioni, ma le sentiamo vere… volevo dire in definitiva che il suo rapporto con gli animali, ed ora anche coi vegetali, è veramente eccezionale”.

Diana: “Troverei più comodo darci del tu, se non sono impertinente…“

Toni, che non stava più nella camicia: “Volentieri… distribuisco i menù ai commensali…” e fece il giro del tavolo, distribuendo.  Dopo aver consultato il menù, Giuponi si mise a ridere e disse a Lucia: “Perbacco, ma non doveva essere un locale semplicissimo?”

Carlo: “Notate che ci sono tutti i dettagli, con tanto di data, perché hanno una licenza di trattoria biologica: risparmiano sulle tasse ma devono esporre la composizione dettagliata dei piatti, così come impone la nuova legge”.

Funghi
Figura 15 – Funghi nella Foresta del Cansiglio

  Trattoria Altopiano del Cansiglio

   Gestore: Armando Paladin

  Venerdì, 17 luglio 2043   

Primi

  • Tagliatelle (fatte in casa) con funghi del Pizzoc, con ricotta caprina del Cansiglio e con rape rosse dell’orto di casa.
  • Minestrina con stelline comperate, con farro di Puos d’Alpago e con brodo di carne di mucche del Cansiglio e con stracciatella di uova di fagiano di casa (o di piccione, in mancanza).
  • Costolette d’agnello del Cansiglio alla brace di vite di Fregona.
  • Insalata fredda di radicchio verde amaro trevisano di casa, con intingolo di pasta fatta in casa e fagioli di Lamon con ciccioli di cotenna di maiale di Caneva di Sacile, servita con fette di polenta bianca abbrustolita alla griglia (pietanza tradizionale veneta, può fungere da primo oppure da secondo piatto).

Secondi

  • Formaggella cotta (formaggio fresco vaccino di malga e pan grattato fritto al tegame)
  • Salsiccia di fegato di maiale di Caneva di Sacile con chicchi di uva cartizze passiti (di Valdobbiadene) cotta al tegame, con vino bianco e rucola.
  • Trote del Lago di Santa Croce marinate.
  • Trote del Lago di Santa Croce, quasi alla mugnaia, con burro, salvia e mentuccia.

Contorni

  • Verdura stracotta col latte ed erba cipollina (indivia, cicoria, catalogna), tutto di casa.
  • Patate lesse, arrostite, trifolate (di casa).
  • Carote crude di casa.
  • Radicchio verde amaro di casa.
  • Radicchio rosso di Castelfranco (di casa).
  • Radicchio rosso trevisano ai ferri (di Fregona).
  • Gelato salato di pomodoro, di carote o latte. Tutto di casa.

Formaggi

  • Formaggi del Cansiglio nel carrello (50 tipi in cambusa):
    • Freschi, mezzani oppure stagionati.
    • Bovini, ovini oppure caprini.
    • Salati o no.

Dolci

  • Crostata di fragole (o lamponi) del Pizzoc, con panna di malga dell’Altopiano. Fatta in casa.
  • Strudel: ricetta austriaca con cannella (di casa).
  • Gelato di panna di malga dell’Altopiano.
  • Gelato al latte vaccino di malga del Cansiglio con lamponi del Pizzoc (o mirtilli, in mancanza).

Vini

  • Vino rosso merlot di Venegazzù.
  • Vino bianco secco liscio pinot grigio di Campo di Pietra (Treviso).
  • Vino bianco secco frizzante prosecco di Conegliano.
  • Vino bianco dolce frizzante da dessert di Cartizze di Valdobbiadene.
  • Oppure la Carta con più di cento vini.

¤¤¤¤¤

La colazione fu eccezionale, anche perché ognuno ordinò ciò che più gli aggradava: si sprecarono i complimenti per la qualità della cucina. Toni continuava ad essere in adorazione di Diana: ordinò tutto quello che la ragazza aveva appena ordinato, adducendo la scusa che lei conosceva la cucina del luogo meglio di lui. In realtà, gli importava poco o niente circa le pietanze che stavano mangiando.

Vedendo questa dedizione completa, Diana non poteva fare a meno di sorridere e a un certo punto, quando nessuno sentiva, disse a Toni con tono sussurrato: “Guarda che non sono soltanto una bella ragazza, penso di avere anche qualche altra dote…“

Toni: “L’ho saputo da tua madre, mentre eri in camera tua a cambiarti. Non vuoi che ti si apprezzi soltanto per la tua bellezza. Lo so e penso che tu abbia ragione. Venendo al motivo della nostra visita… ma forse è meglio che sentano tutti”.

Proseguì ad alta voce: “Stavo parlando con Diana del motivo della nostra visita. Se siete d’accordo, ne parliamo un poco…“

Lucia lo interruppe: “Meglio di no, Toni, ci sono troppi orecchi e l’argomento è riservato: forse sarà meglio parlarne a casa“.

Ci fu un cenno di assenso da parte di tutti. Ormai aspettavano solo i caffè e quindi entro breve avrebbero potuto parlare nello chalet degli Azzalini. 

Toni riprese a parlare con Diana: “Mentre aspettiamo, dimmi della tua laurea in Storia delle Religioni“.

