La nube di Oort – Capitolo 15 [546]

La riunione in casa Azzalini.  (importante)

Big Brother is watching you… (Il Grande Fratello ti osserva…) George Orwell (romanziere inglese, 1903 – 1950) 1984,1.

La civiltà delle caste. Toni diventa HSE.

Vallorch, pomeriggio del 17 luglio 2043.

Lucia e Diana, su richiesta unanime, fecero degli altri caffè.  Tutti sedettero attorno ad un tavolo, con aria meditabonda, muniti di carta e matita.

Paolo Azzalini: “Come moderatore precedente in quel di Venezia, riapro le conversazioni. Eravamo rimasti agli ultimi appunti scritti nel 2010 da Bruno. Gli appunti sono stati esaminati e so che anche voi e Diana, in modo particolare, siete al corrente di tutto. Molte delle cose dette da Belial, che sembravano superflue, si sono invece rivelate della massima utilità dopo gli ultimi avvenimenti. Là, dove Belial diceva che i Potenti (o Cosmici, come li chiamiamo noi) non avevano chiuso la questione di HSS, aveva dimostrato notevole fiuto.

Dove diceva che uno dei più grossi problemi degli esseri umani, se non il più grosso, era quello delle gerarchie, diceva qualcosa che è stato confermato dal tenore del messaggio Cosmico. Ora, per dare un senso a questa riunione, ci mancano tre punti:

  • Che cosa sia scritto nei diari e negli appunti, se ci sono, successivi a quelli in nostro possesso.
  • Che cosa pensi Belial dell’accaduto, e se sia in grado di aiutarci, con suggerimenti oppure con azioni effettive.
  • Come immaginare nuove soluzioni e come metterle eventualmente in ordine di importanza.

Dato che Diana ha mantenuto i contatti con Belial, io le darei la parola…“

Diana: “Grazie. Per quanto riguarda il primo punto, la mia conoscenza con Belial è avvenuta nel 2030, quando avevo quindici anni. Il contenuto del diario da me tenuto non è tale da apportare notizie utili in questa situazione. Belial, quando seppe della mia scelta circa la laurea, m’incoraggiò. Inoltre non mi ha mai detto come ha fatto, ma mi ha confermato di avermi dato una sensibilità particolare.

Per parlare con lui, non serve che io vada sul Pizzoc, dove comunque ci parliamo meglio, ma è sufficiente che io sia almeno all’aperto. Sembra che siano riusciti (quelli di Eddah, intendo) ad aumentare in me alcune doti latenti, che erano presenti nel loro esperimento sui Neanderthal. Hanno applicato delle varianti all’esperimento fallimentare condotto allora. Ho una maggior sensibilità cerebrale.

Non leggo cioè nel cervello, come succedeva ai Neanderthal: mi si creano piuttosto delle associazioni mentali circa il mio interlocutore e queste ultime sono abbastanza chiare.  Insomma, vivo le associazioni come se fossero delle intuizioni. Non leggendo apertamente nella mente altrui, non sono mai sicura fino in fondo di ciò che credo di aver intuito e devo essere prudente.

Con gli animali è la stessa cosa, solo che con loro è molto più facile. Gli animali sono semplicissimi e vivono per immagini. Un cervo, se in lontananza vede un cavolo, immagina il proprio corpo che, camminando, raggiunge il cavolo: subito dopo, succede. Noi umani abbiamo queste sensazioni in sogno e durante l’ipnosi. Può accaderci di sognare di essere per la strada e di vedere un cartello col nome del paese dove dovremmo essere: un cartello stradale, insomma.

Nel sogno e anche nell’ipnosi vediamo il cartello chiaramente ma non riusciamo a leggerlo, come se fossimo analfabeti… ecco, gli animali vivono così, come noi viviamo in un sogno. Per l’uomo, questo dipende dal fatto che durante il sogno e durante l’ipnosi i neuroni preposti alla lettura non sono attivati: per gli animali, dipende semplicemente dal fatto che non hanno quelle zone preposte alla lettura. Per gli uomini, durante l’ipnosi, è tuttavia possibile la scrittura perché i neuroni relativi sono dislocati in un’altra parte del cervello.

Tornando agli animali, per fare qualche esempio non esaustivo, quando si avvicinano ad un uomo, se vedono le palme delle mani aperte, di solito interpretano questo gesto come un segno di amicizia. Per loro, basta poco per decidere l’atteggiamento da tenere: sono semplici e un malintenzionato se ne può facilmente approfittare. Nella mia logica, si tratta di una mancanza seria, come rubare le caramelle ad un bambino piccolo.

 Faccio un altro esempio sui cani. Un cane non ama le carezze sulla testa: crede che lo vogliate sottomettere. Questo si può imparare con l’esperienza, conoscendo meglio i cani stessi.  Io invece, istintivamente, sento che l’animale non vuole le carezze sulla testa e che le vorrebbe piuttosto sotto il mento.   Inoltre, se un essere vivente ha un disturbo, un osso dolente, un trauma invisibile, io vedo la parte malata come se avesse un colore verdino. Lo so che il colore verdino non c’è, ma a un livello diverso, che non so spiegare, per me il verdino esiste e lo vedo.

I guaritori hanno cose del genere molto sviluppate, prese probabilmente da quella percentuale di DNA dei Neanderthal. Ad esempio, io so che Pippo ha trovato tanti funghi perché, quando ci penso, mi sento soddisfatta: quest’ultima affermazione tuttavia non la so proprio spiegare. Il gatto Seneno si avvicina a me perché quando lo vedo lui sa, ed anch’io, che proveremo entrambi piacere ad essere più vicini.

