575 Sabato Festa 1 [575]

rockefelleer
New York sabato sera, 30 dicembre 1972 – saturday night, december 30,1972 – La pista di pattinaggio del Rockefeller Center – Ice-skating at Rockefeller Center – Ernesto Giorgi©

Vincenzo, scapolo trentenne si reca a visitare la madre: “Mamma, hai sposato un mostro, un delinquente, un maniaco sessuale, un lazzarone!

Mi vergogno per lui! Ormai è la terza ragazza che trovo e per la terza volta mi ha detto che non la posso sposare! che anche questa è una mia sorellastra! sono tutte e tre sue figlie! dovrò emigrare! qui sono tutte mie sorellastre! e tu! tu non dici niente! stai là, seduta tranquilla! volevo farmi una famiglia! non so cosa fare! delle prime due sorellastre non ti ho detto niente per il quieto vivere ma ora quel che è troppo è troppo!”

“Vincenzo… figlio mio… stai tranquillo e sposa chi vuoi: lui non è tuo padre…”

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Il famoso ciclista decise di scrivere un libro, dove spiegava come fare la manutenzione della bicicletta, come prepararla per essere sempre al passo coi tempi ed essere un passo avanti rispetto agli altri ciclisti. Un libro con tanti piccoli grandi segreti. Il libro si intitolava “Il manuale del pedale”.

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Poesia esclusivamente sicula.

‘Se una figlia ti apprestassi a maritare
la sua chiacchiera dovresti incentivare…’
disse il semplice ed arguto contadino
alla donna originaria di Pachino.
Poi le aggiunse, con aria divertita:
‘Se lei parla, non potrà restare zita’.

Esclusivamente sicula perché i siciliani per dire ‘zitella’ dicono ‘zita’.  Ecco allora l’argutissimo (?) gioco di parole:

Se parla, ovviamente non resta zitta ma non sarebbe in rima con divertita, condizione che viene invece soddisfatta da ‘zita’, con una zeta sola, che tuttavia sposta il significato in: se parla, non può restare zitella…
Magari i nostri lettori non avevano bisogno di sì dettagliato chiarimento…

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Tra un bicchiere e l’altro in osteria: ora offri tu ma dopo basta no per ultimo offro io e dopo basta a meno che non voglia offrire ancora tu.

Anzoléti: “Ti sa, parlàndo da séno, fra zénte che nuiàltri se capìmo, no par dìr, sa… ma xe fin un pecà che mi no gàbia miliàrdi sóra miliàrdi sóra miliàrdi…”

Nàne: “No, no, benedéto, te crédo, te crédo… ma dìmeła tùta, parché ti dixi…”

Anzoléti: “Parché magàri i ghe va a… so ben mi a chi, che no ti crédi, Nàne, a zénte che gnànca no mèrita…”

Nàne: “Go capìo, Anzoléti, ti vol dir che se invésse i miliàrdi te fùsse tocài a tì…”

Anzoléti: “Par l’amór de tùti i me’ mòrti! no… no… no xe che mi pròpio vògia dir ròbe… ghe mancarìa àltro…ma inmànco mi savaràve cóme dàrghe ària… bén, bén, Catarìna! par piasér, volémo n’àltre do ómbre, òfro mi, Nàne, ‘dèsso ti ga più ła bóca da biànco o ti sarìssi pal néro: i nòstri vèci gavaràve dìto che’l nèro fa sàngue… mi, a dirla tùta, no me dispiàxarìa gnànca el biànco…”

Dialogo in italiano e note culturali correlate.

Angelino: “Sai, parlando con discernimento, fra noi che ci capiamo, non è tanto per parlare, che ti sia ben chiaro ma è addirittura un peccato, un’ingiustizia che io non sia ricco sfondato” (notare l’anacoluto efficacissimo ‘fra gente che noi ci capiamo’: fra gente che siamo noi e noi ci capiamo)

Giovanni: “No, caro, ti credo… ma ormai, confessati sino in fondo, perché hai detto ciò che hai detto?” (rarissimamente, se non addirittura mai, i popolani usano il punto interrogativo: lasciano la frase in sospeso e fra co-lingui l’effetto, nel dialogo, è identico: vedremo sotto un altro esempio)

Angelino: “Perché magari (i soldi) vanno a… io lo saprei bene ma gli uomini di mondo non fanno nomi, quindi non dispiacerti se i nomi non li faccio, dicevo a gente che nemmeno li merita (i quattrini)”

Giovanni: “Ho capito, Angelino, vuoi dire che se invece i miliardi fossero capitati in sorte a te…”. Giovanni non è uno sciocco e con una sottile ironia ‘tira in lingua’ Angelino, con una velata provocazione. La retorica occulta viene immediatamente percepita da Angelino che si mette sulle difensive: Angelino si rende conto di averla sparata troppo grossa e cerca di rientrare nei ranghi ma ormai la voglia di concludere il ragionamento-sproloquio è più forte di lui.

