La nube di Oort – Capitolo 17 [550]

I due missionari HSE: da Venezia a New York (importante)

Caelum non animum mutant qui trans mare currunt. (Chi attraversa un mare, muta il cielo [sopra di lui], non la sua anima). Orazio (poeta latino, 65 – 8 a.C.), Epistole, I, 11, 27.

Un soggiorno romantico a Venezia. L’Harry’s Bar. Un trasferimento di lavoro a New York. Il ristorante Cipriani. L’Empire State Building. Il falco. Altri quattro mutanti HSE.

 Venezia, mattina del 5 agosto 2043

Diana arrivò con un pullman estivo direttissimo non stop, dall’Altopiano del Cansiglio sino a Venezia. In Piazzale Roma, c’era Toni ad aspettarla con un mazzo di fiori enorme: erano rose, di un colore simile ai capelli della ragazza.

Toni: “Non le ho trovate del colore dei tuoi capelli… il fiorista non sa quale sia il vero rosso…” 

Diana lo baciò su entrambe le guance e disse: “Speravo proprio che tu mi portassi dei fiori. Ci ho pensato per tutta la strada… mi fanno molto piacere”.

Toni: “Forse vuoi dire che me lo hai suggerito tu a distanza”.

Diana: “No… per la ragione che ora non sarebbe più bello…”

Erano in Piazzale Roma, non sul Cansiglio e la differenza consisteva nel fatto che la ragazza era talmente bella da rallentare il traffico. Gli automobilisti non volevano perdere il colpo d’occhio. Aveva un tailleur di colore avion, con scarpette tacchi cinque. Per prima cosa tolse la giacca del tailleur: indossava una t-shirt color avorio con una marina disegnata. Bello. Molto bello. Molto curato e sensuale.

Toni: “Prendiamo il motoscafo o il vaporetto? sei pratica di Venezia? hai fatto colazione? vuoi vedere le Mercerie? ti porto subito in Piazza San Marco? io abito in un posto che non è distante da niente… cioè, dopo che ti ho portato dove vuoi, possiamo arrivare a casa in un lampo”.

Diana: “Veramente… avrei una valigia grande come una casa!  si potrebbe andare prima dai tuoi. Non sono per niente stanca. Scarichiamo la valigia, salutiamo tua madre, tuo padre e andiamo a fare i turisti”.

 La valigia, in effetti, era enorme. Toni pensò che i soldi non difettavano e che pertanto si sarebbe potuto permettere un costosissimo taxi. Prese la valigia e si diresse verso le lance private di Piazzale Roma. Disse al tassista: “Campo Santa Maria Formosa: segua prima il Canal Grande sin dopo il Ponte di Rialto”.

Il tassista stava per mettere in moto ma Toni passò dalla lingua italiana al dialetto veneziano e disse: “Voglio sapere i soldi: quanto?”. Lo disse con fare molto deciso. Il tassista lo guardò bene e poi rispose in dialetto: “Ah, veneziano… allora… sono…” e sparò il prezzo.

Toni disse: “Va bene, anche se è abbastanza caro, ma non le darò di più”.

Il tassista bofonchiò: “Se fossero tutti così, potrei cambiare mestiere: almeno, ha una bella morosa…”

Diana sorrideva divertita: aveva capito il perché della commediola. Il dialetto di Venezia non era molto diverso da quello del Lago di Santa Croce.

Diana non era mai stata a Venezia. Anzi, c’era stata una volta con la scuola, quando aveva dodici anni, ma ora non le sembrava più la stessa cosa. Si divertì un mondo vedendo tutti i turisti: un’enormità di gente. Poi disse: “Ma quanti… e soprattutto quanti orientali, giapponesi… o cinesi, forse… è sempre così?”

Toni: “E le signore tedesche taglia 62 con i vestiti a fiori? Le vedi?  Mia cara … è così tutto l’anno, sempre, ogni giorno che Dio manda in terra… se piove perché piove e crea romanticismo, se non piove perché non piove ed è ancora più bello… se c’è l’acqua alta perché fa molto novità… se non c’è niente perché fa molto tranquillità… se c’è la Mostra del Cinema o la Biennale perché non si possono perdere… abbiamo un po’ di pace solo nell’ultima settimana di novembre, quando gran parte degli alberghi chiudono per la manutenzione e per le pulizie annuali. Solo un po’ di pace ma non molta. Senza contare le regate in costume, la tombola in Piazza e via dicendo”.

Dalla lancia, le mostrò, diffondendosi in opportune spiegazioni, il ponte dell’architetto Calatrava, il Ponte degli Scalzi, la Ca’ d’Oro, il Mercato del Pesce e della Verdura, il Ponte di Rialto. Dopo il Ponte di Rialto, l’imbarcazione prese a sinistra e, attraverso dei rii strettissimi, si diresse verso Campo Santa Maria Formosa. Impresa non facile, perché dovettero incrociare parecchie gondole, che con i loro enormi remi prendevano quasi tutto il rio.

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Figura 18 – Venezia – 1962 – Il Canal Grande, visto dal Ponte di Rialto –

Diana: “Vedo che si può vivere anche senza le automobili… questi, delle gondole, saranno i remi costruiti da Giuponi…”

Toni: “Con parecchi soldi in tasca, si può vivere anche a Venezia… Venezia è una città carissima. Per cacciare l’odore della benzina, ci vuole l’odore dell’agiatezza…”

La lancia attraccò sulla scalinata, vicino al ponte situato tra il campo Santa Maria Formosa e la Ruga Giuffa. Scesero. Mentre la ragazza annusava le sue rose, Toni prese la valigia e disse: “Abito a centocinquanta metri di distanza, in Calle Lunga Santa Maria Formosa. Questa zona è bellissima: siamo vicini a Rialto, vicini a San Marco, insomma uno dei baricentri della città, anche se il baricentro ovviamente dovrebbe essere uno soltanto”.

 In cinque minuti, furono a casa. La madre di Toni non conosceva Diana e, quando la vide, fu sinceramente ammirata.

 Poi disse a Toni: “Mi sembra ancora più bella del mazzo di rose… sembra una dalmata… complimenti, veramente. Le ho preparato una stanza matrimoniale: non c’è scelta perché è l’unica stanza che abbiamo“.

Toni portò la valigia nella stanza che era stata occupata dallo zio Pietro con la moglie; poi disse a sua madre che aveva intenzione di portare la ragazza in Piazza San Marco e in Merceria. Le avrebbe fatto vedere anche il Museo Correr, dove lui lavorava e avrebbero mangiato fuori, in qualche parte. Si era preso delle ferie, sia per ricevere Diana che per andare negli Stati Uniti. Dopo un quarto d’ora, Diana era pronta. Aveva pantaloni bianchi di lino e camicia azzurra pure di lino, con uno scialle di seta rosa. Era ancora più bella. Borsetta minuscola di vitello blu con una catena dorata. Sandali di vitello blu, tacchi 5 adatti a una passeggiata a Venezia, con fibbia dorata.

Toni disse: “Buon gusto, vero, mamma?”

Diana: “Volevo prendere con me una guida della città scritta da una casa editrice australiana… ma ho pensato che forse sarebbe stato meglio ascoltare Toni…”

Piazza San Marco, 5 agosto 2043

Salutarono la madre di Toni, scesero in calle e andarono verso la Biblioteca Querini Stampalia, dove lavorava il padre.  Diana rimase stupefatta: la Querini aveva alcuni tra i primi libri stampati da Aldo Manuzio: intoccabili, sotto cristallo. Toni disse che, se voleva, li avrebbe potuti consultare… arrivò Paolo Ballarin per salutare i due visitatori. Si dettero l’arrivederci per la sera e Toni accompagnò Diana in direzione di Piazza San Marco. Arrivarono rapidamente sotto la Torre dell’Orologio e Toni l’accompagnò sino ad un tavolino del Caffè Floriàn. Il cameriere, facendo finta di niente, chiamò i colleghi perché venissero a vedere Diana.

Toni disse al cameriere, parlando in veneziano, che voleva essere trattato bene.

Il cameriere rispose in dialetto: “Lei è veneziano e la signorina è splendida: ho capito tutto”.

Diana disse: “Cos’ha capito?”

Toni: “Che non deve ridurci in bolletta col prezzo pieno… i veneziani hanno trattamenti agevolati.”

Diana, per curiosità, guardò i prezzi della carta delle consumazioni e disse con stupore: “Ma che… ma sono prezzi incredibili…”

Toni: “Mia cara… sei a Venezia, in Piazza San Marco, al Caffè Floriàn, sempre aperto dal 29 dicembre 1720, abbiamo l’orchestrina che suona per noi, è uno dei più antichi caffè al mondo… ”

Si avvicinò una coppia anziana, marito e moglie. La signora aveva una retina azzurro-blu sui capelli tinti di argento, con sfumature blu. Prima che costoro parlassero, Toni li salutò in inglese e disse a Diana: “Sono americani, vorranno fotografarti.”

La signora rispose in inglese, con accento texano, al saluto di Toni: disse che erano americani e chiedevano il permesso di fotografare la ragazza, poi chiese su quale film avesse lavorato o su quale network televisivo.

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Figura 19 – Venezia 1961 – Tombola in Piazza, col Caffè Floriàn sulla sinistra e Museo Correr sullo sfondo.

Toni rispose che Diana entro breve avrebbe quasi sicuramente lavorato per la televisione italiana. A sentire questa frase, gli americani si compiacquero al massimo: fecero uno sterminio di foto, ringraziarono e se ne andarono con mille sorrisi.

