La nube di Oort – Capitolo 33 [582]

Postfazione. (facoltativo)

A mo’ di conclusione.

Nel suo romanzo I fratelli Karamàzov, lo scrittore russo Fëdor Dostoevskij fa ritornare sulla Terra, in Ispagna, un personaggio eccezionale: Gesù Cristo.

Nel XVI secolo, a Siviglia, Gesù viene riconosciuto tra la folla e fatto arrestare dall’Inquisitore Generale, Cardinale Tomàs de Torquemada, capo del Sacro Tribunale dell’Inquisizione di Santa Madre Chiesa Cattolica Apostolica Romana: l’accusa, che sarà formulata a Gesù, comporta la pena del rogo. Il Grande Inquisitore visita nottetempo Gesù, rinchiuso in carcere.

Torquemada lancia molte accuse: tra le altre, quella di amare solo i forti, che sono anche liberi, e trascurare le moltitudini che non vogliono essere libere e chiedono invece il pane.,Si possono riassumere tutte le argomentazioni di Torquemada dicendo che la più grande colpa di Gesù è di voler dare agli uomini la libertà e allo stesso tempo la felicità. 

Torquemada lascia capire che questo non sarà mai possibile: un uomo libero basa il presupposto della sua libertà sulle decisioni e il fatto stesso di decidere è in parte una scelta e in parte una rinuncia: quest’ultima comporta inevitabilmente l’infelicità. Domani, il rogo di Gesù sarà alimentato proprio dal popolo che non vuole essere libero e lui, Torquemada, sarà il vero dominatore, perché non darà mai al popolo la libertà: il popolo vuole essere felice, giammai libero.

Solo chi decide può essere libero, e chi decide non potrà mai essere felice, così come è toccato in sorte a Torquemada medesimo: chi decide avrà sempre rimpianti e rimorsi. Il popolo così sarà felice perché la sua vita dipenderà dalle decisioni altrui, in questo caso dal volere del Grande Inquisitore. Gesù è rimproverato di sognare una realtà inesistente ed impossibile. Torquemada termina la sua reprimenda comunicando che, qualunque cosa accada, Gesù sarà giudicato colpevole senza appello e bruciato all’indomani sul rogo, proprio da quel popolo che non sa cosa farsene della libertà e chiede il pane.

Per tutta risposta, Gesù, che non ha mai profferito parola, bacia Torquemada: quel bacio, nella sua infinita bontà, sembra commuovere anche il cuore durissimo dell’Inquisitore Generale. Dostoevskij non precisa come andrà a finire l’episodio: lascia intravvedere, in alternativa al rogo, la possibilità che Torquemada lo possa anche lasciar andare libero, a condizione tuttavia che Gesù non si faccia mai più rivedere. Al lettore non è dato di sapere il vero pensiero di Dostoevskij.

 Analogamente, chi scrive non può sapere se il nostro lettore preferisca la libertà oppure la felicità, ma non può ambire contemporaneamente ad entrambe. Per rafforzare il nostro argomento, facciamo notare un’usanza genovese: sino a ieri o quasi, i marinai s’imbarcavano con un’alternativa:

Con mugugno e minor paga oppure senza mugugno e maggior paga.

[mugugno: brontolamento continuo]

Il marinaio che s’imbarcava col mugugno poteva dire la sua, sapendo bene che comunque nessuno lo avrebbe ascoltato. Egli era felice perché in caso di successo dell’impresa ne avrebbe guadagnato mentre, in caso di problemi, avrebbe potuto dire di averlo previsto e quindi addossare la responsabilità morale dei cattivi esiti a chi aveva preso le decisioni. Si metteva in una condizione di avere soddisfazione comunque.

Rovesciando il tutto in chiave negativa (insoddisfazione comunque), questo approccio viene definito come Doppio Legame dalla scuola psicologica di Palo Alto, in California. Incredibilmente, secoli prima, si era scoperta a Genova una sorta di Doppio Legame rovescio, positivo e non negativo. Solitamente, si esemplifica un Doppio Legame col padre di famiglia che dice: “Mio figlio sarà bocciato”, che è una premessa per ricavarne sempre un vantaggio.

Se il figlio sarà bocciato, il padre potrà sostenere di averlo detto prima e se invece il figlio sarà promosso, ne potrà menare vanto perché lui è il padre per l’appunto. In questo ultimo esempio, il Doppio Legame per il padre è sempre positivo (come per il marinaio del mugugno) e per il figlio è sempre negativo. Il figlio si rende conto di questo: qualunque sarà l’esito dell’esame, il padre avrà sempre ragione e il figlio sarà sempre frustrato. 

Tornando ai marinai genovesi, i libri di bordo ci dicono che la stragrande maggioranza s’imbarcava col mugugno, rinunciando a parte della paga. Molti esseri umani vogliono essere felici o averne almeno l’illusione e rinunciano alla libertà di decidere per farsi manipolare da una minoranza organizzata la quale si avocherà privilegi di ogni genere, senza mai concedere qualcosa.

