Racconti 6 [567]

RaccontiA Parigi, un giovane laureato in chimica, Roland Page, aveva creato un profumo meraviglioso di linea maschile. Tutte le persone che avevano avuto modo di sentirlo, erano estasiate perché questo profumo aveva una fragranza essenziale delicatissima, elegante, assolutamente inconfondibile.

Il giovane chimico aveva pensato di fabbricarlo in proprio ma uno zio espertissimo di organizzazione aziendale lo consigliò di rivolgersi ad una grande casa di profumi: se la casa di profumi non lo avesse apprezzato, sarebbe stata un’utilissima opinione per Roland, perché ciò avrebbe significato che, con ogni probabilità, il profumo poteva avere qualche problema. Se invece la grande casa lo avesse accettato, i primi guadagni gli sarebbero comunque serviti per rientrare delle spese sino a quel momento sostenute. In seguito, se l’essenza avesse ottenuto un grande successo, avrebbe forse, con un nuovo profumo, potuto tentare la strada della fabbricazione diretta. Se poi, invece, non fosse stato in grado di creare alcun altro profumo eccellente… beh… a maggior ragione sarebbe stato un bene non mettersi in proprio.

Roland accettò il suggerimento e lo zio consigliò di rivolgersi alla Hermès, una notissima e prestigiosissima casa francese, specializzata, oltre al resto, anche in profumi maschili.

Roland fece visita alla Casa Hermès: entrò in un palazzo da sogno, con meravigliose fanciulle (naturalmente profumatissime) che andavano e venivano. Mentre attendeva, una bionda meravigliosa gli offrì un caffè ed egli comprese che quel mondo non se lo sarebbe mai più dimenticato: aveva trovato gentilezza, ospitalità e il mondo dei profumi era esattamente il suo mondo.

Dopo una lunga attesa, una signorina bruna forse più bella della bionda precedente si avvicinò a lui e disse con un sorriso accattivante:

“Monsieur Page, purtroppo, proprio quando il direttore delle Linee Maschili l’avrebbe potuta ricevere, è stato chiamato altrove per un impegno improvviso. Lei, se desidera, dovrebbe ripassare…”

Roland Page abbozzò un sorriso e disse: “Bene signorina, quando posso ripassare?”

La signorina rispose: “Ma quando vuole, signor Page, la rivedrò molto volentieri.”

Roland si accommiatò con un mezzo sorriso. Quando tornare? La signorina aveva detto di ripassare quando voleva… che lo avrebbe rivisto volentieri…

Roland pensò: “Bene! ripasserò domani. Così potrò anche rigustarmi l’ambiente e la signorina bruna…”

Il giorno dopo, più o meno alla stessa ora, ripassò: “Sono Page, signorina, inoltre mi farebbe un enorme piacere sapere anche come lei si chiami…”

La signorina aprì due occhi meravigliosi, di un viola chiaro e disse: “Je m’appelle Geneviève…”

Roland Page pensò: “La trovo talmente bella che mi sarebbe piaciuta anche se si fosse chiamata Genoveffa…”

Geneviève andò verso la porta del direttore, bussò e disse nella fssura della porta socchiusa: “Signor direttore, è qui Page…”

Roland non capì bene la risposta del direttore delle Linee Maschili. Geneviève fece un cenno di assenso, richiuse la porta, ritornò con una falcata travolgente verso il povero Roland e, sfoderando un chilo e due etti di incantevole charme, sussurrò: “Nemmeno oggi è possibile… spero tanto di rivederla al più presto…”

Roland, ormai affascinato da Geneviève, fece un sorriso e disse che sarebbe ripassato. Il giorno dopo, altra visita di Roland, altro benvenuto da parte dell’incantevole Geneviève, altro tentativo di introdurre Roland, altra frase dalla porta: “E’ qui Page…”

La stessa storia durò tre anni, tre mesi, tre giorni: ogni giorno, per oltre tre anni, “E’ qui Page…”

“Anche oggi, no.”

“Grazie.”

“Prego.”

“Scusi, tornerò”.

Il quarto giorno del terzo mese del terzo anno, Roland Page, che ormai si era fidanzato ufficialmente con la splendida Geneviève, fu ricevuto dalla direttrice della Linee Maschili, ex direttrice delle Line Femminili, la quale aveva sostituito il precedente direttore delle Linee Maschili, morto nel frattempo di vecchiaia.

Il profumo non fu lanciato dalla finestra, come Roland temeva potesse succedere ma fu invece lanciato nel mercato e fece un enooorme successo. Naturalmente, con tre anni  e tre mesi di ritardo. Tale profumo è diffuso, dalla notissima casa francese Hermès, anche ai giorni nostri. Indovinatene il nome?