Diana: “Ma come facevi a sapere… e poi, la televisione…”

Toni: “E tu come fai a sapere dei funghi? voglio anch’io fare bella figura… comunque, solo gli americani fanno certe cose e non gli inglesi, che non vogliono passare per provinciali, anche se lo sono comunque. Se dicevo che non eri un’attrice, non ci avrebbero creduto e comunque sarebbero rimasti molto male. Sono fatti così, sono come i bambini. Inoltre non potevano essere altro che americani: si vedeva dai vestiti, dalla retina blu della signora, dal taglio dei capelli del marito e dalla sua cravatta: non so se proprio texana, ma di gusto americano sicuramente. Se abiterai qui, imparerai tutte queste cose e distinguerai la gente dall’abbigliamento e dai comportamenti. Quelli sul Ponte degli Scalzi erano giapponesi. Pochi cinesi maschi hanno pantaloni neri e camicia bianca: i giapponesi, invece, quasi tutti e quasi sempre. Se ricordi, tu non sapevi se fossero orientali, cinesi o giapponesi. Ad esempio, io devo avere una faccia speciale, che io definisco turistica… quando giravo per Venezia coi miei amici, a vent’anni, i turisti che volevano chiedere un’informazione si avvicinavano al mio gruppo, allontanavano gentilmente i miei amici e puntavano direttamente verso di me, per interrogarmi, ovviamente, nella loro lingua. Gli unici che cercano sempre di parlare in italiano sono gli slavi: se invece sono inglesi e per caso non sai l’inglese, nemmeno ti credono, sono esterrefatti e quasi si offendono. Non è che servano a molto queste cose ma sono divertenti e io che le so mi sento molto cosmopolita. Ora, se hai voglia, ti porto a vedere dove lavoro io”.

Diana: “Il Museo Correr… è qui vicino?”

Toni: “Eccolo là… Piazza San Marco, civico 52” e indicò verso la fine della Piazza, verso ovest, dalla parte opposta della Basilica.

Diana: “Bene, è qui a pochi metri: andiamo…”

Erano 100 passi esatti. Toni entrò con la ragazza. Mai e poi mai i saluti furono così cordiali: “Buongiorno signorina, buongiorno dottor Ballarin…”

Il preposto al turno, con aria divertita e compiaciuta, disse: “Ha rinunciato alle ferie per fare da guida, dottore?”

Toni: “Solo per la bellezza si fanno certe cose, Matteo…”

Matteo: “Intende per la bellezza del Museo oppure…”

Diana era divertita per la sagacia di Matteo.  Due laureati in Istoria a visitare il Museo Correr… una vera soddisfazione… Toni portò la ragazza a vedere tutti i quadri con donne dai capelli rossi del museo, i quadri col rosso Tiziano, poi i quadri del Carpaccio e così via. Arazzi ed armature. La portò nel suo studio: una stanza sontuosa, con parecchi leggìi. Sapeva che, mostrando il suo studio, avrebbe fatto bella figura. Era una mattinata dal taglio più turistico che culturale e decise di sospendere l’esplorazione del Museo e di accompagnare Diana a colazione all’Harry’s Bar.

Toni: “Basta, non mi sembra giornata: se sei d’accordo, continuiamo con un approccio festaiolo e leggero. Ora ti porto a far colazione”.

Dalla Bocca di Piazza, dov’erano, proseguirono per Calle Vallaresso. Si fermarono davanti al Teatro Ridotto e Toni si diffuse su Goldoni, Ruzante eccetera. Subito dopo sulla sinistra, ad angolo con la laguna, si entrava all’Harry’s Bar. Furono accolti dal barman e dal personale del banco in modo entusiastico, esattamente come al Museo Correr: “Buongiorno, signorina, buongiorno, dottor Ballarin…”

Toni: “Di solito mi accogliete con calore, ma un calore leggermente più tiepido: questo scotta…”

Il barman, con un sorriso complice: “Sa, dipende… oggi mi sembra che per lei sia una spleeendida giornata…” chiaramente il barman si riferiva a Diana, perché quell’aggettivo, ‘splendida’, fu molto strascicato e sembrava non finire più. Poi, rivolto a Diana: “Un Bellini anche per lei, signorina?”

Il barman dava per scontato che Toni volesse il Bellini e quindi non gli chiese niente. Diana rispose di sì e poi mentalmente disse a Toni: “Sei proprio come la betonica“.

[Bellini: Aperitivo. Long drink a base di succo di pesca e champagne. Creato nel 1948 da Giuseppe Cipriani dell’Harry’s Bar: uno dei locali preferiti da Ernest Hemingway e da Orson Welles. Aumentò la sua popolarità quando l’Harry’s Bar aprì a New York, col nome di Cipriani. – Betonica o bettonica: Betonica officinalis (Linnaeus), pianta conosciutissima dal popolo per le sue innumerevoli virtù. Sei come la betonica: ti conoscono proprio tutti.]

Toni: “Eh, sapessi la tua bellezza quanto aiuta nel riconoscere le piante…”

L’aperitivo era fresco, ottimo e ristoratore. Poi rivolto ad un maître che era uscito dalla cucina piccolissima: “C’è un tavolo per noi due?”

Il maître, travolto dall’entusiasmo per Diana: “Per lei, sempre, dottor Ballarin: le faccio strada…”

S’inerpicò per una scala strettissima che portava al piano di sopra. Li guidò in una stanza con sei tavoli rotondi piuttosto grandi, cinque dei quali erano già occupati. Toni disse al maître: “Si potrebbero evitare i turni?”

Il maître: “Certamente, dottor Ballarin, certamente…”

Toni a Diana: “Si mangia a turni. I turni di sera ci sono sempre: uno alle sette e uno alle otto e mezzo. Non so se a mezzogiorno i turni ci siano. Se non hai prenotato e non c’è posto, ti siedi a piano terra nei tavolini di fronte al bancone del bar, ammiri la laguna, aspetti e speri: nel frattempo, arrivano in continuazione delle cosine deliziose. Può capitare che assieme a te, nell’attesa, ci siano miliardari, sceicchi, nababbi con barche da settanta metri ormeggiate qui fuori: vengono tutti qua. Questo è un posto non esattamente degno di te, ma abbastanza”.

Il tavolo vuoto era vicino ad un finestrone enorme: tutto era chiuso, con l’aria condizionata regolata in modo impeccabile. Diana sedette al posto d’onore, in modo da vedere tutta la laguna: era uno spettacolo senza tempo, se non fosse stato per le imbarcazioni a motore. L’acqua era percorsa da fremiti d’oro, causati dai raggi del sole riflessi dalle cupole e dai tetti dei palazzi. Le gondole con i turisti andavano e venivano: i gabbiani volteggiavano sopra le gondole oppure galleggiavano sull’acqua come barchette oppure ancora passeggiavano sui ponti delle imbarcazioni. Il gabbiano è come l’esercito: acqua, cielo e terra.

Sulla destra si vedeva la barocchissima Chiesa della Salute, poi, guardando il panorama in senso antiorario, la chiesa palladiana del Redentore, l’isola di San Giorgio, col più bel veliero della Marina Militare italiana ormeggiato di fronte: l’Amerigo Vespucci, nave scuola degli Ufficiali di Marina. Ancora, la laguna con il Lido sullo sfondo ed i panfili, questi ultimi a fare da quinta per lo scenario; infine, la Riva degli Schiavoni, con frotte di turisti.

Nonostante la sala fosse chiusa, si percepiva il brusio delle migliaia di persone che contemplavano e assaporavano la città: qualche fischio di motonave rafforzava la sensazione di vita intensa.

Diana batté le mani come una bambina e con un sorrisone disse: “Bellissimo, grazie per avermici portato…” e strinse la mano di Toni mentre il cameriere del tavolo, imbarazzato, si schiariva la voce: “Ehm… il menù, signorina, dottor Ballarin…”

Il menù per Diana era rosa, quello per Toni era azzurro… “quelle politesse…”

[Francese: che educazione, che gentilezza. Dal latino politus: forbito.]

 disse Diana; i menù erano identici, tranne che per i desserts: nel menù femminile c’erano desserts femminili e viceversa.

L’ultimo erede della famiglia Cipriani, la quale gestiva da più di un secolo l’Harry’s Bar, si presentò con un fresco grigio, camicia azzurrina in tessuto Oxford e cravatta regimental di Yves Saint Laurent, penna e orologio Cartier. Cipriani rimase colpito dalla bellezza di Diana. Cipriani disse: “Per lei niente, signorina, e lei, Ballarin, cosa desidera…”

Diana rimase stupita dalla frase di Cipriani.

Toni: “Diana, siccome il cibo e la convivialità della tavola portano verso la perfezione, tu sei già perfetta e quindi non hai necessità di ordinare alcunché. Dico bene, Cipriani?”

Cipriani: “Volevo ben dire questo, dottore. Tuttavia per fare felice la signorina, possiamo farle bere qualcosa. Il Talmud 

 [Uno dei testi sacri dell’Ebraismo]

dice: Non c’è…”

Diana, interrompendo Cipriani: “Non c’è gioia senza vino: Talmud, Pesakhim, passo 109. Quindi inutile che io mangi, perché a suo dire sono già perfetta: posso bere tuttavia qualcosa, per aumentare la mia felicità…”

Cipriani: “Signorina, la sua bellezza è sicuramente la sua dote più appariscente ma ha dimostrato di averne molte altre. Complimenti al suo accompagnatore. Volevo fare il saccente ed ho ricevuto una preziosa lezione. La ringrazio. Naturalmente, a proposito del menù rosa, scherzavo: volevo essere cerimonioso. Sono a vostra disposizione. Lei è ebrea? Pochi conoscono il Talmud. Dai suoi capelli, dai suoi occhi e dall’incarnato si direbbe istriana o dalmata oppure, naturalmente, ebrea ashkenazita…”

Diana: “Non sono istriana né ebrea e sono laureata: Storia delle Religioni. Quindi il Talmud è per me una cosa che fa parte della mia professione”.

Toni a voce alta, per aiutare il sempre più imbarazzato Cipriani: “Cipriani, cosa ci suggerisce?”

Cipriani: “Io suggerisco ben volentieri, poi naturalmente siete liberi di ordinare a vostro giudizio, ignorando i miei suggerimenti. Io consiglierei intanto di saltare gli antipasti: a mezzogiorno, in luglio…

Poi suggerirei delle tagliatelle fatte da noi con zucchine fresche e scampi, profumate al limone di Sorrento. Come secondo, pesce San Pietro con carciofi. Col primo piatto del vino pinot grigio fermo del Collio. Col secondo piatto, essendoci i carciofi, una vernaccia ferma di San Gimignano: bianca, naturalmente. Come dessert, delle crêpes suzettes flambées con fragole fresche, ribes e  liquore d’arancia a vostra scelta, anche se io suggerirei il Grand Marnier. Oppure ancora una crostata con crema al limone in un cielo di meringata. Con entrambi i dessert, prenderei dello champagne. Chi sceglie la meringata, potrebbe assaggiare, al posto dello champagne, del sauterne della zona di Bordeaux, servito molto fresco. Se bevete champagne, niente caffè, ovviamente. Prego…”

Diana disse, rivolta a Toni: “Per me, sarebbe tutto delizioso….”