Laura: “Ho scelto questa facoltà perché, a mio avviso, è un argomento di eccezionale interesse, forse spinta anche dal fatto che Belial è completamente diverso dal Satana che solitamente si dipinge. Mi sono convinta che a livello inconscio gli esseri umani abbiano sempre saputo che esisteva qualcosa al di fuori di questo pianeta: un universo troppo grande per noi soli. Ora che sappiamo la verità, ci sembra ovviamente che lo avremmo dovuto sapere anche prima. Queste mie cognizioni ora saranno più utili, dopo il messaggio della notte fra il 6 e il 7 luglio“.

Poi, accennando col capo alle persone delle altre tavolate, disse: “Vedi? Secondo me, tutte queste persone si sono auto-convinte di non aver ricevuto il Messaggio. Allo stesso tempo, si rendono conto che non potranno essere mai più quelle di prima. Certamente avranno riflettuto a lungo, in questi giorni, sul nesso tra il Messaggio e la propria inclinazione religiosa. Diciamo che la mia laurea sia come un’altra qualunque laurea in materie storiche: la mia, tuttavia, accentua notevolmente il nesso esistente tra i fatti accaduti e le credenze religiose dei vari tipi di società umane nei secoli trascorsi. Lo scopo ultimo di una laureata come me dovrebbe essere quello di stabilire un rapporto biunivoco tra una società con certe caratteristiche e la religione creata o adottata, nel senso che se due popoli hanno delle culture analoghe, dovrebbero avere anche due religioni simili: questa corrispondenza tuttavia non è facilmente dimostrabile. Ci sono dei casi in cui due popolazioni sono molto simili, ma le loro religioni non lo sono affatto o almeno questo è quello che sembra al livello attuale delle conoscenze. Una laurea in Istoria delle Religioni dovrebbe dare la capacità di creare una certa tassonomia in tutta la materia: razionalizzare le religioni sembra una contraddizione di termini…

Ultimamente, vivendo a Vallorch, sarà per la foresta, o per l’ambiente naturale, mi sento portata ad approfondire tutti gli aspetti delle religioni a contenuto immanentistico. Questo, con l’ecologia imperante a proposito e a sproposito, è anche di moda: parlarne ai convegni può conferire un certo prestigio.  In una conferenza a Padova, presso l’Università, dove ho espresso le mie opinioni, sono riuscita a convincere l’uditorio che, per l’integrazione tra cultura e ambiente, i popoli che hanno sviluppato religioni immanentistiche non necessariamente sono proprio dei primitivi. Diciamo che tali religioni potrebbero anche essere definite ecologiche… ma su questi argomenti c’è molto da fare e sarebbe necessario riprendere in mano i sacri testi e riesaminarli da questo nuovo punto di vista”.

Toni: “Molto interessante… potresti approfondire questi argomenti alla Marciana, dove la documentazione per studiare questo parallelo è sicuramente abbondante. Forse non lo sai: io sono consulente esterno della Sezione Storiografica della Biblioteca Marciana stessa. Il mio compito è proprio quello di trovare nuovi filoni di studio basati sui documenti della biblioteca… dal 7 luglio questo potrebbe essere l’argomento predominante: ora tutti sanno con certezza che non siamo soli nell’universo, e quindi esaminare la psiche umana in relazione al trascendentale, o quanto meno alieno, è certamente diventato della massima importanza e non una forma di istruzione perdi-tempo, fine a sé stessa, ma fondamentale per esaminare cosa avevano previsto i nostri antenati, alla luce di questa nuova certezza“.

Diana: “Verissimo. Terminando il ragionamento di prima, mi sono accorta che, in questi giorni, noi esseri umani tendiamo ad assentarci dalla realtà e a fare progetti o programmi come se i Cosmici non avessero dato l’ultimatum…“

Toni: “Eh… già… tu mi hai aiutato molto a dimenticare per qualche ora questa brutta realtà… e non vorrei risvegliarmi completamente, comunque”.

Diana sorrise dolcemente, guardandolo negli occhi e aggiunse con una nota calda nella voce: “Ecco, arrivano i caffè, così poi proseguiremo i nostri discorsi a casa… comunque, dal messaggio in poi, tutto mi suona falso, irreale e senza nessuna importanza. Gli americani hanno impiegato mesi per rendersi conto che l’episodio di Pearl Harbour era accaduto veramente… anche i discorsi che faremo a casa forse saranno irreali…“

Toni pensò che fosse veramente in gamba, la sua dea della foresta…  poche ore prima, al momento del primo incontro, ricordava di aver pensato che, se da un lato era contento di averla conosciuta, dall’altro si rendeva conto che la conoscenza di Diana poteva in futuro essere vanificata dalle conseguenze del messaggio Cosmico. Questo lo avviliva moltissimo e lo preoccupava ancora di più…

Arrivarono i caffè, arrivò il conto, ci furono i saluti e poi la compagnia salì sulle automobili per andare a casa Azzalini: là, avrebbero affrontato i grandi argomenti.

Cansiglioy
Figura 16 – Ragazzi nella Foresta del Cansiglio.

 

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