Non bisogna mai disilludere gli animali: hanno poche certezze e bisogna lasciargliele, altrimenti possono diventare aggressivi perché si sentono persi, come un pesce fuori dall’acqua. C’è anche la canzoncina che dice «il cane sulle strisce non si può tradire». Con gli uomini, è la stessa cosa: benché ci siano dei casi in cui certe idee sbagliate siano difficili da cancellare, di solito togliere un’idea sbagliata ad un uomo è più controproducente che altro.

Molte volte, l’idea sbagliata si è formata per una specie di riequilibrio, per un’omeostasi. Togliere l’idea sbagliata, creata apposta per sostenere una costruzione pericolante, può far crollare tutta la costruzione: prima di togliere il puntello sbagliato bisognerebbe prepararne uno giusto o almeno più adeguato alla realtà. Nei miei studi sulle religioni ho visto che succede la stessa cosa: togliere una convinzione religiosa, di per sé irrazionale, usando metodi razionali, è senza senso ed impossibile.

Vi ricordo che, non appena cadde l’impero dell’Unione delle Repubbliche Socialiste Sovietiche, la prima cosa che fecero i russi fu ribattezzare Leningrado col suo vecchio nome di San Pietroburgo. Nell’inconscio collettivo russo, questo desiderio era da tempo in attesa di essere realizzato.

Ci sono comunque altre cose inspiegabili: io sento i funghi ma non sento i quadrifogli… c’era una ragazza, quando avevo sedici anni, che veniva qui in villeggiatura, da un paesino della provincia di Venezia. Andavamo assieme a fare delle passeggiate nei prati ed invariabilmente lei raccoglieva mezza dozzina di quadrifogli: io non ne ho mai trovato uno in vita mia. La sua spiegazione era semplicissima, un po’ come la mia per i funghi: diceva che bastava guardare il prato ed individuare le zone dove l’erba era più grassa; poi, i quadrifogli sarebbero saltati fuori da soli.

Con questo non aveva spiegato proprio niente. Lei aveva questa dote ed io tuttora non l’ho. Dopo che lei aveva trovato un quadrifoglio, io cercavo di concentrarmi sull’erba circostante per capire come si potesse dire se era grassa o meno: io non vedevo assolutamente niente e lei ripeteva: «Ma non la vedi… è diversa, è grassa…»

Questi sono solo esempi per dire che forse le mie doti non sono così eccezionali come potrebbe sembrare a prima vista: ognuno di noi ne ha magari alcune e non altre. Belial dice che le mie doti erano state studiate per noi umani dagli Eddah ancora un milione di anni fa e poi è andato tutto in fumo, come ben sapete. Ora sono stati apportati dei cambiamenti. La necessità di difenderci meglio, dice Belial, dipende dal fatto che recentemente siamo entrati nel novero delle Civiltà Intergalattiche e questo dal 22 luglio 1969.

Voi già sapete anche un’altra cosa: è rimasto, in certi ceppi umani, come quello dei cimbri, un buon quattro per cento di queste doti neanderthaliane e in casi rari anche un’otto per cento. Belial dice che io sono al sette per cento circa.  Gli Eddah pensano di applicare ad altri quello che è stato applicato a me. Sembra che l’esperimento condotto su di me abbia un lato negativo, come lo avranno gli altri che riceveranno la mia mutazione: poca sopportazione delle persone in malafede e questo io lo percepisco nettamente. Inoltre, come tutti quelli che hanno il rutilismo, devo stare attenta agli anestetici.

Torna il vecchio discorso del fallimento dei Neanderthal: troppa sincerità, con conseguente disgregazione della struttura sociale organizzata gerarchicamente, indispensabile in una specie non dotata di armi naturali.  Belial dice che questa volta hanno fatto tesoro dell’esperienza sbagliata. Come dicevo, io non sopporto gli ipocriti: è più forte di me e nemmeno riesco ad usare la diplomazia per nascondere la mia irritazione.

Per me è come se una persona che ha un vestito bianco dicesse di essere vestita di nero: non solo è inaccettabile ma è anche ridicolo. Per quanto riguarda il secondo punto, cioè cosa possa pensare Belial del Messaggio Cosmico, ho sentito Belial stesso questa mattina e mi ha detto che gli Eddah stanno pensando a cosa suggerirci, che ancora non hanno deciso per un orientamento, che se l’aspettavano, che non poteva essere diversamente e che comunque considerano il messaggio come inviato precocemente. Dice inoltre che i Potenti avrebbero potuto attendere ancora un secolo e anche più. Ha aggiunto che ormai siamo in ballo ed è inutile perdere tempo a pensare diversamente. Sul terzo punto, cioè soluzioni da me ipotizzate, non ho pensato assolutamente a niente”.

Carlo Azzalini: “Devo proprio assentarmi un momento: voglio mettere giù un rigo musicale o due… scusate, ma è un mese che ci penso e mi è venuto adesso. Non vorrei proprio perdere l’ispirazione”.  Si alzò e si diresse verso il pianoforte, due stanze più in là.

Diana attese che il piano suonasse, poi disse: “Sono stata io ad allontanare mio padre. Belial ha detto che non si fida di lui e che in sua presenza dovremmo parlare il meno possibile: potrebbe essere una quinta colonna, magari involontariamente. Che facciamo?”

Rivolse uno sguardo a Toni, come per dire che una soluzione se l’aspettava da lui. Nel frattempo, il pianoforte suonava una melodia dolcissima in tonalità minore ma con degli accordi armonici di quarta: triste e solenne allo stesso tempo.