Toni: “Bene Cipriani: lei ci ha stregato. Faccia lei. Per il dessert, tuttavia, vorremmo decidere all’ultimo istante…”

Cipriani passò l’ordine ai camerieri i quali, lettone il contenuto, prepararono i piatti e le posate adatti. Nel frattempo, sul tavolo, arrivò un cestino con mezza dozzina di tipi di panini caldi assieme a del vino pinot grigio freschissimo.

Diana: “Questi hanno un ristorante anche a New York, dove andiamo noi…”

Toni: “Sono contento che questo posto ti piaccia…”

Diana: “Non sapevo che dopo lo champagne non si dovrebbe bere caffè…”

Toni: “Sembra così: se dopo lo champagne bevi il caffè, potresti perdere il sapore dello champagne. Per me, una regola ottima è quella di fare quel che si vuole. Basta farlo con un certo bon ton,…

[Francese: distinzione, letteralmente tono buono.]

 …a Venezia, nelle trattorie popolari, si beve ancora il vino rosso assieme ai calamari fritti, anche se gli esperti dicono che si tratta di un delitto: ora, anche in qualche buon ristorante servono le schie

[Schia o schilla: cargon cargon. Gamberetto grigio o gambero della sabbia, massimo quattro centimetri, anche bianco-verdastro con punteggiatura bruna.]

fritte con la polenta, radicchio di Chioggia

[Lat. 45.217089° N, long. 12.278866° E.]

e vino rosso.

A Venezia è molto diffuso il vino rosso perché, essendo più tannico, con la salsedine è meno soggetto del bianco all’inacidimento. Il famoso bàcaro, bettola veneziana che serve il vino rosso a bicchieri, era un tempo così chiamato perché, sempre per evitare le conseguenze della salsedine, nelle botti del vino rosso venivano aggiunte delle bacche di ginepro. Anche a Trieste si usava lo stesso accorgimento. Il bàcaro è il nome del vino e il nome dell’osteria è quindi una sineddoche. Era un vino molto difficile, come il bianco retzina greco, che contiene resina di conifera e alle prime degustazioni è imbevibile perché sembra di essere in una bottega di falegname, o nello squero di Giuponi. La vernaccia di San Gimignano sembra essere l’unico vino bianco adatto ai carciofi…”

I panini erano caldi, appena sfornati, con le noci, con le olive, con la cannella, coi pistacchi, con pezzettini di salsiccia, con pezzettini di alici…

Toni: “Mamma mia… io mangerei sempre e solo i panini… con un poco di vino bianco fresco…”

Diana disse a voce alta: “Sai che per il momento siamo gli unici HSE della Terra? Siamo importanti… per questo ci trattano tutti bene…”

Toni la fissò negli occhi verdi: “Vorrei che questa colazione non finisse mai…”

La ragazza sorrise e disse a Toni: “Dici delle frasi molto romantiche, ma hai la tendenza a dirle nel momento sbagliato: stanno arrivando le tagliatelle…”

Arrivarono due camerieri: uno reggeva il piatto di portata e l’altro, con una destrezza incredibile, trasferì il contenuto in due piatti sparsi, annunciando con voce solenne:

“Tagliatelle fatte da noi, con zucchine e scampi, il tutto saltato in padella. La ricetta risale al 1950. Il primo a degustarla fu Re Faruk d’Egitto”.

Poi aggiunse, in dialetto veneziano, rivolto a Toni: “Quest’ultima parte del discorso, quella di Faruk, secondo me non interessa a nessuno. Io la dovevo dire e l’ho detta… comunque Faruk, da buon musulmano, cos’altro poteva mangiare? zucchine e scampi! non certo braciola di maiale”.

Poi, di nuovo in italiano: “Signorina, le auguro buon appetito. Dottore, buon appetito”.

Nel frattempo, l’altro cameriere, accantonato il piatto di portata, aveva aggiunto, anche se non si dovrebbe, vino bianco ai bicchieri. All’altro cameriere, che gli faceva notare sottovoce la mancanza di rispetto del protocollo, disse, sempre in dialetto: “Con le tagliatelle e scampi? ma lasciali bere… e mi sono anche aggiustato l’occhio…”

Poi rimise la bottiglia in un secchiello pieno di ghiaccio, trasudante freschezza e goccioline d’acqua. Gettò sul secchiello un tovagliolo grande bianco, con la scritta ricamata CIPRIANI in azzurro.

Appena i camerieri furono un poco lontani, Toni disse: “Buon appetito, Diana… è la prima volta che facciamo colazione assieme, noi due soli… hai visto ora il carattere tipico del veneziano nei camerieri… il primo ci ha detto che lui segue le regole, parla di Faruk, ma con la sua ironia ci ha fatto notare che questo rientra nel cliché:

[Prassi, abitudine, consuetudine]

lui lo deve dire ma non lo vorrebbe dire.

Il significato completo era: «Lo devo dire ma non sono mica scemo. Non ridete di me perché son qua per lavorare».

Il secondo cameriere ha l’iconoclastia classica del veneziano: un po’ di trasgressione non può far male e ti fa sentire vivo. Questo implica che le regole le devi tuttavia sapere bene, per applicarle se proprio è necessario. Inoltre, aveva lo scopo non più recondito di darti un’altra occhiata”.

Diana: “Devo dirti che sei un osservatore profondo, simpatico e soprattutto che le tagliatelle sono squisite: c’è un sapore fresco…”

Toni: “Grazie per l’aggettivo ‘simpatico’, sminuito immediatamente dal ‘soprattutto’: sei tu che mi fai diventare così perché di solito tendo ad essere un orso, un misantropo.  Il sapore fresco dipende dal fatto che le tagliatelle sono fatte col limone. Se guardi bene, trovi qualche scorzetta… sono limoni di Sorrento, l’aveva detto anche Cipriani ma forse ti sei distratta per la mia meravigliosa compagnia…”

Diana: “Vero! a proposito del limone intendo, non della compagnia. Questo sapore fresco lo voglio adottare anch’io… veramente buono e adatto al mese di luglio. Il vino, poi, si abbina splendidamente o almeno così mi sembra. Sono curiosa di provare questo pesce di San Pietro: non l’ho mai assaggiato”.

Toni: “La qualità non sempre si abbina al prezzo: mio nonno, quando io avevo quindici anni, mi raccontava che nella sua infanzia i veneziani mangiavano pesce tre volte la settimana: il lunedì, il mercoledì e il venerdì. Il venerdì si mangiava il pesce di San Pietro: era alla portata di tutte le tasche. Sino all’età di vent’anni, mio nonno non aveva mai mangiato aragosta, granseola (maja squinado) ed astice, perché costavano troppo. Oggi invece il San Pietro costa come le aragoste: questo per dirti che difficilmente puoi trovare San Pietro in giro, se non a prezzi scoraggianti. Comunque, l’accostamento con i carciofi è, secondo me, da cucina di alto livello”.

Arrivò questo famoso San Pietro, fatto al forno in piedi,

[Messo nel forno, in un cartoccio di alluminio, in posizione verticale, sorretto ai lati dalle patate, in modo che sia cotto da entrambi i lati con la stessa intensità.]

con il contorno di carciofi e le sue patate. Diana disse che era un piatto delizioso. La vernaccia di San Gimignano, fresca e corposa, non uccideva i carciofi né si faceva uccidere.

Toni stava dando il via alla seconda fase dell’innamoramento: dopo la contemplativa, quella possessiva.

S’inventò che la ragazza avesse una briciola di pane sulla guancia, prese il tovagliolo di Diana e finse di togliere la briciola.

Lei lo guardò con un sorriso dolcissimo e lui rispose: “Quando uno comincia ad innamorarsi, qui a Venezia si dice che si sta sciogliendo come la pece… Giuponi conosce sicuramente questo termine perché viene dal calafataggio

[Dal francese calfatage, impermeabilizzazione della parte sommersa di una barca: si fa con la pece nera.]

 delle imbarcazioni.

In dialetto veneziano pece si dice pegola: si dice anche impegolarsi per dire trovarsi costretto in qualcosa, come l’italiano impelagarsi che viene da pelagum, mare. I dizionari etimologici li danno come sinonimi, ma non è vero. Il significato per i due termini è simile, ma non identico”.

La ragazza era una buona forchetta e chiese la crostata con le meringhe ed il sauterne, perché voleva poi bersi il caffè. Toni disse che anche lui voleva lo stesso. Meglio sauterne e caffè piuttosto che champagne.

Successe allora una cosa che per Diana ebbe dell’incredibile. Arrivarono due camerieri con una tovaglia arrotolata come una baguette e,

[termine francese: filone di pane]

mentre uno alzava e abbassava piatti, bicchieri e cestino del pane, l’altro srotolava la baguette – tovaglia. Con la massima rapidità, i camerieri allestirono la nuova tovaglia, con le stoviglie disposte esattamente come prima e col dessert sulla tovaglia stessa. Sembrava un gioco di prestigio.

Diana proruppe in un’allegra risata e disse: “Bellissimo, stupefacente…”

I camerieri si allontanarono compiaciuti: per l’ennesima volta avevano fatto bella figura. Toni pensò che valesse la pena di vivere una vita per un istante del genere. Pensò che gli altri essere umani, se avessero vissuto momenti simili, sarebbero diventati più buoni e più sereni. Poi pensò che probabilmente non si trattava di un pensiero troppo originale. Non era importante per lui, tutto sommato, far l’amore fisicamente con la ragazza: gli bastava giocare… e lui, seduto a quel tavolo, stava giocando con lei. Poi, caso mai, se fosse arrivato anche il resto…

Subito dopo, pensò un’altra cosa: nel nostro inconscio ci sono i desideri inespressi, profondi, che attendono e vivono in solitudine, tant’è vero che non parlano nemmeno con la nostra parte conscia. Il vero amore verso una persona forse non è il possesso fisico, ma scambiare reciprocamente la parte inconscia delle rispettive menti… sapere che un’altra persona, l’essere che tu vorresti amare, è informato dei tuoi desideri segreti: forse prima si crede di amare, tuttavia il vero amore arriva poi, con la comunione e lo scambio degli inconsci.