Il profumo è stato denominato

Equipage

 Quale altro nome avrebbe mai potuto avere?

Il raccontino finirebbe qui. E a chi storcesse il naso, risponderemmo con la scritta di una targa che si trovava in Via Piave a Mestre, nel muro di cinta di una casa orribilmente orribile: “A chi non apprezza l’opre nostre: fatene di migliori, alle maniere vostre.”  

P.s. Questa, della Via Piave, è verissima e probabilmente qualcuno di voi l’avrà anche vista.

Concludiamo quindi con una morale che sgorga impetuosa dal nostro racconto: Roland Page ha saputo usare costanza e dichiariamo pertanto:

LA COSTANZA DA’ SEMPRE BUONI FRUTTI.

costanza
Diga dell’Hotel Excelsior, Lido di Venezia, estate 1961. Fotografia e fotomontaggio di   Ernesto Giorgi©

Eravamo un gruppo di ragazzi di 17 anni (di 18 anni i ripetenti) che avevano appena terminato la quarta superiore. Quando non giocavamo al pallone, andavamo sulla diga dell’Excelsior e rimanevamo in attesa di Costanza, una meravigliosa creatura che, almeno apparentemente, era una nostra coetanea. Costanza, quasi ogni giorno, veniva a farsi una passeggiata sulla diga. Al pensiero di trovare il nostro gruppo, probabilmente non sapeva nemmeno lei se fare la passeggiata o meno…

Era costei una ragazza splendida e formosissima, un vero spettacolo. Sapevamo che si chiamava Costanza perché due di noi, per puro caso, erano passati davanti alla sua capanna e avevano inteso sua madre che la chiamava: “Costanza, vieni… è pronto il caffè…”

Tornarono i due esploratori recando la novità della nuova novella: “Costanza… si chiama Costanza…”

Da quel giorno, ogni volta che veniva sulla diga, Costanza trovava il nostro gruppo che canticchiava, usando come melodia un motivo sempre differente: “La Costanza… dà sempre buoni frutti”. I motivi erano preparati accuratamente ogni sera e in due di noi avevamo anche la chitarra.

La ragazza diventava blu, rossa, gialla, verde, impallidiva ma non ha mai cambiato il passo da giovane pantera. Un giorno Costanza aveva un’espressione molto seccata. Preparammo allora per il giorno dopo la seguente frase, da recitare all’unisono, tutti in coro, dopo che avessimo eseguito la canzoncina dei ‘buoni frutti’.

Costànsa, no rabiàrte: cussì ti impàri a èssar màssa bèa.” [Costanza, non adirarti: così impari ad essere troppo bella]

Dopo alcuni giorni, anche le altre persone stese sulla diga a prendere il sole si divertivano con questo scherzo innocuo e quando noi si dava inizio a “Costànsa, no rabiàrte” la ripetevano ridendo anche loro: Costanza era l’unica che non apprezzava. Ogni giorno, a turno, uno di noi (tranne che i due chitarristi) si metteva in avanscoperta all’inizio della diga per preavvisare l’arrivo di Costanza, in modo che potessimo prepararci con le chitarre e quant’altro.

Un giorno, il turnista rientrò in gruppo trafelato, non riusciva quasi a parlare dall’affanno: ”Anime de tùti i me mòrti, tósi: sémo sassinài…” [Anime dei miei defunti, ragazzi: siamo rovinati (letteralmente: assassinati)]

Cóssa nàsse…[Cosa succede?]

Xè drìo rivàr ła tósa co’ so’ màre…” [Sta arrivando la ragazza con sua madre]

Uno di noi disse: “Fèmo fìnta de no savér gnénte: cantémo cóme ‘l sòlito e dòpo recitémo cóme ‘l sòlito ànca el ‘no rabiarte’.

E così si fece. Quando arrivò Costanza con sua madre, l’espressione della madre, dopo che avevamo dato inizio al canto, cominciò ad essere un poco alla volta divertita. Poi, quando mammà si accorse che anche tutta la gente canticchiava, si mise a ridere di gusto.

Costanza: “Mamma, cosa fai…”

Mammà: “Costanza, ti stanno dicendo che sei bella e non ti fanno niente di male: sono ragazzi come te… ti stanno facendo la corte… scherzano, si divertono… ridi anche tu, si divertono anche tutti quelli che prendono il sole… così impari… preferiresti essere brutta?”

Per la prima volta, la pantera accennò a sorridere… Commento di uno di noi, a chi chiedeva se anche la ragazza avesse sorriso molto:

Nooooo: a péna a péna, sa, ’sta pantèra bisbètica, no ‘na ridésta de gusto…” [No, appena appena, che tu sappia bene, questa pantera bisbetica, non una bella risata di cuore…]

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