Toni: “Facciamo finta di niente e continuiamo a parlare, restando sulle generali. Bisognerebbe tuttavia metter giù un’agenda dei colloqui: finiamo stasera? oppure proseguiamo? o ci vediamo altrove? senza il signor Carlo, intendo.  Si potrebbe domani andare a vedere il bosco, ma se viene anche Carlo…”

Lucia: “Non credo che Carlo verrà. In ogni caso, mi darò da fare io. Potreste andare voi tre con Diana, ma ci vorrebbe un posto riservato… potreste andare in cima al monte Pizzoc: abbiamo una casetta in legno, a 1500 metri, dove stareste anche al fresco…“

Paolo Azzalini: “Allora, bisogna risolvere il problema per questa notte…”

Lucia: “Telefono subito giù al Lago di Santa Croce…”

Lucia, mentre sta telefonando, rivolta ai tre veneziani: “Per fortuna ci sono due stanze entrambe a due letti: prenoto?”

Paolo Ballarin: “Prenoti pure, Giuponi è nostro ospite. Tanto dovrebbe pagare l’Onu oppure dovrebbero pagare i servizi segreti americani…“

Lucia, dopo aver messo giù la cornetta: “Ho detto che potreste arrivare anche un po’ tardi. Ora parliamo della situazione internazionale dopo il Messaggio, senza magari parlare di Belial…”

Carlo tornò, soddisfattissimo per la musica che aveva realizzato. Spiegò che i cimbri erano particolarmente dotati musicalmente, ricordando i femori d’orso usati dai Neanderthal.  In quel momento suonò il telefono e Carlo rispose. Subito dopo, comunicò a Diana che Pippo ringraziava e che aveva trovato una sessantina di chili di finferli. Ripresero il dialogo sul messaggio Cosmico.

Toni: “Non è produttivo pensare che i Potenti (o Cosmici che dir si voglia) abbiano sbagliato i tempi, né tanto meno possiamo eludere la realtà. Per anni sono stato immerso nella Storia e devo dire che i Cosmici hanno focalizzato il problema. I cicli sociali sono una costante della storia umana. Se io dovessi estirpare il malvezzo delle gerarchie, punterei sulla sincerità obbligatoria: secondo me, sono due facce della stessa medaglia. In definitiva è come se i Cosmici avessero detto di voler estirpare le gerarchie.  Non le gerarchie in quanto tali, badate bene, ma in quanto foriere di manipolazioni, ingiustizie, mezze verità, prevaricazioni.

Quello che mi lascia stupefatto è come già i Neanderthal avessero queste caratteristiche di sincerità, a conferma del fatto che gli Eddah avevano visto giusto. Una soluzione potrebbe assomigliare a quella dei Neanderthal: gente che, non potendo dire bugie, non potrebbe essere eliminata col Codice di Sincerità. Tuttavia, ancora una volta, non potrebbe convivere con HSS se questo a sua volta non fosse obbligato ad essere altrettanto sincero. Se i Neanderthal, insomma, avessero preso il sopravvento, come diceva Belial, oggi non saremmo in questa situazione”.

Intervenne Diana: “Toni, questo è un ragionamento bellissimo: me lo aveva fatto proprio Belial qualche anno fa”.

Toni, compiaciutissimo: “Grazie, Diana, proseguo, parlando di HSS. Molto più semplice per i Cosmici dire di punire i bugiardi non disinteressati, i quali sicuramente si trovano nelle caste prevaricanti, nei governi che fingono di essere al loro posto per il bene del popolo e così via. Per HSS, le gerarchie sono l’inevitabile conclusione della dialettica tra il capo e i sottoposti. L’uomo non ha senso se non è aggregato ad una struttura sociale, vuoi per la debolezza del singolo che per l’evoluzione tecnico-culturale. La specializzazione è inevitabile per la conservazione e per l’evoluzione della specie. Vi fornisco un esempio.

Supponiamo che noi, le sei persone qui presenti, ci si trovi naufraghi in un’isola deserta, dove per fortuna ci sono delle palme da banana. La prima cosa ovvia è la seguente: ciascuno dovrà procurarsi, ogni giorno, le banane per sopravvivere. Toni, cioè il sottoscritto, cade da una palma e si fa male. Giuponi, bontà sua, cercherà di curare Toni, ma deve pur mangiare. Gli altri quattro dovranno procurare le banane anche per Toni e per Giovanni: per Toni perché, se domani dovessero essere loro gli infortunati, gradirebbero essere aiutati nello stesso modo; per Giovanni, perché deve continuare a mangiare, anche se sta curando Toni.

Una volta che Toni fosse guarito, tutti riprenderebbero a raccogliere le banane per loro stessi. Se poi dovesse cadere il signor Carlo, a fare da infermiere sarebbe probabilmente chiamato ancora Giuponi, già abbastanza esperto, e così, lentamente, Giovanni Giuponi diventerebbe uno specialista. Se la comunità dovesse aumentare di numero, uno come Giuponi diventerebbe importante ed entrerebbe in poco tempo a far parte della casta degli indispensabili.

Gli altri dovrebbero raccogliere le banane anche per lui. Ergo: l’inizio della specializzazione (necessaria per il progresso) crea inevitabilmente una prima casta con i primi privilegiati specializzati. Questo non è male, poiché Giovanni è un galantuomo: se invece al posto di Giovanni ci fosse uno più… insomma, meno serio, costui potrebbe cominciare ad approfittarsi della posizione.

Ad esempio: «Tutti mangiano una banana al giorno e la procurano anche a me, ma io sono indispensabile e dovrei essere premiato con una banana e mezza… anzi, dato che ci siamo, facciamo due». Dipende esclusivamente dal potere di contrattazione. Gli altri, per contro, pensano: «Non fa la fatica nostra e vuole più banane di noi…».  Notate che qui s’inizia la disputa poiché il torto e la ragione non si dividono mai con il coltello.