Diana: “Hai pensato una cosa bellissima…”

Toni divenne tutto rosso. Non si ricordava quasi mai della comunicazione a mente aperta. Fu tuttavia felice di essere stato scoperto e sorrise alla ragazza. Gli fece piacere che a lei avesse fatto piacere. Crostata con crema al limone con cielo di meringata, sauterne…

Diana: “Una colazione da favola, veramente… non so se a New York troveremo cose del genere…”

Arrivarono i caffè e lo sconto del cinquanta per cento con la scritta: “Sconto incondizionato per la clientela veneziana. Onorati della visita, Vi ringraziamo e saremo lieti di rivederVi”.

Una volta fuori, presero a sinistra e s’incamminarono lungo la riva. Passarono in rassegna la sede della Canottieri Querini, poi i Giardini Napoleonici e l’ingresso della Biblioteca Nazionale Marciana. La biblioteca era chiusa per i visitatori ma Toni esibì la sua tessera ed entrarono.

Toni disse: “Mentre la Querini Stampalia è privata e contiene circa 300 mila volumi, questa è pubblica ed è una delle più grandi in Italia: 650 mila volumi a stampa, 3 mila incunaboli, 13 mila manoscritti e 24 mila cinquecentine, che sono i libri del XVI secolo: solo la raccolta delle cinquecentine ha un valore inestimabile. Si tratta di un monumento alla cultura occidentale ma non solo. Qui trovi di tutto. Voglio farti vedere solo il salone di lettura da un punto di vista scenografico…”

Entrarono in un salone enorme, grande quasi come la Piazza San Marco, con delle vetrate verdi per soffitto, che coprivano il salone a 15 metri di altezza ed attenuavano la luce che entrava. Un silenzio assoluto. C’erano circa duecento persone. Alcune si muovevano come fantasmi per cambiare il libro in lettura o quant’altro. La sala di lettura era occupata da innumerevoli tavoli, con delle luci verdastre, soffuse, emanate da lampade situate sui tavoli stessi. Uno spettacolo bellissimo.

Toni, a voce bassissima: “Penso che per le tue ricerche, di cui mi parlavi, tu qui possa trovare tutto: se non tutto, quasi tutto. Esistono ancora dei volumi antichi, provenienti da lasciti, che non sono mai stati catalogati. Io faccio da consulente esterno della sezione storiografica. Ti spiego in due minuti il mio lavoro: come sicuramente sai, i libri di storia possono essere classificati in molti modi. Ad esempio, un libro che parla di Storia della Filosofia va classificato come Storia, come Filosofia o in entrambi i modi? Ti ho fatto un esempio semplice.  Nel secolo scorso, un sommo storico della Sorbona,

[Istituzione universitaria di Parigi: Sorbonne (Paris IV).]

Fernand Braudel, ha risolto il problema della prospettiva migliore per la sua Storia del Mediterraneo scrivendola tre volte: quindi uno stesso episodio è descritto in tre situazioni diverse, creando delle prospettive completamente differenti. Le Crociate, ad esempio, acquistano un senso religioso se viste come evento storico: ma, tenendo conto della via delle Spezie, acquistano un significato completamente diverso, commerciale. Anche il fenomeno dei Templari acquista significati diversi a seconda del contesto.  Le mie consulenze consistono in pratica nel catalogare i volumi in modo intelligente e nuovo, multiforme, facendo qualcosa come il lavoro di Braudel: ad esempio, come prospettiva generale… cos’è successo in tutto il mondo nel secolo XIV orizzontalmente? In quel secolo, costava di più il pane in Italia o in Siria? E in base al salario di un operaio? E dopo la presa di Costantinopoli, dove si viveva meglio o peggio di prima? E, ancora per esempio, com’era la corruzione prima e dopo? Studi di questo genere si dovranno pur fare… eccoti di fronte a delle prospettive importantissime, nuove, inconsuete, che possono spiegare in modo originale certi accadimenti in Europa.

Con il problema attuale dei Cosmici, queste cose sono molto importanti per capire come loro possano aver interagito con noi esseri umani. L’aspetto storico-religioso che riguarda la tua specializzazione è forse ancora più importante. Ora, il trascendente non è più un’opinione: o meglio, quando ci chiedevamo se eravamo soli nell’universo, non sapevamo rispondere, mentre ora… inoltre parecchie suggestioni nella religione sono state create dai poliziotti dei Potenti… comunque, sino a che punto siamo stati influenzati da questi ultimi? I profeti sono stati tutti dei Connessi? abbiamo un sacco di cose da fare nei prossimi anni e qui alla Marciana possiamo trovare molta documentazione: molto più abbondante, penso, di quanto si possa trovare a New York…”

Uscirono dalla Marciana e Toni accompagnò Diana attraverso la Piazzetta: imboccarono il passaggio sotto la Torre dei Mori, in altre parole la Torre dell’Orologio e si avviarono per il primo pezzo delle Mercerie. Una donna non può non essere felice di trovarsi in siffatto ambiente: c’erano tutti i negozi che si trovano su tutte le riviste di altissima moda. Al campo San Zuliàn abbandonarono le Mercerie e, tagliando per calli e callette, arrivarono in men che non si dica all’abitazione di Toni. La madre di Toni s’informò se la giornata fosse andata bene. Diana rispose che era stata una cosa piacevolissima. La signora aveva preparato una cenetta sobria. Alle nove in punto, durante la cena, Toni telefonò a Martin che stava lavorando. Il cugino aveva prenotato due stanze in un albergo sulla Lexington Avenue, relativamente vicino all’Onu. 

Dopo la telefonata a Martin, tutti a letto. La mattina successiva avevano un jumbo che li portava all’aeroporto JFK di New York. La partenza era circa a mezzogiorno e l’arrivo era circa alle quattro del pomeriggio, per la differenza dei fusi orari, anche se il viaggio in realtà durava otto ore.

New York, 6 agosto 2043.

Martin era ad attenderli assieme a Lucy, che ormai sembrava essere per Martin qualcosa di più di una segretaria. Quando Martin vide Diana, rimase allibito e Lucy disse solo queste parole: “Ma le italiane, sono tutte così?” e non aggiunse alcun aggettivo…

Presero un taxi, entrarono nel Lincoln Tunnel e in un tempo ragionevole furono all’albergo della Lexington Avenue. Lucy e Martin sarebbero passati a prenderli per la cena, dove ci sarebbero stati anche Jean Patron e Laura Freeman. La prenotazione era stata fatta in un ristorante italiano, naturalmente… Martin era stato informato da suo cugino della colazione all’Harry’s Bar di Venezia, inoltre era informato che Diana aveva accennato al Cipriani di New York. I due cugini avevano pensato di fare una sorpresa alla ragazza cimbra: avevano prenotato appunto al Cipriani, vicinissimo a Wall Street. Jean e Laura erano appena arrivati.  Quando Diana si accorse che si trattava del Cipriani, batté le mani dalla contentezza, gesto che ormai a Toni suonava familiare. Sorrisero tutti perché si trattava di una gioia spontanea e comunicativa.

Toni si rivolse al direttore ed esordì in italiano: “Ieri siamo stati vostri ospiti a Venezia…”

Il direttore non fece una piega e chiamò Venezia, dicendo: “Sto chiamando Venezia, così saremo informati sui vostri gusti…”

Toni: “Ma in Italia è notte fonda”.

Il direttore disse, mentre componeva il numero: “Il cliente prima di tutto”.

Poi, dopo aver parlato, disse: “Ho parlato col signor Cipriani il quale vi saluta: abbiamo così l’onore di ospitarvi ancora.

Mi auguro che qui vi troviate bene, come a Venezia: vi precedo”.

Li accompagnò ad un tavolo molto bello e molto appartato, come aveva chiesto Martin. Diana parlava della meravigliosa colazione del giorno prima e Martin faceva da interprete per Laura e Lucy. Jean capiva perfettamente l’italiano e apprezzava perfettamente anche l’italiana. Come da istruzioni di Belial, Toni illustrò tutti i fatti successi ma non parlò di HSE né delle nuove doti correlate. La ragazza si alternava a Toni nelle spiegazioni. Alla fine, tutti erano informati di tutto.

Mentalmente, Toni disse a Diana: “Come facciamo ora a parlare di HSE? Belial ha detto di prenderli uno per volta. Bisognerebbe anche stabilire a chi parlare per primo e così via”.

Diana, sempre mentalmente, rispose: “Mi sembrano pronti… cosa diresti se io lanciassi delicatamente un ballon d’essai?”

Toni: “D’accordo”.

Diana, rivolta a Jean, il quale traduceva per Laura e Lucy: “Belial dice che vorrebbero evitare, agli esseri umani meritevoli, di essere coinvolti in eventuali errori. Gli Eddah vorrebbero usare una specie di operazione ipnotica permanente e comunque indolore. Ovviamente, da quel momento in poi, non potreste più mentire per danneggiare gli altri: in altre parole, non potreste più mentire in mala fede. Questo per evitare il controllo sul Codice di Sincerità: chi non mente, non può correre il rischio di avere il Codice posto a falso.

Chiaramente, è sempre possibile la Dissimulazione Onesta di cui parlava Torquato Accetto nel secolo XVI: su cose personali, come il pudore, la riservatezza, è ammesso non rispondere. Ripeto che in ogni caso, anche volendo, non sareste in grado di dire qualcosa che possa mettere il Codice di Sincerità nello stato di falso. Scusate se è poco. Belial dice inoltre che queste persone potrebbero essere utili per la sopravvivenza della specie, magari con consigli… magari con suggerimenti”.

 Non sapeva più cosa inventarsi e non poteva dire bugie.