Angelino: “Anime dei miei morti! (esclamazione frequentissima, quasi un intercalare) no… no… non voglio dire cose forti (un po’, tuttavia, le dico), ci mancherebbe altro (più appropriato che dire ‘non ci mancherebbe altro’) ma almeno io saprei come dare aria ai quattrini…

(sottilissima, machiavellica attenzione ha posto Angelino: non ha usato ‘mi savarìa’, io saprei, ha usato invece ‘mi savaràve’, dal significato assolutamente uguale, ancora in uso corrente a Cannaregio, ma che i veneziani usano quando implicitamente fanno riferimento agli antichi valori della comunità, come dire: noi (del popolo) tradizionalmente non siamo degli sprovveduti e ben sapremmo come fare. Coinvolge i valori per dare un tono alla precedente esagerazione. Si ottiene con un verbo desueto il richiamo ai valori tradizionali. Si sta parlando non con la voce dal sen sfuggita, ma in nome e in accordo con la tradizione.

 Bene, bene, Catarìna!

(e non Caterina, cfr. Benveniste in bibliografia: la parlata umana va verso la semplicità: la ripetizione delle due vocali in ‘A’ (Ca-ta) è molto più agevole da pronunciare di Ca-te, meno cacofonica e più livellata.) Si passerà sempre, col tempo da CA-TE a CA-TA e giammai da CA-TA a CA-TE. D’altronde, l’etimo di Caterina è forse il greco καθαρος (katharos, sincero, puro. Tuttavia la forma originaria doveva fare ka-te, come fanno ancora alcune lingue) e abbiamo il ca-ta in quasi tutta Europa: Katka in ceco, Kata in croato, Kaja in danese, Kaisa in estone, Kaija in finlandese, Katka in russo (e anche ka-tjà), Katka in slovacco  e Kata in ungherese. Altre lingue sono ancora a CA-TE. Il latino aveva Thrina. Le lingue che fanno CA-TA sono dunque arrivate: il prossimo passo sarà forse portare la K iniziale a una C dolce, dando origine a Ciatarina, ancor meno faticoso. Stesso destino del termine ungherese Kzarda (un ballo) che si pronuncia Ciàrda.

Per piacere, vogliamo altri due bicchieri di vino (quando uno dice ‘vogliamo’ ha usato un nos majestatis, quindi ha ordinato lui e pagherà lui, laonde per cui l’espressione ‘offro io’ è pleonastica. Ma anche qui il nos majestatis è parziale e vale per il pagare, ma non vale perché si beve assieme: è comunque una gentilezza nei confronti dell’altro avventore, Giovanni.)

Allo stesso modo, quando s’incontra una persona di rispetto, si dice ‘Cóme ‘ndémo’ [Come andiamo] e giammai ‘come va’.

Ma la gentilezza prosegue: in questo momento hai più la bocca da bianco o da rosso? vedete che anche qui il punto interrogativo non esiste, eliminato questa volta da una circonlocuzione: prima c’è il presente (ti ga) e poi il condizionale presente (ti sarissi, saresti). La dipendente (al condizionale) dalla principale (al presente) sostituisce l’interrogativa.

Ti lascio la scelta, sostenendo che i nostri vecchi avrebbero detto (di nuovo la forma desueta gavaràve) che il nero fa sangue ma a dirla tutta a me non dispiace il bianco. Qualunque cosa tu dica, quindi, può andar bene.

Nota culturale su Caterina:
a completamento di quanto detto sopra, confermiamo che l’origine non può essere ka-ta, in quanto alcune forme oggi fanno ka-te, il che sarebbe un’evoluzione da semplice (ka-ta) a complicata (ka-te), la quale, come abbiamo detto, è impossibile. Sembra infatti, da recenti studi, che il nome sia basato piuttosto su ἑκάτερος (hekateros, “uno dei due”), cioè Caterina sarebbe l’altra metà ideale, una dei due e l’altro sarei io. La compagna ideale, insomma. Un’altra forma antica greca è Αἰκατερίνη (Aikaterinē). Queste due forme possibili hanno ka-te e spiegano quindi sia il ka-te di Caterina, italiano, di Katré, lituano, di Катина (Katina), macedone, di Catina, rumeno, di Katica, sloveno, di Kathe o Katinka, tedesco, sia il ka-ta delle lingue elencate più sopra.

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