Un bel giorno, glielo dicono in faccia: «Tu vuoi di più, ma la fatica maggiore la facciamo noi: tu sei un privilegiato». Il nostro specializzato risponde: «Vergognatevi, siete voi i privilegiati. Voi andate a dormire ed io devo continuare a riflettere sul come aggiustare le vostre ossa: quasi quasi vi mando tutti a quel paese… voi potete vivere felici, spensierati, io invece ho le preoccupazioni e nessun privilegio». Con quest’ultimo discorso, non propriamente sincero e fatto più che altro nel proprio interesse, s’inizia la connessione ipocrita tra sottomessi e gerarchia sovrastante. Se fosse stato obbligato ad essere sincero, il nostro specializzato avrebbe dovuto dire la verità oppure rinunciare ai suoi privilegi.

Credo che i Cosmici vogliano eliminare proprio queste situazioni da casta privilegiata, le quali inducono alle liti e alle guerre. Per fare questo, hanno pensato di puntare sulla sincerità: tutto sommato, hanno riscoperto dopo un milione di anni la tanto criticata idea di Belial…

Tornando al nostro esempio, gli altri penseranno che sarà meglio tollerare il sopruso ma l’umiliazione rimarrà e nell’inconscio si formerà il desiderio di eliminare gli impostori.  Un poco alla volta, si creeranno delle gerarchie che vorranno dissimulare il loro potere e che allo stesso tempo avranno enormi privilegi. Possono essere militari, sacerdoti, intellettuali, commercianti, acquisitori in genere: ma non sarà mai il popolo.

La gente li deve anche mantenere: ogni tanto esplode la ribellione ma, per farlo, c’è bisogno dei militari (o dei capipopolo) che facciano da guida e, inevitabilmente, subito dopo, gli stessi assumono il comando. Di solito, subito dopo sono creati anche altri gruppi di potere ed altre gerarchie parallele, per soddisfare tutti i notabili che non hanno ancora un posto di rilievo: massonerie, ordini religiosi, società sportive, criminalità più o meno organizzate e qualunque altra organizzazione a piramide, avranno al vertice dei privilegiati, che solo rarissimamente non si approfitteranno della situazione.

Per non parlare dei gerarchi di un gruppo che ambiscono ad essere contemporaneamente anche gerarchi di altri gruppi… queste cose sono esattamente quelle che i Cosmici non vogliono più.  I Cosmici sono decisi a buttar via l’acqua sporca ad ogni costo, anche se ciò implica di buttar via anche il bambino, cioè l’umanità tutta. Secondo me, noi HSS dovremmo trovare il modo per buttare via l’acqua sporca ma non il bambino.

I Cosmici scrivono di voler eliminare chi mente in mala fede a danno degli altri, sapendo di mentire eccetera. Se fosse solo per questo e in tal senso, Diana, ad esempio, sarebbe destinata a salvarsi: se non sopporta che gli altri mentano, non dovrebbe mentire nemmeno lei… o forse addirittura non può più mentire?”

Diana: “Può anche darsi che io non riesca a mentire. Dovrei provare”.

Paolo Azzalini: “Ottima analisi, figlio mio. Hai inquadrato correttamente il problema. Conoscendo i nostri simili, non penso che cambierà qualcosa se non dopo le prime decimazioni. Immagina i politici, i magistrati e le gerarchie tutte quando si troveranno obbligati, pena la vita, ricordiamolo, a non mentire e a rinunciare pertanto ai loro privilegi sfacciati… alla tua analisi, vorrei aggiungere tuttavia che una casta protegge i propri iscritti sempre e comunque, anche se questi ultimi danno evidenti segni di incapacità e disonestà. Questo dipende dal fatto che il castista (mi si perdoni il neologismo) in realtà salva l’altro solamente per salvare sé stesso: non lo fa certo per generosità. Egli pensa che domani potrebbe essere lui sul banco degli imputati. Il primo principio che gli appartenenti ad una casta hanno sempre applicato e che sempre applicheranno, è: «Non dobbiamo mollare mai, dobbiamo resistere, non dobbiamo arrenderci, dobbiamo proseguire per trionfare. Per ottenere questo, dovremo difendere tutti i membri della nostra casta, torto o ragione che possano avere».

Si arriverà (come d’altronde già succede) addirittura alla conclusione che una casta tanto più conterà quanto più i suoi membri rimarranno impuniti. Anzi, un castista colpevole, protetto strenuamente, è una ragione per rafforzare l’immagine della casta stessa, dimostrandone la forza con l’impunità. Secondo la logica dei castisti, la miglior casta è quella che vince sempre: una casta tanto più conta quanto meno viene toccata. Questo succede anche nella delinquenza organizzata, che ha l’unica colpa di non avere un nome migliore, altrimenti si confonderebbe senz’altro con certe altre gerarchie ufficiali. Pensate con quanta difficoltà, pur se obbligati, vorranno rinunciare a tutto questo”.

Diana: “Un sistema potrebbe essere quello di giudicare una casta dal di fuori. Un sistema coi probi viri interni non funzionerà mai. E ci vorrebbero pene severissime. Temo, come diceva Belial a mio nonno, che il buonismo imperante sia sostenuto per dissuadere dai giudizi severi. Ovvero: dato che siamo tutti colpevoli, facciamo in modo che l’atmosfera sia fatta di pietà e comprensione. Quando diciamo che nelle carceri ci sono dei sovrappopolamenti, la conclusione dovrebbe essere di aumentare la capienza e non certo quella di mandare a casa i delinquenti in più. Temo che le caste cerchino di seminare l’indulgenza con dei fini non disinteressati: in tal modo indurranno ad una eventuale indulgenza futura anche nei loro confronti“.

Le caste.