Subentrò Toni: “Da quello che ho capito, non applicando questa forma d’ipnosi, potrebbero esserci forse dei casi in cui si può essere eliminati senza colpa, magari per un errore dei poliziotti o perché il programma mentale che pone il Codice di Sincerità nello stato di falso può avere qualche imperfezione, qualche bug.

[Bug: americano, letteralmente insetto, animaletto, baco.]

Io, francamente, preferirei non correre rischi simili. Belial dice che non sarebbe la prima volta”.

Jean: “Aspetti negativi?”

Diana: “Nessuno. Comunque, se sei sicuro di non avere mai una forma d’ipocrisia, potresti non essere interessato per il semplice motivo che, a parte un possibile bug o errore che dir si voglia, non dovresti essere colpito neanche lo stesso. Io sono tuttavia dell’opinione di Toni e l’ho detta a suo tempo anche a Belial: questa specie d’ipnosi vi darebbe una tranquillità non indifferente da tutti i punti di vista esaminati”.

Laura: “Nei giorni scorsi, ho pensato a lungo al Messaggio e alle sue implicazioni. Forse i Potenti possono creare l’ictus in chi si è convinto di non essere in buona fede. In altri termini, se hai un attimo in cui, per debolezza o per altro, ti convinci di non essere proprio in buona fede, potresti settare da sola il tuo Codice di Sincerità a falso, senza saperlo e soprattutto senza che sia vero… poi, quando sei morta, sei morta: non sarebbe piacevole”.

Lucy: “Io non vorrei correre il rischio, ho la stessa età di Diana: non sarò bella come lei, ma… non per questo mi piacerebbe morire”.

Risata generale e intanto arrivarono i desserts. Al che Toni disse mentalmente a Diana: “Mi sembrano pronti… dobbiamo lasciarli parlare, dobbiamo lasciarli chiedere”.

Diana inviò mentalmente una conferma di quanto detto da Toni. Disse poi a voce alta: “Ah, questo Cipriani…”

Jean si sbottonò per primo: “Ma questa novità è proprio tale oppure è già stata sperimentata?”

Diana: “Da quello che ho capito, è da un milione di anni che è stata sperimentata. Parecchie cose sono le stesse dei Neanderthal che, come sapete, sono finite perché HSS ha prevalso con la sua ipocrisia.

Ora, togliendo l’ipocrisia negli HSS, tornerebbero buone parecchie modifiche a suo tempo inserite nei Neanderthal.

Con i dovuti miglioramenti, s’intende: gli Eddah hanno avuto a loro disposizione un milione di anni dall’inizio dei Neanderthaliani e venti mila anni dalla loro fine”.

Laura: “Il ragionamento non fa una piega. Ho studiato attentamente tutto l’argomento dei Neanderthal e non ho trovato alcun altro motivo: avevano parecchie doti più di noi. Erano loro l’evoluzione dei Sapiens e non viceversa: noi c’eravamo già e la biforcazione antropologica nuova, la cosiddetta fissione, era costituita da loro”.

Toni: “Si potrebbe attendere sino alla prima decimazione…”

Martin: “E perché? Io invece darei retta a Belial: dopo un certo approfondimento, ovviamente. Non dovevamo trovare una soluzione? Questa potrebbe essere una possibilità e non si dovrebbe scartare a priori. Io, personalmente, ho capito che il diavolo non è così brutto come si dipinge: chissà quanti di voi avranno già fatto questa battutaccia. Me ne scuso. Buona, la crema catalana…”

Laura: “In effetti, abbiamo esaminato e confrontato le cose dette da Belial e, alla luce dei fatti, forse perché appartiene a una specie bisessuata come noi, ci è sempre stato vicino: o meglio, noi eravamo ermafroditi e sono stati gli Eddah a farci bisessuati…”

Diana: “Mi piace inoltre ricordare che, quello che ha fatto per la specie HSS, in realtà l’ha sempre fatto anche per gli Eddah: abbiamo dei punti in comune e soprattutto degli interessi coincidenti. Ad ogni obiezione, ha sempre risposto con una spiegazione ineccepibile.”

Lucy: “Col dovuto rispetto per le ipocrisie dell’Onu, questa sera mi sento viva e ho la sensazione di decidere il mio destino: all’assemblea generale dell’Onu ho spesso un senso di nausea perché l’ipocrisia è dappertutto, anche sotto le poltrone”.

Jean: “Questo è assolutamente vero e talvolta è insopportabile. Soprattutto quando si tratta di paesi che dovrebbero essere democratici, a suffragio universale”.

Martin: “Facendo un confronto, i poliziotti dei Potenti non ci potranno essere mai di nessun aiuto, né si sono fatti vivi con noi. Almeno Diana ci porta notizie fresche di prima mano…”

Diana azzardò: “A proposito, m’ero scordata: l’operazione ipnotica vi consentirebbe di parlare direttamente con Belial, come posso fare io che sono cimbra…”

Lucy: “Davvero?”

Laura: “Bene… avrei tante cose da chiedergli sulla paleo-antropologia. Lui ne saprà di sicuro una più del… di sé stesso, volevo dire”.

Lucy, ridendo di gusto: “Non può saperne una più di quante ne sappia…“

Ci fu una risata generale.

Martin: “Belial è in effetti l’unico che non può saperne una più del diavolo… anche questa non è male, pur se sarà da annoverare tra le battutacce di cui parlava Jean”.

Jean: “L’Onu si meriterebbe… ça va sans dire…”

[Francese: è una cosa che si spiega da sola]

Lucy, in inglese: “Martin, chiedi a Diana se ha un’idea del tempo necessario per questa ipnosi speciale”.

Diana capiva il pensiero indipendentemente dalla lingua; lo trasmise a Toni che rispose in inglese: “Praticamente ci siamo. Sarebbe tutto pronto da tempo. Belial aspettava questo momento dal 22 luglio 1969… intuiva che i Cosmici, prima o poi, avrebbero fatto qualcosa del genere. Diana ha percepito il tuo pensiero… è probabile che anche questo possa essere una caratteristica nuova…”

Diana, mentalmente: “Toni, attento a non esagerare… stai andando oltre il consentito… Belial ha detto di essere prudenti”.

Martin aveva intuito qualcosa, ebbe un movimento come per sottolineare che aveva preso una decisione e disse in inglese: “Diana e Toni sembrano avere una marcia in più… sembra che si capiscano… io ve lo dico ufficialmente: sono pronto. Vorrei vedere tuttavia Diana che parla con Belial, se fosse possibile”.

Toni rispose: “Empire State Building”.

Martin: “Come? Straparli, cugino?”

Toni: “Nooo!  I tre Azzalini, cioè Antonio, Bruno e Diana, parlavano dal monte Pizzoc: Diana può anche parlare da un alto edificio perché sarebbe esattamente la stessa cosa”.

Martin tradusse e le due americane dissero che si poteva fare domani, senza perdere tempo. Inutile aspettare.

Arrivò il conto, dov’era scritto in lingua italiana: “Sconto incondizionato cinquanta per cento per la clientela veneziana e i loro commensali. Onorati della visita, Vi ringraziamo e saremo lieti di rivederVi”.

Toni pagò il conto e Martin si sentì fiero: i due italiani non erano venuti a New York per mettere la visita in conto all’Onu o quanto meno avevano notevoli risorse proprie. Quando furono a quattr’occhi, Martin disse a Toni: “Il conto di Cipriani dimezzato non è proprio fuori dal mondo. Anche se salato, lo possiamo addebitare al mio ufficio…”

 

Empire State Building, 7 agosto 2043

Si trovarono alla biglietteria del grattacielo

[Lat. 40.748405° N, Long. 73.985656° W.]

per le nove e trenta di mattina, orario di apertura per i visitatori. Presero i biglietti, poi gli ascensori e salirono sul belvedere sino all’ultimo piano. L’edificio è alto 381 metri: 443.2 metri, considerando anche l’antenna televisiva. Il pavimento del piano più alto, dove si trovavano loro, era a 373.2 metri di altezza.

Diana disse: “Ora mi metterò in contatto con Belial. Dovrebbe esserci qualche animale nei paraggi. Voi mi farete le domande e io vi darò le risposte. Martin potrebbe fare da interprete o come volete voi. Preparate le domande”.

Giornata calda. Ventilata. Improvvisamente, un falco pellegrino siberiano 

[Falco peregrinus calidus. Abita tutto il mondo, tranne l’Antartico e le più fitte foreste equatoriali.]

s’appollaiò su un pennone orizzontale per gonfaloni, poco distante da Diana e dai suoi amici. Non era comunque raggiungibile, giacché era a circa cinque metri di distanza dal parapetto della terrazza.

Come vide il falco, Diana disse: “E’ il più veloce volatore del mondo. Raggiunge i 389 chilometri l’ora in picchiata. Questo è un esemplare molto grosso e può raggiungere i 60 centimetri. Le femmine sono ancora più grosse e raggiungono anche il metro. Probabilmente sarà Belial”.

In quel momento il falco aprì le ali, con apertura di oltre un metro: subito dopo emise il classico grido acutissimo. Chiuse le ali, si risistemò sul pennone e rimase assolutamente immobile.

Diana: “Proprio Belial: vi saluta tutti. Cominciate pure con le domande”. 

Anche Toni, nel frattempo, aveva ricevuto un messaggio mentale dal falco: “Ciao Diana, ciao Toni, mi sembra che ieri sera non potevate andar meglio…”

Toni, mentalmente: “Temevo di aver esagerato, di aver parlato troppo… ma se dici che siamo andati bene…”

Laura: “Non per diffidare, ma ho avuto un pensiero matematico… vorrei sapere quale”.

Diana: “Stavi pensando ai primi dieci numeri di Fibonacci”.

Laura: “Vero… per me è sufficiente”.

Lucy: “Io ho pensato a tre colori. Mi piacerebbe sentirmeli dire…” subito dopo sobbalzò e impallidì. Belial aveva mandato i tre colori nella sua mente: bianco, rosso e blu, come la bandiera statunitense.

