Le parole in rima [551]

1961san trovaso
Venezia 1961 – Lo squero di San Trovaso con una bissona, cioè un gondolone da cerimonia – Ernesto Giorgi©

Volete acquistare prestigio e rispetto? Parlate o scrivete in rima. Le persone sono portate a pensare che, se una cosa viene detta in rima, sia una cosa che quantomeno meriti attenzione.

Analogo risultato si ottiene con assonanze, paradossi, ritmicità e giochi di parole. I proverbi più accreditati hanno queste caratteristiche.

Un esempio: chi è stato in Francia avrà senz’altro visto per la strada e nelle autostrade degli enormi cartelli che dicono: Au volant, la vue c’est la vie! [Quando si sta al volante, quando cioè si sta guidando, vederci bene può salvare la vita]

In Italia si potrebbe dire: “Al volante, la vista è la vita”. Mentre in italiano si tratta di una frase qualsiasi, perché la ‘e’ finale della parola ‘volante’ rompe l’euritmia (il ritmo piacevole) della frase, la stessa frase in francese è perfettamente ritmica e quindi offre un senso di perfezione. Potremmo proseguire con innumerevoli esempi. Ad esempio, il proverbio ‘Tanto va la gatta al lardo che ci lascia lo zampino’ Ha una ritmicità perfetta, come il verso del Prode Anselmo: ‘… fin che ai piè di un casolare vide un lago ed era il mar.’

Ancora, la frase: ‘Dagli amici mi guardi Iddio: dai nemici mi guardo io.’ sfrutta i principi che abbiamo esposto. Provate a pronunciare ‘un bélta cérnon fùmai scrìtto’: come fa a non essere vera una frase con un ritmo così bello? Sarà sicuramente verissima ma per noi italiani soltanto. In inglese, infatti si dice: ‘A nice silence was never written’ che suona “Anàissi lensewàs nèver wrìtten’. Un tale orrore non può avere alcuna credibilità.

O in francese: ‘Un bon silènce n’a jamais été écrit’. Per dispetto, ti vien voglia di parlare…

O in castigliano (spagnolo): ‘un buén silèncio nùnca fué escrìto

In tedesco, poi… ‘niemand je geschrieben hat ein gutes Schweigen

Dovremmo essere quindi convinti che il senso di una frase viene avvalorato dalla forma della frase stessa.

Esiste una disciplina, la retorica, che si occupa di queste cose per migliorare lo stile di comunicazione di ognuno di noi.

Concludiamo dicendo: dovremmo inoltre sempre chiederci se la validità di una affermazione dipenda dalla sua forma o dalla sua sostanza.

Per il divertimento dei nostri piccoli amici e perché questi concetti rimangano nelle loro teste, abbiamo creato una scenetta che voi adulti sarete così gentili da spiegare ai piccoli.

Arlecchina e Colombino.

Arlecchina accontenta Colombino, che chiedeva un bacio e lo bacia, facendosi promettere, in cambio, da Colombino che d’ora innanzi non parlerà più in dialetto veneziano, bensì in italiano. Colombino promette.

Il giorno dopo, appena vede Arlecchina, Colombino se ne esce con questa frase:

Arlechìna adoràta,

se pénso al to bàso…

me sénto confùso.

 

Al che, Arlecchina dice: “Mi avevi promesso di parlare in italiano! non mi piacciono gli uomini di poca parola!”

Colombino: “Scusami, Arlecchina, allora te la dico in italiano:

Arlecchina adorata,

se penso al tuo bacio

mi sento Confucio.

Arlecchina si mise a ridere e perdonò Colombino…

La retorica insegna che, quando una parola ha vari significati o varie assonanze, il fatto di usare tali significati e tali assonanze può essere utile, perché lo scopo ultimo dell’oratore o di chi comunque parla è quello di fissare il suo discorso nelle menti degli ascoltatori. Qualunque forma di pubblicità cerca di fare la stessa cosa: ad esempio, la sagra paesana viene pubblicizzata con lo slogan: ‘non solo una festa ma una cosa che resta.’. Meglio sarebbe tuttavia scrivere: ‘non solo una festa: qualcosa che resta.’ Il ritmo sarebbe migliore.

Per dimostrare l’uso di questi concetti, abbiamo preparato per i ragazzi una nuovissima filastrocca.

Il Re deve vedere bene i bisogni del popolo.

Ad un Re che vede, il popolo crede.

Il Re vede che deve vedere.

Per far vedere al popolo che vede,

vedrà, in modo visibilmente avveduto,

di rivedere il suo modo di farsi vedere

ed inoltre di vedere.

La Regina tuttavia,

presa un po’ dalla fobia

della propria miopia,

non si avvede che si vede

che lei proprio non ci vede

e quindi provvede, e lo si vede,

a dar da vedere che ci vede:

e in questo ci crede.

La Regina, per vendetta

disse a tutti, in tutta fretta:

chi vedrà, vivrà.

Non si accorse, per la fretta,

di aver fatto una pastetta.

Il proverbio in verità

dice con semplicità:

se si vive, si vedrà.

Se ci pensi, anche la fede si pronuncia

su chi vede, recitando che, a chi vede,

senza dubbio Dio provvede.

E l’ottico…

rivolgendosi all’erede

disse in tutta buona fede:

‘La Regina non ci vede:

se ricevo una mercede

la Regina salverò

dalle brutte dicerìe

che si senton per le vìe

del reame’. Esterrefatto

dall’autentico misfatto,

disse il popolo: “Chissà

se qualcun ci salverà…

forse l’ottico sapiente,

con l’occhiale accomodante,

può ridare quanto prima

ai regnanti, quella stima

che di colpo se ne andò

quado l’occhio si oscurò.

Il motivo è solamente:

se l’occhio è vedente,

il regno è festante

e, se gode di vista,

il Re riconquista

con soddisfazione

la buona opinione

che avea quella gente

sull’uomo regnante.

 

Dopo Carosello, tutti a nanna.

 

 

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