Ancora Diana: “Una casta, come ad esempio una magistratura, non può essere giudicata da magistrati probi viri. Ciò significa, implicitamente:

  • Che i non probi viri sono sospettabili a priori più dei probi viri.
  • Che i probi viri devono pure essere dei magistrati, perché non ci si fida delle altre gerarchie o si teme che dei giudici esterni siano imparziali e severi.
  • Che, tra i magistrati, ce ne sono di meno seri e di più seri: i probi viri sono scelti solo tra questi ultimi.

Ne discende che la gerarchia, così congegnata, può essere considerata affidabile e farà quello che le sembra giusto, senza tema di giudizio altrui, anche se i suoi membri sono di due tipi: più seri e meno seri. A mio avviso, se i probi viri appartengono alla casta, non cambierà mai niente. Le pene dovrebbero essere severissime: solo a queste condizioni salveremmo il bambino“.

Giuponi: “Questa faccenda comincia ad avere degli aspetti molto interessanti: forse qualcosa cambierà…“

Toni: “Sto pensando a mio cugino Martin che si troverà alle prese con i problemi dell’Onu: un’organizzazione dove la stragrande maggioranza è costituita da gente che rappresenta governi dittatoriali, i quali sinora hanno comandato frodando le popolazioni e raccontando le bugie più inverosimili. Dopo l’ultimatum dei Cosmici, le giustificazioni addotte sinora non terranno più. Quando dicevano: ma noi nel paese africano X abbiamo un popolo immaturo, che non sa, oppure dicevano che era il popolo che non voleva la democrazia… potrebbero essere eliminati fisicamente e quindi dovranno cambiare per forza, se faranno a tempo. L’Onu stessa ha comportamenti immorali: certi paesi dotati di petrolio, non ancora assegnati a qualche paese colonizzatore importante, sono delle prede appetibili.

Si sostiene infatti che, se accadono degli abusi, un intervento punitivo è legittimo, inventando motivi odiosi e inesistenti, come la fiaba del lupo e dell’agnello. Subito dopo, s’interviene e ci si appropria del petrolio. In altri paesi, dove il petrolio non c’è, i governi locali possono liberamente massacrare i cittadini: l’Onu non ha il tempo per curarsene, o meglio, del problema non se ne fa carico nessuno. Per finire, con la terza ipotesi, se il paese X col petrolio non è conteso perché già si trova nella sfera d’influenza del paese Y che comanda al mondo, il paese X diventa intoccabile… sono tre pesi e tre misure.

A seconda dell’area d’influenza, i paesi membri permanenti del Consiglio di Sicurezza metteranno o meno il veto per certe operazioni, non certo in base ad un principio di giustizia, ma in base ai loro punti di vista politici ed ai loro interessi immediati. Sono d’accordo con Giuponi: non è male che qualcosa cambi, anzi… e non tutto il male viene sempre per nuocere”.

La signora Lucia pregò Diana di aiutarla a preparare la tavola per la cena. Come anticipato, la cena fu deliziosa:

  • Risottino di rane del torrente qui vicino.
  • Agnello al forno dei pastori del Cansiglio.
  • Dolce basato su frutti di bosco locali e su cioccolato.
  • Vini delle colline della provincia di Treviso.

[Lat. 45.666279° N, long. 12.242088° E]

Diana era nuovamente seduta vicino a Toni. Aspettò che nessuno sentisse, e poi sussurrò: “Questa sera andate a dormire al Lago di Santa Croce…”

Toni: “Sì… “

Diana, a voce impercettibile: “Non appena abbiamo finito di cenare, invitami a fare una passeggiata romantica al chiaro di luna…“

Toni credette di essere impazzito. La guardò incredulo e disse: “Come… tu…“

Diana, sussurrando: “Hai capito perfettamente: devi farti coraggio e chiedermelo, in modo che tutti sentano bene“.

Da quel momento, tutta la deliziosa cenetta andò per traverso al pover’uomo, vittima della più bella donna del mondo. Non sapeva da che parte cominciare, pensava di poter fare la figura del babbeo, come d’altronde aveva temuto fin dall’inizio. 

Comunque, subito dopo il super alcolico finale, chiuse gli occhi, si fece coraggio e disse, come in trance: “Io dopo cena ho l’abitudine di fare due passi: Diana, saresti così gentile da accompagnarmi in una passeggiata romantica al chiaro di luna?”

Tutti sorrisero e Diana rispose: “Certamente, quale dama rifiuterebbe un così distinto cavaliere?”

Diana si alzò, si avviò verso la porta e disse a voce alta: “Due passi dopo cena significano quindici, venti minuti al massimo: ci vediamo…“

Toni la seguì. Appena usciti, Toni acquistò una espressione da Casanova e disse: “Diana, non avrei mai pensato…“

La ragazza lo interruppe: “E faresti bene a non pensarlo: d’altronde ci conosciamo da poche ore. Il fatto è che ti devo assolutamente parlare. Domani mattina saremo sul Pizzoc in quattro, ma Belial mi ha detto delle cose che devono rimanere assolutamente riservate. Io avrei deciso di informarti ma non voglio che lo sappiano né tuo padre né tanto meno Giuponi”.

Toni, invece di demoralizzarsi, sembrava confortato perché le cose avevano di nuovo un senso… e disse: “Ho capito perfettamente, scusa la mia presunzione di prima, parlami pure”.

Diana: “Io non sono come voi: non sono più una HSS”.

Toni: “Cooomeee?”

Diana: “Proprio così! Le modificazioni apportatemi da Belial sono avvenute anche a livello genetico e sono irreversibili. Io ho scelto anche il nome per la nuova specie: Homo Sapiens Expŏlītus”.

Toni: “ Expŏlītus… rinnovato, raffinato, migliorato… perché questo nome?”