Lucy: “Ho ricevuto i miei tre colori mentalmente…”

Jean: “Io ho ricevuto una frase: «Sono anche i colori della bandiera francese», incredibile. Adesso ho pensato ad un personaggio storico e vorrei che il falco emettesse un grido”.

Il falco aprì le ali, emise uno stridio fortissimo e le richiuse subito. Nella mente di tutti e quattro si formò la frase: «Jean ha pensato ad Annibale Barca, generale cartaginese».

Diana disse: “Belial mi ha chiesto se Jean vuole parlare con Annibale”.

Jean, intimorito: “No, no, non è il caso… avevo proprio pensato ad Annibale”.

Laura: “In buona sostanza, noi saremmo pronti ma vorremmo sentire i lati negativi dell’esperimento…”

Diana: “Belial dice che, veramente, lati negativi non ce ne sono, tranne un breve mal di testa. Ricordatevi che non potrete più mentire per defraudare il vostro prossimo. Potrete farlo se si tratta di pudore, dissimulazione o per mantenere la vostra riservatezza, senza danneggiare gli altri. Mentire per legittima difesa è permesso. Se vi sono chiari questi aspetti negativi, non ce ne sono altri. Tenete presente che i poliziotti dei Potenti considerano falso quest’ultimo tipo di atteggiamento, cioè: ci saranno delle persone oneste che, interrogate da qualcuno connesso coi poliziotti, per difendersi da domande indiscrete, diranno bugie non nocive per gli altri ma dissimulanti. Queste persone sarebbero poste automaticamente tra chi può essere eliminato. Questo è il motivo per cui, secondo Belial, non si può rischiare e conviene ricevere il famoso stato ipnotico. Potreste altrimenti essere vittime di rappresaglie”.

Martin: “Per me è chiaro. Posso mentire solo per danneggiare qualcuno che si vuole approfittare di me, poiché la sua gerarchia glielo consente. Se non ricevo la famosa ipnosi, sono suscettibile di eliminazione genetica se decidessero di farmi fare qualcosa di odioso e io rifiutassi con una scusa: questo porrebbe il Codice di Sincerità nello stato di falso. Ma Belial dice che questo poi non potrà più succedere”.

Diana: “Conferma che non potrà più succedere. Belial dice che il cervello non avrà in attivazione i neuroni attuali. Da questo punto di vista, s’inizia una specie umana differente. Belial mi autorizza a riferirvene il nome: Homo Sapiens Expŏlītus, cioè migliorato, raffinato, modificato. L’acronimo che useremo è HSE”.

Jean: “Come domanda definitiva, io vorrei sapere concretamente come sarebbe questo… questo HSE”.

Laura disse: “Sì, questo sarebbe necessario”.

Martin: “Se può servire, tanto meglio”.

Lucy: “Sì, sono d’accordo anch’io”.

Diana: “Sedetevi su quella panchina, per favore, Belial vi deve parlare”.

I quattro sedettero e Diana disse: “Belial farà lanciare un grido al falco”.  Il falco immediatamente fece il suo verso.

Diana e Toni ricevettero il messaggio mentale: “Dite loro che siete due HSE: poi, se ci saranno problemi, farò dimenticare tutto a chi non accetterà”.

Diana: “Avete di fronte la prima coppia di HSE: una nuova specie umana, che vivrà oltre duecento anni. Destinata in ogni caso ad essere diversa da HSS. Siamo noi due: Toni ed io. Se volete iniziare la procedura irreversibile, in questo momento riceverete uno stato pre-ipnotico. Stanotte dovrete dormire all’aperto, in una terrazza, oppure sulla spiaggia a Long Island. Se non accettate subito, dimenticherete tutto quello che avete fatto questa mattina. Mi dovete dire ora se siete disposti ad accettare o meno”.

I quattro candidati accettarono. Diana chiese conferma perché il processo era irreversibile. Tutti confermarono ancora.

Diana: “Ora state seduti e poggiate la testa sullo schienale, come per riposare”.

Com’era accaduto a Toni, avvertirono una leggera scossa nella testa, come un brivido. Nei cervelli passarono tutte le loro idee, tutti i loro ricordi, come dicono succeda quando uno muore. Poi sentirono un rumore fortissimo nella testa. Nient’altro. Passò circa mezz’ora.

Diana: “Bene. In questo momento non siete più HSS e non siete ancora HSE. Questa notte dovrete dormire all’aperto, dove riceverete il resto della trasformazione. Sarà una cosa come questa, solo un poco più lunga”.

Il falco batté le ali un paio di volte, lanciò un altro grido acuto e si buttò in picchiata verso il livello stradale ad una velocità incredibile. Arrivato a una decina di metri da terra, dette inizio ad un volo orizzontale e in un attimo scomparve tra gli alberi di Central Park.

Diana: “Andiamo a berci un caffè. Nel frattempo vi posso dire che Toni ed io ci parliamo mentalmente. Martin, devi dire cinque numeri in un orecchio di Toni, dilli anche agli altri.

 Martin si avvicinò e fece in modo che nessuno potesse sentire. Poi disse nell’orecchio di Toni: “3.141, 2.718, 233, 610, 300 mila”.

Li ripeté agli altri. Diana disse: “Pi greco, e, 233, 610, 300 mila”.

Lucy: “Pi greco ed e non vanno bene…”

Diana: “Toni mi ha trasmesso i due simboli: i numeri corrispondenti sono 3.14159 e 2.71828”.

Laura: “Incredibile… da domattina potremo parlare tra di noi con la mente… da quale distanza?”

Toni: “In teoria, da qualunque distanza. Voi però, a differenza dei Neanderthal, potete chiudere la vostra mente ed evitare di essere contattati, evitare che vi leggano dentro. Ricordatevi che Diana ha queste doti ormai da dieci anni. Se siete come me, i primi due o tre giorni avrete qualche difficoltà. Belial dice che può essere necessario anche un mese o due”.

Scesero a pianterreno e si avviarono a piedi sino al bar all’angolo tra la quinta avenue e la quarantaduesima strada est, per sgranchire le gambe. Diana si diffuse su parecchie altre cose di cui erano informati, tra cui l’impossibilità di avere figli con un HSS. Parlò poi degli HSC, come aveva voluto denominarli Belial. Spiegò la questione del proselitismo, del perché bisognava essere molto prudenti. Altri particolari li avrebbero ricevuti la mattina successiva, dopo la trasmutazione completa. Jean e Martin erano contentissimi. La loro felicità contagiò le due ragazze americane. Davanti a sei caffè, decisero che questo fatto degli HSE era la ciliegina sulla torta e che bisognava ringraziare Belial.

Toni: “Ora voi dovete assolutamente riposare. Per questa notte, come facciamo? Avete tutti una terrazza all’aperto?”

Laura: “Io ho una casa grandissima e vivo da sola vicino a Central Park. Ho una terrazza enorme e le stanze da letto non mancano certamente.

Diana e Toni possono dormire nelle stanze e noi quattro, possiamo portarci quattro materassi nella terrazza. Toni, ci sono degli orari da rispettare?”

Toni in inglese: “Io mi sono steso verso mezzanotte e l’operazione è cominciata dopo un poco. A proposito, da quando diventerete HSE, non avrete più problemi di lingue: i messaggi mentali vanno direttamente nella zona parietale sinistra a valle del centro linguistico. Si ricevono cioè i concetti come idee, non importa in quale lingua siano espressi. Tuttavia non potrete rispondere in tutte le lingue: con la voce, intendo. Potrete inviare comunque i concetti”.

Diana: “Confermo. Io vivevo a Roma, all’università, con una mia compagna somala appena arrivata in Italia. Riuscivo a mandarle messaggi mentali. Tuttavia, non sempre capiva bene. Non so se dipendeva da me o da lei. Belial dice però che i nostri figli, HSC, riusciranno perfettamente e, forse, purtroppo, gli HSS non ci saranno più. In realtà, capisco tutti i pensieri degli HSS: non degli HSE, se chiudono la mente”.

Jean: “Sono tutte prospettive sconvolgenti. Non vedo l’ora che arrivi questa notte. Col mio lavoro, potrò capire tutto quello che pensano all’Onu…”

Martin: “Anch’io…”

Lucy: “Per me, che conosco una lingua sola, sarà una cosa bellissima”.

Laura: “Dovremo fare un piano di battaglia per il proselitismo: per il resto, penso che prima dell’agosto 2044 non succederà niente. Pensavo ai miei genitori: mi piacerebbe che vivessero di più”.

Toni: “Lo farò anch’io… Diana invece, non…”

Diana: “Belial per ora non si fida di mio padre: in ogni caso vorrei che almeno mia madre diventasse HSE… devo parlare con Belial per farmi consigliare”.

Martin: “Mio padre sarà felicissimo: sta lavorando su delle equazioni che si riferiscono alla teoria delle stringhe e temeva di non vivere a sufficienza per completare i suoi studi”.

Concordarono l’appuntamento a casa di Laura dopo cena, per le ventidue.

Casa di Laura a Central Park, 7 agosto 2043.

Alle ventidue locali, gli ospiti arrivarono puntuali in Central Park, a casa di Laura. Si sedettero in salotto e la conversazione si orientò sui vantaggi di HSE. Diana disse che ancora non li conosceva tutti, perché l’unica pratica di colloquio mentale con un altro HSE era stata con Toni e solo da pochi giorni.

Lucy: “Si potrebbe parlare dei prossimi HSE: arrivare ad averne decine di migliaia non sarà facile”.