Per questo motivo le caste cercano di tenere il popolo nell’ignoranza: meno istruzione significa più facilità di manipolazione. Il suffragio universale è parimenti un Doppio Legame: se non votiamo, siamo in una dittatura e se votiamo siamo liberi. Poi ci si accorge che anche votando non si è veramente liberi e tanto meno rispettati. La libertà che si ottiene nei paesi democratici è quindi una favola. Le caste e le burocrazie perpetuano loro stesse, quanto meno sino al prossimo sommovimento traumatico. Lo scritto si è dilungato su queste evoluzioni cicliche da un punto di vista storico.

Sesso, razza e religione.

La dimensione dei problemi di sesso, di razza e di religione di un popolo dipendono dal suo grado d’istruzione. Per le religioni, in particolare, pretendere che una sia meglio di un’altra è un assurdo, per il semplice motivo che le religioni non sono un argomento razionale e un confronto tra le stesse implica invece una razionalità. E per una cosa impossibile come quella appena citata si arriva ad uccidere. La casta che non abbia la capacità di guidare un paese, addita le razze diverse come colpevoli dei propri fallimenti.

Gli arruffapopoli proclamano alla gente: “Non è colpa nostra se non avete pane, la colpa è degli arabi che vogliono invaderci e noi, invece di comperarvi il cibo, dobbiamo comperare le armi per difendere proprio voi”. Ovviamente, qualunque cosa avessero fatto gli arabi dell’esempio precedente, si sarebbe sempre trovato il modo d’incolparli per i propri fallimenti.

Un uomo qualsiasi è chiamato ad essere il padrone di una donna qualsiasi  e gli vengono dati dei privilegi in modo che non pensi alla casta che lo domina, ma al sesso, dove lui ha l’illusione di contare qualcosa: la casta crea una situazione diversiva, per cui la gente si occupa di sesso e non di politica. Al popolo, concederemo la felicità nel mondo futuro dell’al di là, noi invece, che siamo i sacerdoti, sacrifichiamoci per loro e accontentiamoci di essere felici nel mondo terreno. I maggiori delitti sono stati commessi (e saranno commessi) per questioni di religione, dove le caste aizzano gli appartenenti ad una religione contro quelli appartenenti ad un’altra: divide et impera.

[Latino: tieni i tuoi sottoposti divisi e impegnati a combattersi tra di loro, mentre tu prosperi e comandi su tutti]

Solo gli sprovveduti non si accorgono che tali caste sono anche atee. Il vecchio panem et circences 

[Latino: per tener buono il popolo, basta dargli pane e divertimenti.]

degli antichi romani si aggira ancora tra noi. Fai quel che dico e non guardare quel che faccio: con questa frase, siamo alla spudoratezza.

Ius primae noctis:

[Latino: diritto della prima notte.]

il diritto del signorotto di fare la prima notte con la novella sposa del popolano. Sempre che la sposa sia piacente, ovviamente. Quest’ultimo diritto sopravvive ancora: nel nostro Occidente, ancora barbaro, la donna impiegata in un’azienda molte volte sa già che dovrà subire, come una nemesi, le galanterie del preposto, del direttore, del proprietario, con esiti non sempre edificanti: la famiglia, in molti casi, lo aveva fatto capire alla donna prima ancora che fosse assunta.

Perché tutte queste frasi latine? Per dimostrare che questi problemi non sono nuovi ed hanno almeno duemila anni… queste cose, in realtà, vengono dalla notte dei tempi: dalle prime orde che si sottomettevano al capo per sopravvivere e fingevano di essere felici. Quando ci sottomettiamo ad una casta, la felicità non è propriamente tale: è solo una finzione, una consolazione, come quella del padre se il figlio viene bocciato. Nell’avvilimento, potrà almeno consolarsi dicendo che lui lo aveva detto prima.

Questo scritto ha cercato di mostrare come questa finzione del padre succitato sia forse l’unico vero problema degli esseri umani e come la soluzione potrebbe essere relativamente semplice: dobbiamo sostituire una finta felicità con una vera. A questo fine, determinante è l’istruzione. Maggior istruzione nella popolazione significa minori privilegi per le caste. Nell’ignoranza, il processo decisorio è sinonimo d’infelicità.

La parola greca krisis, che in greco significa decisione, ha assunto una connotazione diversa nelle lingue moderne: essere in crisi, che originariamente significava essere in procinto di decidere, ha assunto una connotazione di ansia e d’infelicità. Ma, dopo quanto abbiamo detto, decisione (e quindi crisi) è sinonimo di infelicità.

L’istruzione ci offre la capacità di sapere qualcosa in più sulle condizioni presenti al momento della decisione, di far decidere il meno possibile agli altri per nostro conto, di prendere in mano il nostro futuro e di rinunciare a quella falsa felicità che ci deriva dall’aver delegato le decisioni. Se non seguiremo questa via, le caste rimarranno per decidere al posto nostro e per prendersi in cambio i noti privilegi.

Liberi di decidere.

BivioTela

Figura 30 – Il bivio.

Un sole è vero e l’altro è soltanto un miraggio ma non sappiamo quale dei due sia il sole vero. Chi decide, può scegliere inavvertitamente la strada sbagliata. Nel momento in cui decide, egli è in ansia, è infelice. Ma per chi decide questa non è l’unica decisione: di decisioni, ce ne saranno ancora in continuazione e per ciò, sempre in continuazione, sarà infelice.

 Qui si pone la parola

FINE

 

al romanzo

La nube di Oort

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