Diana: “Non mi veniva altro di meglio e Belial disse che andava benissimo: ad HSS succederà quindi HSE, se del caso… io per ora sono l’unico esemplare di HSE. Belial ed i suoi hanno 144 anni di tempo per farne un certo numero. Un migliaio, dieci mila, o quanti più possibile: li vuole plasmare al più presto, con un intervento analogo al mio; poi, quelli successivi, dovrebbero arrivare con l’accoppiamento consueto.

Fra 144 anni, se HSS sparirà, ci dovranno essere almeno trenta o quaranta mila HSE. Tieni presente che un HSS e un HSE che si accoppiano non possono avere figli. Io sono una HSE da quando avevo diciotto anni. Belial mi ha chiesto se ero d’accordo ed io ho detto di sì. Belial aveva previsto tutto. Tra le alte modificazioni apportate, HSE ha la zona neuronale relativa al Codice di Sincerità che è inaccessibile alla manipolazione dei potenti. Inoltre, anche volendo, non può dire il tipo di bugie proibite dai Potenti. Approssimativamente, il Codice di Sincerità non sarà mai settato a falso per il semplice motivo che HSE ha la stessa struttura mentale dei Neanderthal.

Semplicemente, un HSE non mente e legge nei cervelli di HSS in modo piuttosto limitato. Tra HSE, dovremmo leggere perfettamente e scambiarci informazioni mentali: questo non è stato ancora provato perché ci sono solo io. Ti ricordo che i problemi, connessi all’estinzione dei Neanderthal, sorsero per la loro incapacità di mentire. Ora è il contrario: quell’incapacità è diventata un privilegio.

Se gli HSS dovessero sparire, non avremmo problemi, perché gli HSE non possono essere eliminati dai Potenti se non con l’omicidio; se invece gli HSS dovessero sopravvivere, noi saremmo sempre e comunque adeguati al messaggio cosmico dell’altra notte. I Potenti non si accorgeranno di niente fino al momento dell’eliminazione finale, se ci sarà, quando si renderanno conto che gli HSE sono sopravvissuti.

Come dicevo poc’anzi, l’eliminazione degli HSE sarà possibile solo con armi tradizionali e non con manipolazioni psichiche, a meno che i Potenti non abbiano altre armi ancora, sconosciute a Belial. La struttura mentale di HSE ha due piccole differenze rispetto a Neanderthal, e ora te le espongo:

  • Non sono più gli altri che leggono nel tuo cervello, ma tu che consenti loro di accedere. Ho provato con Belial. Esiste una specie di anticamera, dov’è accolta la richiesta di accedere: se tu non sei d’accordo, la richiesta di accedere è respinta. Inoltre tu puoi consentire l’accesso a certi pensieri, a certi ricordi, a certe sensazioni e questo a tuo insindacabile giudizio.
  • Non esiste più lo chignon dei Neanderthal: sono stati utilizzati determinati circuiti neuronali ridondanti, così come per la lettura sono stati usati dei circuiti che erano prima usati per riconoscere orme, tracce, colori, profumi. Gli indigeni analfabeti del Mato Grossousano ancora, per seguire le orme di un animale o per trovare l’acqua, quella parte del cervello che noi usiamo per la lettura.

Belial è qui con noi. Vuoi dirgli qualcosa?”

Toni: “Siamo all’aperto… quindi, tu sei in contatto… non so cosa dire, salutalo“.

Diana: “Mi chiede se vorresti essere il primo maschio HSE…“

Toni: “Io… il primo… si! Lo voglio proprio”.

La risposta di Toni fu istintiva. In quel modo, si sarebbe sentito più vicino a Diana: sarebbe diventato come lei.

Diana: “Belial dice che probabilmente lo hai detto per stare più vicino a me, per seguirmi… vorrebbe una riflessione più profonda“.

Toni pensò che se i Neanderthal non c’erano più era perché tutti sapevano tutto, come in quella circostanza. Rispose: “Non è solo per quello. Non ho niente da perdere a dire sì“.

Diana sembrò andare in trance, poi disse: “Per Belial va bene: se sei d’accordo, ti creerà ora un primo aggancio cerebrale, poi stanotte dovrai stare all’aperto, magari su un materasso.

Stanotte sarai un HSE e subito dopo potrai essere in contatto con Belial e con me. Ci metterai un mese o due per imparare ad usare tutte le tue nuove facoltà. Ti va bene? Belial mi sta dicendo che si tratta di un processo irreversibile“.

Toni pensò ancora che d’ora innanzi poteva essere in contatto con Diana. Una mala lingua avrebbe potuto dire che da quel momento lui sarebbe stato un indemoniato… pazienza: è la vita. Rispose: “Cominciamo subito“.

Diana: “Siediti qui, sull’erba. Belial ha detto che non devi stare in piedi. Dimmi quando sei pronto“.

Toni: “Sono pronto“.

Diana chiuse gli occhi e sembrò tornare in trance. Toni sentì una leggera scossa nella testa, come un brivido, e si trovò disteso sull’erba. Nel cervello gli passarono tutte le sue idee, tutti i suoi ricordi, come dicono succeda quando uno muore. Poi sentì un rumore fortissimo all’interno degli orecchi. Nient’altro.

Dopo un poco, Toni disse: “Chi sono ora?”

Diana: “Sei metà HSS e metà HSE: da questo momento, non puoi più accoppiarti con una donna HSS ma nemmeno con una HSE, anche se ci sono solo io, per il momento…“

Toni: “A me andresti bene anche solo tu…“

Diana sorrise e rispose: “Ora Belial ti saluta e ti dice che ha apprezzato moltissimo. Gli è piaciuto in particolare il tuo discorso di questa sera, quello dove dicevi che i Cosmici devono ora applicare i principi di sincerità che gli Eddah avevano messo da tempo immemorabile nei neanderthaliani.