Diana: “Penso che entro breve Belial farà diventare HSE parecchia gente. Vi parlo di alcuni candidati: tutti quelli con i capelli rossi sono discendenti, anche se parzialmente, da incroci con i Neanderthal. Penso che Belial avrà dei criteri per individuare anche i discendenti dei Neanderthal dove il rutilismo sia recessivo. Gli yazidi,

[oppure  iazidi o yazidi o anche yezidi]

una popolazione assimilata oggi ai curdi, mezzo milione di persone, che sono amici di Belial da oltre 6000 anni, cioè da circa 4000 anni prima di Cristo. In realtà non sono curdi. Dal VII secolo sono stati perseguitati dagli islamici e così ha fatto nel secolo scorso il partito Baath di Saddam Hussein. Sono detti adoratori del diavolo per ovvî motivi. Hanno una delle sette Torri che vanno dal Sudan sino ai confini siberiani. Stranamente, le sette Torri hanno la stessa disposizione delle sette stelle dell’Orsa Maggiore e, ancor più stranamente, sono quasi tutte in zone di conflitto: Sudan, Niger, Siria, Iraq, Turkestan… quella dell’Iraq era la Torre di Babele, di cui parla Belial. Non vorrei comunque andare nell’esoterismo. La religione degli yazidi, imperniata su Belial, risale a tempi ben antecedenti alle ziqqurat mesopotamiche. Io ho fatto la mia tesi di laurea sugli yazidi. Vedono Dio come qualcosa di lontano, che non s’interessa delle cose del mondo. In Sudan, in una regione montagnosa, circa 20 mila persone definite licantropi dagli islamici.

[Licantropo: dal greco lycos = lupo, uomini lupo.]

I baschi. Gli ebrei ashkenaziti, originari della valle del Reno. Intelligentissimi e con molti individui dai capelli rossi. Sono oggi l’ottanta per cento di tutti gli ebrei. Berberi, cabili e tuaregs, che, anche se formalmente islamizzati, sono pur sempre indoeuropei e nel profondo sono ancora trimurtisti. Ce ne sono ancora con rutilismo. Oltre, naturalmente, ai celti: irlandesi, scozzesi e scandinavi, sempre con rutilismo. Quindi c’è parecchia gente. Milioni. Probabilmente quasi tutta gente incrociata fra i tibetani e i Neanderthaliani.

In America e in Australia ci sono parecchi emigrati euro-asiatici: celti e in genere tutti quelli corrispondenti all’elenco appena accennato. Ovviamente, non tutti i membri delle popolazioni che vi ho descritto potranno essere selezionati. Secondo i miei calcoli, entro un anno o due, potrebbero diventare HSE non meno di mezzo milione di persone“.

Jean: “In Bretagna abbiamo parecchia gente coi capelli rossi, per non parlare della Normandia: celti anche questi. Cambiando argomento ma rimanendo in tema, penso che uno dei nostri compiti sia quello di prevedere come potranno modificarsi gli assetti istituzionali. Se, come sembra possibile, avremo nei primi tre o quattro anni l’applicazione della Legge Cosmica nelle alte gerarchie, sparirà un buon dieci per cento dei notabili attuali. Non è facile prevedere le reazioni dei superstiti. Mentre prima potevamo non essere interessati a cosa potrà succedere entro 144 anni, oggi siamo interessati direttamente”.

Martin: “Giustissimo. Dobbiamo sentire Belial se ha delle idee in proposito”.

Convennero che i politici non eliminati geneticamente difficilmente avrebbero ammesso di essere ancora vivi per caso: avrebbero detto di essere sopravvissuti perché onesti ed integerrimi. Nuove regole si rendevano necessarie: ad esempio un nucleo Onu basato solo su paesi veramente democratici e così via. Sarebbe stato comunque un palliativo, perché il problema era principalmente all’interno delle caste e solo secondariamente nella struttura democratica di un paese. A mezzanotte, Toni disse che era arrivato il grande momento e che poi sarebbe stato necessario il più assoluto riposo: lui stesso, dopo il passaggio allo stato di HSE, aveva dormito per otto ore filate. I quattro catecumeni misero i materassi nella terrazza enorme, mentre Toni e Diana si recarono ognuno nella loro stanza.

Alle occhiate insistenti ed insinuanti di Toni, Diana rispose: “Ricordati quello che ha detto Belial: abbiamo tanto da fare”.

Toni: “Purtroppo… ciao…”

Alle due di notte circa fu compiuta definitivamente la mutazione cerebrale. Ripresero i materassi e si avviarono verso le loro camere. Toni sentì il rumore, socchiuse la porta e chiese com’era andata. Diana fece lo stesso. I quattro risposero che era andato tutto benissimo, che Belial li aveva salutati e si era raccomandato che riposassero. Diana e Toni si alzarono verso le nove e andarono in cucina. Diana calcolò che per le dieci i quattro neofiti si sarebbero potuti svegliare. Rovistò con notevole sagacia nella cucina di Laura e preparò caffè, biscotti, marmellate, toasts…

Toni nel frattempo era sceso ad acquistare il New York Times. L’edizione locale con la pubblicità era quel giorno di 300 pagine circa. Appena risalito nell’appartamento, si fece coraggio e baciò sulla guancia Diana, la quale fece finta di niente. Toni si sedette al tavolo della cucina e disse: “Ah, le donne…”

Diana: “Hai ragione: la prossima volta fingerò di essere felicissima”.

Toni: “Il giornale ha una grave mancanza: non parla del fatto che sei arrivata a New York… inoltre, l’articolo di fondo si chiede se sarà vero il discorso dell’Autorità Cosmica. Come previsto, fin che non ci saranno i morti… pochi ci crederanno”.

Gli HSE ora erano sei. Arrivò un messaggio mentale, sia a Diana che a Toni: “Sono Laura, mi sentite tutti? Se mi sentite, vi auguro il buongiorno”.

“Sono Jean, buongiorno”. Il leggero accento francese era sparito nella trasmissione mentale.

“Toni, sono Lucy, dimmi qualcosa in italiano. Voglio sperimentare una lingua che non so”.

Toni: “M’illumino d’immenso.”

Lucy: “Non… non ho capito bene… c’è uno che si accende addosso una cosa grande che lo illumina. Giusto?”

Toni: “Giustissimo. Una poesia italiana di Giuseppe Ungaretti, del secolo scorso. La poesia, in inglese, suona: I light up with immenseness. Il titolo della poesia è Mattina, cioè Morning”.

Lucy: “Aaaaah… bello l’italiano… per immagini…”

“Sono Laura, buongiorno. Manca Martin”.

 “Sono un Martin pronto per un caffè ”.

Dopo qualche minuto, i sei erano tutti in cucina.

Laura disse: “Io non sarei stata capace di preparare una colazione così bella…”

Diana: “Grazie, troppi complimenti: tutto bene?”

Lucy: “Hai parlato in italiano e ho capito perfettamente attraverso la tua mente: si vede che l’hai lasciata aperta. Toni mi ha fatto prendere paura: mi ha mandato una poesia per immagini ma poi me l’ha spiegata. Sai, Diana, Toni è proprio gentile…”

Per la prima volta da quando la conosceva, Toni vide Diana arrossire. Laura se ne accorse: “Rossa in viso come un peperone: lo ha fatto sicuramente per intonarsi ai suoi capelli…”

Diana cercò di sviare l’argomento: “Certamente, un gentiluomo è un uomo gentile… lo dicono le parole stesse”.

Lucy: “Evviva! Ho capito tutto mentalmente anche ora: capisco quello che pensi ma non l’italiano che pronunci; forse allora capirò anche il russo, lo spagnolo…”

Toni: “Certamente: si capiscono i concetti e non le parole. I giochi di parole, come «M’illumino d’immenso», sono particolarmente difficili da capire”.

Una voce profonda rintronò nelle loro menti: “Sono Belial, buongiorno a tutti”.

Un coro di ‘buongiorno’ e di ‘grazie di tutto’ si levò in risposta.

Diana: “Belial, pensavamo di far diventare HSE anche i nostri genitori. Resta il problema di mio padre”.

Belial: “Non ha mai voluto saperne e non vorrei che fosse una quinta colonna dei Potenti: una spia, insomma. Tu Diana mi conosci da quando avevi 15 anni: sai che mi dispiace ma non possiamo rischiare. Cerca di approfondire con lui, se ci riesci. Alla prima occasione verrò anch’io per cercare di capire quest’uomo e soprattutto il motivo per cui ha sempre desiderato di stare appartato. Per tutti gli altri genitori, non mi sembra che ci possano essere dei problemi: meglio usare prudenza, comunque. L’elenco dei futuri HSE che ha fatto Diana va abbastanza bene. Tuttavia, la stima totale cautelativa da me formulata rimane attorno a 500 mila. Ditemi le vostre idee in proposito. Ricordatevi che abbiamo il problema del ricambio genetico e pertanto il numero dovrebbe essere il più grande possibile. Mi sembra inutile perdere tempo con gente che tentenna, anche perché c’è il rischio di dover cancellare la loro memoria: concentratevi su gente che conoscete bene e che decide rapidamente. Un primo candidato al test potrebbe essere proprio il padre di Diana, a meno che i Potenti non abbiano già preparato una contro-mossa”.

Laura: “Io ho un grosso seguito all’Università di Harvard, dove insegno. In teoria sono assistente ma in pratica sono sempre a contatto con gli studenti. La paleo-antropologia va a pennello per iniziare una serie di conferenze del genere «Siamo in questa situazione perché dalla notte dei tempi gli uomini…» e così via. Subito dopo, farei delle tavole rotonde con gli allievi, dove si potrebbero studiare le soluzioni. Passare da questi argomenti a quello di HSE, tuttavia senza farne menzione, sarebbe abbastanza breve. Potrebbe trattarsi di un centinaio di persone e anche più: poi, fra qualche mese, le persone potrebbero aumentare per proselitismo indotto”.

Belial: “Bravissima, non si potrebbe pensare di meglio: hai la mia completa approvazione. Attenzione al problema della cancellazione della memoria in caso di insuccesso: ripeto che non possiamo permetterci il minimo errore. Dovreste organizzare il tutto per piccoli gruppi, in modo da tenere tutti sotto controllo”.

Martin: “Io mi dovrò lavorare i componenti dell’Onu, prima di tutto gli americani degli uffici interni e poi eventualmente i segretari poliglotti. I politici vengono sostituiti troppo frequentemente e tra di loro, non sapendo le lingue, non parlano. Lo fanno nei discorsi ufficiali, assistiti da interpreti. Meglio quindi gli interpreti e i professionisti, incaricati permanenti dei vari paesi. Anch’io potrei organizzare una riunione degli addetti culturali incaricati per scambiare le opinioni, anche perché queste persone nelle assemblee ufficiali non hanno mai occasione di parlare: contano moltissimo, perché, come dicevo, i contatti orizzontali e gli scambi di opinione sono tenuti da chi parla parecchie lingue. Non sono poche le decisioni, adottate da costoro, che poi sembrano prese dai politici. Concluderei poi nello stesso modo di Laura”.