Ricordati di questa notte. Con la scusa del caldo, dormi fuori all’aperto. Ora rientriamo e non dire niente. Non dire niente di questo a tuo padre e a Giuponi. Belial non lo vuole. Se per caso tu non avessi accettato di diventare HSE, Belial ti avrebbe messo comunque a tacere, non so come. Io gli ho assicurato che tu avresti accettato. Alzati…”

La ragazza gli prese la mano per aiutarlo e Toni si trovò all’ottavo cielo, più in alto del settimo. Balbettò un grazie e si avviarono verso casa. E se avesse detto no? Belial lo avrebbe forse eliminato fisicamente… tutto è bene quel che finisce bene!  Insomma, Diana in quel momento era la sua Eva e lui era come Adamo: HSE… anzi, a metà… incredibile, incredibile. Rientrarono in casa.

Lucia: “Come passeggiata romantica, è passata un’oretta abbondante: non vorrei che faceste tardi al Lago di Santa Croce…”

Lucia aveva trovato, per il marito Carlo, delle cose da fare per il giorno successivo e i veneziani sarebbero passati a prelevare Diana alle dieci del mattino. La strada per il Pizzoc era sufficientemente larga per andare su col transatlantico.

I veneziani arrivarono al Lago: l’albergo fu trovato immediatamente.

Toni chiese una stanza con la terrazza perché soffriva il caldo e aveva intenzione di dormire all’aperto…

Paolo Ballarin, Giuponi e il portiere dell’albergo si guardarono perplessi. Paolo chiese a Giuponi se potevano dormire assieme nell’altra camera: se il figlio aveva deciso di fare il sonnambulo, che rimanesse per conto suo…

Toni, non appena in camera sua, aprì la porta della terrazza e controllò la situazione: andava tutto bene. Aspettò dieci minuti, poi prese il materasso, le coperte e il cuscino e si mise all’aperto.

L’albergo era a 400 metri d’altitudine circa, un poco più su del lago, e dalla terrazza si godeva una vista meravigliosa: piccole imbarcazioni da diporto prendevano il fresco della notte estiva e i remi passati nell’acqua si facevano appena sentire. Un lago tranquillo, col vociare delle persone che passeggiavano lungo le rive.

Si stese sul letto ed aspettò. Dopo dieci minuti, aggiunse una coperta ed aspettò ancora. Stava bene: era pieno di pensieri su Diana, non su HSE. Alla fine si addormentò tranquillamente.  Poi, successe tutto.

Ebbe la chiara sensazione di non essere più lui. Gli sembrava di allargarsi ed allungarsi in tutte le direzioni. I suoi riflessi diminuivano ed aumentavano in continuazione.

Stava cambiando in un modo profondo. Poi sentì alcune fitte intervallate da benessere, come se gli legassero il cervello e poi glielo slegassero nuovamente. Di queste fitte ne avvertì un numero enorme. Forse cinquanta, forse cento, forse duecento.

Poi senti un tono molto basso, come una nota profonda continua emessa da un oboe. Questa nota durò un paio di minuti: poi non sentì più niente.

Dopo altri cinque minuti di silenzio assoluto, sentì una voce maschile molto modulata e molto cortese che gli rintronava dentro, una voce chiaramente non pronunciata coi sistemi umani: “Diamo il benvenuto al primo Homo Sapiens Expŏlītus di sesso maschile: io sono Belial, del pianeta Eddah, o meglio, di quello che era il pianeta Eddah. Come va?”

Toni, rispondendo a voce: “Va… come devo rispondere? a voce? col pensiero?”

Belial: “Come vuoi. Noi depositiamo la nostra voce nella tua corteccia pre-frontale; tu lo fai automaticamente quando pensi di pronunciare una frase.

Pronunciarla non è necessario, è sufficiente che tu la pensi. Tuttavia, se si tratta di un pensiero profondo, che non hai ancora deciso di mettere nella corteccia pre-frontale, tu lo puoi tenere per te e noi in tal caso non lo potremo leggere. Questa è la differenza fondamentale tra HSE e Neanderthal

Quando farai pratica, se lo vorrai, potrai aprire la tua mente alla nostra lettura. Ora devi assolutamente riposare perché altrimenti ti verrà un mal di testa feroce.

Chiama solo Diana per dirle che è andato tutto benissimo. Lo potrei fare io ma scommetto che preferirai farlo tu”.

Toni: “Sì, si… la chiamo io, ma… come faccio?”

Belial: “Devi pensare che le vuoi parlare. Hai un paio di minuti e poi devi dormire assolutamente. Ciao”.

Toni: “Ciao, ciao…” Poi pensò: “Diana… voglio parlarti…”

La risposta della ragazza fu inconfondibile. Era come quando si ricorda una voce, solo che il tono era cristallino, limpido, piacevole, come l’acqua di un ruscello: “Ciao… devo desumere che sia andato tutto bene…”

Toni: “Si, Diana, sono felice di… di tutto! ho ricevuto l’ordine di dormire per non stancarmi. Mi dispiace ma devo dormire. Ciao…”

Diana: “Ciao, sogni d’oro…”

Quelle parole lo scombussolarono ancora di più: “Ah… mi ha detto sogni d’oro… proprio così…”

Riprese materasso, coperte e cuscino e tornò in camera. Si addormentò immediatamente. La mattina, qualcuno bussò alla sua porta suggerendogli di svegliarsi. Fecero colazione e, alle 9 e 30, partirono per prelevare Diana ed andare sul Pizzoc. La strada che saliva all’Altopiano era già piena di turisti e villeggianti. All’albergo, i tre avevano comperato un quotidiano. Come ormai succedeva da una decina di giorni, i giornali avevano nella massima evidenza un solo argomento: il Messaggio. Nel quotidiano si diceva tutto e il contrario di tutto: il tono principale era comunque quello di chi si chiede se per caso non si trattasse della più grande bufala della storia. Se fosse successo il primo di aprile…

Giuponi guidava e Toni riportò la sua impressione: “I giornali non l’hanno presa troppo sul serio o almeno così sembra per ora…”

Paolo. “Penso che durerà sino alla prima mattanza, nell’agosto 2044. Poi, probabilmente, il tono cambierà”.