Belial: “Qui i complimenti si sprecano: bravo, Martin, veramente. In quest’ultimo caso il proselitismo si diffonderebbe in tutti i paesi con estrema velocità”.

Jean: “Per me, vale lo stesso discorso di Martin: come legale dell’ambasciata francese, posso operare nella sede dell’ambasciata stessa. Successivamente, potrei indire una riunione dei legali di tutte le ambasciate con la scusa di esaminare il problema dell’Autorità Cosmica, proprio dal punto di vista del diritto internazionale, per poi continuare come dicono Laura e Martin. Finito questo, potrei svolgere un’azione particolarmente intensa a Parigi, solleticando con una certa facilità l’opinione diffusa che noi francesi si debba fare sempre qualcosa di eccezionale: insomma, un patriottico appello alla grandeur de la France”.

[I francesi parlano spesso della grandiosità e dell’importanza della Francia]

Lucy: “Io, purtroppo, non ho molte conoscenze ma sono iscritta al Rotary Club di New York: chi mi ha presentato ci teneva, sperando che io lasciassi trapelare qualcosa del mio lavoro. Mi chiedono sempre, infatti, cosa si dica all’Onu. E sono tutti pezzi grossi, molto grossi. Questa volta potrei inavvertitamente lasciar trapelare qualcosa”.

Belial: “E così, anche qualche magnate potrebbe essere portato dalla nostra parte. A proposito, se avete bisogno di quattrini, ditemelo. Non possiamo però fare cose che diano troppo nell’occhio. Dobbiamo evitare che la gente si chieda dove noi si prenda il denaro”.

Diana: “Io, con la mia professione, posso parlare in Italia a chi desidero. Il tema potrebbe essere: «Non eravamo soli nell’universo: nuove prospettive trascendentali confrontate con le radici storiche delle religioni.» Cosa ne dite? E da lì partirebbe il resto”.

Belial: “Eccezionale”.

Toni: “Beh, insomma, a Venezia, alla Marciana, alla Querini Stampalia, al Museo Correr… sarà abbastanza agevole. Non dico che sia agevole trovare i catecumeni, ma sarà facile organizzare le conferenze. Devo coinvolgere mio padre perché conosce tutti, veramente tutti. Non avete idea di quante persone vadano alla Querini Stampalia. L’atmosfera è molto da club”.

Martin: “Mio padre è matematico e lavora ad Harvard, al dipartimento di fisica. Inoltre conosce tutti a Princeton.

[Istituto universitario scientifico-matematico alla periferia sud di New York.]

Potrebbe indire delle tavole rotonde sul tema: «Il Messaggio dei Cosmici: implicazioni matematiche, statistiche ed attuariali sulla sopravvivenza della specie umana.» Nessuna delle teste d’uovo vorrà mancare. Questo è anche nel nostro interesse: dobbiamo fare in modo che non muoiano i migliori e che Princeton non subisca la sorte di Gottinga”.

[Centro universitario in Germania, a suo tempo il più prestigioso al mondo per la matematica. Praticamente distrutto dai nazisti: parecchi componenti emigrarono in America, a Princeton, a sud di New York. Gottinga non si risollevò mai più completamente.]

Belial: “Ben detto. D’altronde, chi accetta di diventare HSE vuol dire che non ha nulla da nascondere. Questo era un tema che volevo affrontare: dobbiamo concentrarci, a parità delle altre condizioni, sulla trasformazione dei più intelligenti, dei più meritevoli. Una regola che ho imparato in qualche miliardo di anni, è la seguente: i disonesti sono tutti stupidi. Questo non significa tuttavia che gli onesti siano tutti intelligenti. C’è molta più soddisfazione nell’arrivare a dei risultati con merito piuttosto che con astuzia. Io sono onesto ma non sono un cretino: anzi, mi si gratifica spesso di esser dotato d’intelligenza diabolica”.

Risata generale.

Belial: “E i disonesti che, per mantenere la loro disonestà, rinunceranno a divenire HSE, si dimostreranno ancora più stupidi. Questa è la prima volta che faccio del proselitismo. Tutti quelli che hanno fatto proselitismo nel passato non sono in relazione con gli Eddah, se non a livello personale”.

Lucy: “Io penso di aver intuito qualcosa circa il padre di Diana. Lui sente molto la musica: probabilmente una motivazione potrebbe essere quella di farlo andare a Venezia per metterlo in contatto con altri musicisti, eventualmente anche fuor di Venezia, farlo apostolo di un nucleo di musicisti: nucleo che dovrebbe sopravvivere alla selezione genetica, altrimenti resteremmo senza musicisti. Paolo Ballarin ha detto che può inserire Carlo nell’ambiente musicale della Fenice: molti musicisti frequentano la Querini Stampalia per esaminare vecchi spartiti manoscritti”.

Diana: “Bravissima, grazie al tuo discorso, mi è tornato in mente un episodio. Una volta parlavo della nostra famiglia e facevo notare a mio padre come fosse l’unico a non interessarsi di Belial. In quel momento non c’erano altre motivazioni per il rapporto se non quella finanziaria: Belial ci passava soltanto i quattrini e non c’erano altri incarichi da assolvere. Mio padre disse che il suo sogno, come musicista, era quello di andar via da Vallorch e che non voleva fare come suo padre Bruno e suo nonno Antonio, i quali avevano trascorso la loro vita sull’Altopiano: a torto o a ragione, aspirava a qualcosa di più ambizioso. Avendo il denaro per vivere, poteva permettersi di dire che non gli interessava e che avrebbe voluto dedicarsi anima e corpo alla sua musica, vivendo così in un ambiente stimolante”.

Belial: “Può darsi che sia così. Il discorso non sarebbe privo di senso. Prova a riprendere l’argomento. Potrebbe coordinare l’inserimento di tutti gli artisti, oltre che dei musicisti, negli HSE. Per lui potrebbe essere un grande prestigio. Carlo potrebbe passare alla storia come il responsabile della sopravvivenza della musica: ho la sensazione che quest’ultima idea lo potrebbe veramente affascinare. Non mi stancherò mai di ripetere che i Potenti, se si accorgeranno di quanto stiamo facendo, cercheranno di metterci i bastoni tra le ruote e non solo metaforicamente. Noi dobbiamo puntare tutto sul fatto che loro non siano Dio e che a un livello più alto ci siano degli altri esseri, forse nemmeno questi Dio, che li obbligano a rispettare delle regole.  Non ci resta altro. Questi esseri sopra i Potenti potrebbero appartenere, come dice Kurt Gödel, a una meta-dimensione più alta. Può darsi che siano loro ad aver generato il nostro Big-Bang, così come succede per le matrioske

[bamboline russe in legno, una dentro l’altra, come le scatole cinesi]

russe: quando sei dentro una matrioska, non sai quante siano quelle che t’inviluppano. Questa ipotetica civiltà, a meta-livello rispetto ai Potenti, potrebbe avere trenta miliardi di anni. Forse a sua volta anch’essa potrebbe avere un’altra civiltà a meta-livello sopra di lei, con 45 miliardi di anni e così via. Questo nostro universo potrebbe essere solo un istante della realtà di un universo più ampio e per noi inaccessibile, un attimo di una enormità. A questo proposito, mi viene in mente una fiaba che raccontano gli yazidi da oltre sei mila anni:

Esiste, in un paese lontano, una montagna alta più dell’Everest

[altezza dell’Everest: 8810 metri]

 e lunga come tutta l’Asia.

[lunghezza dell’Asia: oltre 9000 chilometri]

La montagna è tutta di durissima roccia, una cosa imponente e angosciante. Un timido passerotto, ogni tanto, si avvicina alla montagna e, per pulire il suo becco, lo strofina delicatamente contro la roccia. Così facendo, rimuove un’infinitamente piccola parte della roccia stessa. Quando, pulendosi il becco, il passero avrà consumato tutta la montagna, ebbene: sarà passato un solo attimo di tutta l’eternità.

Questa storia sconvolgente degli yazidi riguarda il tempo ma vale anche per i livelli e i meta-livelli dell’universo. In questo gioco di matrioske infinite, noi pensiamo che in alto ci dovrebbe essere, alla fine, l’ultimo livello e là dovrebbe trovarsi Dio, il Dio supremo: in tal caso, le matrioske non sarebbero infinite. Kurt Gödel ha dimostrato che, a livello razionale, noi non siamo in grado di capire, esattamente come diceva Agostino nella parabola del bimbo e del mare:

A Civitavecchia, nell’estate del 410 dopo Cristo, Agostino camminava sulla spiaggia tra Civitavecchia e Tarquinia, lungo il mar Tirreno. Era immerso in profondi pensieri: stava componendo il suo Trattato sulla Trinità. Vide un fanciullo che raccoglieva con le manine un po’ d’acqua di mare: la trasportava per alcuni passi e la versava in una piccola buca nella sabbia. Tornava al mare, prendeva ancora acqua con le mani e la riversava nella buca, e poi ancora… Agostino, stupefatto, chiese al bimbo cosa stesse facendo. Il bimbo rispose: «Vorrei vuotare il mare e porlo tutto in questa buca…» Agostino: «Ma dovresti capire, bambino mio, che questo non è possibile… il mare è così grande e la buca è così piccola!». Il bimbo gli sorrise e disse: «E tu, Agostino, pur essendo un grande vescovo, come farai a capire la Trinità?». Il piccolo si allontanò verso un boschetto di tamerici, vi entrò e scomparve.

Io spero quindi che i Potenti non siano Dio e questa è l’unica carta che possiamo sperare di giocare. Dobbiamo sperare che sopra di loro ci siano matrioske ancora più alte: per noi tutti, incomprensibili. Avrei finito e ognuno di voi avrà parecchio da fare. Sospendiamo la seduta?”

Tutti convennero che era meglio mettersi all’opera.

Nota a piè di pagina: il lettore che volesse saltare i capitoli facoltativi, vada direttamente all’inizio del capitolo 19.

 

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