Giuponi emise un grugnito di assenso.

Erano nell’Altopiano e sin dalla partenza Toni si rese conto di essere molto diverso da prima. I suoi sensi si erano accentuati, così come le sue capacità intellettive. Quando attraversarono la foresta, sentì la presenza dei cervi, come faceva Diana. Pregò Giuponi di fermare un momento. Scese e si inoltrò per una ventina di passi nel bosco. Una lepre gli si avvicinò, lui mostrò le mani aperte e subito dopo arrivò un capriolo. Egli immaginò una scena, dove il capriolo gli veniva incontro e così successe veramente.

Non stava più nella pelle dalla soddisfazione. Il capriolo gli venne vicinissimo, come per farsi toccare ma quando fu molto vicino, Toni sentì che il capriolo aveva un odore non proprio piacevole. Il capriolo sembrò capire e si allontanò di cinque passi, come per non disturbare Toni col suo odore. Toni pensò: “Ecco come funziona… tutto da solo…” e tornò in macchina.

Suo padre, che aveva assistito alla scena, gli chiese: “Ma come fai? Hai imparato da Diana?”

Toni: “Eh, credo che siano animali addomesticati…” non sapeva cosa dire ed aveva avuto ordine di non parlare.

Giuponi rimise in moto e dopo qualche minuto furono sulla porta degli Azzalini. Diana era pronta e salì, sul sedile posteriore, vicino a Toni.

Era sempre più bella. Adesso che era un HSE, aveva i sensi più sviluppati di prima e la ragazza gli piaceva ancora di più. Provò con la mente: “Diana, mi sento molto diverso…”

Diana: “Sei diverso, Toni… Belial dice che siamo enormemente diversi… la voce non ci serve, i sensi sono più forti, è tutto più bello… pensa che l’umanità poteva essere così da un milione di anni… soprattutto, ci accorgiamo immediatamente quando ci vogliono mentire.

Ieri mi sono ferita leggermente nella foresta: per addestrarti, vediamo se ti accorgi dove. Dovresti vedere qualcosa di verdino…”

Diana aveva un paio di pantaloni neri aderenti e una maglietta verde come gli occhi. Sul ginocchio destro, Toni ebbe la sensazione che ci fossero delle sfumature verde chiaro, sotto i pantaloni.

Toni: “Il ginocchio destro”.   

Diana: “Giusto, bravo!“

Toni era al nono cielo: gli sembrava di essere un cane che aveva riportato il bastoncino al padrone. Quello che poi era incredibile era che suo padre e Giuponi non si erano resi conto del dialogo.

Diana si rivolse a tutti a voce alta: “Com’è andata la notte? l’albergo era buono?”

Giuponi: “Tutto perfetto, veramente, il lago crea una frescura che a Venezia non c’è. In questa stagione a Venezia il clima è molto afoso ed umido”.

Toni pensò che, se prima non era il caso di parlare con Carlo, ora non era nemmeno il caso di parlare né con suo padre né con Giuponi. Rivolse questo pensiero a Diana, la quale gli comunicò: “Vedremo quel che succede: comunque, non possiamo parlare apertamente. Ci sono molte altre cose da dire, pur non parlando di HSE”. Poi, a voce alta: “Alla seconda curva, sulla sinistra, c’è una malga che guarda giù, verso la pianura. Quella è la casa. Lì parleremo, poi per la colazione possiamo andare nella piccola trattoria in cima al Pizzoc”.

La malga era abbastanza larga. Diana aprì la porta. Dentro c’erano delle sedie a sdraio in vimini e, in un frigorifero, c’erano delle bibite.

Diana chiese: “Ci mettiamo dentro o fuori? c’è anche una caffettiera e un caffè lo posso fare”.

 Decisero di mettersi fuori. Le sedie a sdraio erano tre. Toni si sedette su di un ciocco che serviva per tagliare la legna da ardere. Su un tavolo di abete fu servito il caffè, versandolo in quattro scodelle multiuso. Uno scoiattolo venne a prendersi una zolletta di zucchero da Diana. Pensò bene di non mangiarla, ma di seppellirla nel terreno. Poi ne attese una seconda, sempre da Diana, e questa volta se la mangiò. Toni sentì, tra la prima e la seconda zolletta, che lo scoiattolo voleva la seconda. Diana comunicò mentalmente a Toni: “Vedo che impari in fretta: in effetti, vuole un’altra zolletta“. Era bellissimo comunicare con la ragazza e vedere che gli altri non si accorgevano di niente.

Diana disse a voce alta: “Tutti gli animali esistenti sono in realtà degli esperimenti riusciti. Gli esperimenti sbagliati, come disse Darwin, non ci sono più. Quelli ancora esistenti, compreso l’uomo, se non continueranno ad essere un buon esperimento, in qualche modo saranno eliminati”.

Giuponi: “Tanta fatica per niente… cominciamo?”

Scoiattolo
Figura 17 – Scoiattolo (sciurus vulgaris) vicino ad un  Cedro Deodara, o dell’Himàlaya, nel Cansiglio. (cedrus deodara)

 

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