Autonomia e Indipendenza [583]

1980piccioni
Venezia 1980 – Piazza San Marco – Questo bambino dà da dei grani di mais ai piccioni: prima di morire, egli probabilmente potrebbe essere un cittadino della nuova Repubblica di Venezia – Ernesto Giorgi©

LA NOSTRA OPINIONE SUL REFERENDUM

Il referendum del 22 ottobre 2017 per i nuovi rapporti tra il Veneto e la Repubblica Italiana ha due aspetti peculiari:

  • 1 – Non servirà assolutamente a niente nell’immediato.
  • 2 – Se non si farà, sarà un disastro: è indispensabile per il nostro futuro.

        

Come sono possibili questi due aspetti, apparentemente contraddittori? è quello che cercheremo di chiarire con questo scritto.

Salvo casi eccezionali, come nuove colonie o nuovi insediamenti in terreni disabitati (come per pura coincidenza successe a Venezia ma questo fatto ora non c’entra assolutamente niente), una caratteristica degli stati, da sempre, è stata quella di aver avuto inizio in un ambiente violento, in occasione di sommosse, rivolgimenti, rifiuto del vecchio ordine costituito e così via.

Si suggerisce ai ragazzi e a coloro che non hanno pratica di questi argomenti di meditare bene su queste righe iniziali prima di proseguire.

La violenza iniziale e la sostituzione violenta del vecchio ordine costituito, fanno sì che la prima legge, promulgata per la costituzione del nuovo stato (di solito, chiamata per l’appunto la Costituzione e il suo nome deriva proprio da questo), sia particolarmente severa con chi voglia boicottare il nuovo ordine appena costituito, non solo, ma ci sono di solito anche disposizioni particolarmente severe per i nuovi organi amministrativi che non tutelino l’integrità territoriale. In buona sostanza:

  • Guai a chi tenta di intaccare la nuova realtà che tante sofferenze è costata.
  • Guai anche a chi, come ministro, amministratore eccetera, ceda anche leggermente di fronte a quelli che vorrebbero mettere in atto il punto precedente.

Con l’andare del tempo, le cose poi si normalizzano ma le regole stabilite subito dopo il periodo violento permangono e risentono dell’atmosfera violenta e del periodo iniziale violento. Insomma, nelle varie costituzioni dei vari paesi, la violenza è di casa.

Vediamo quindi che il primo ministro spagnolo (per rimanere nell’esempio recente) se non fosse inflessibile sarebbe sanzionato severamente, configurandosi molte volte reati di attentato all’ integrità dei confini, alto tradimento e così via, con pene che possono raggiungere la punizione capitale. Il primo ministro spagnolo quindi, piaccia o non piaccia, fa il suo dovere. Per quanto in alto, è pur sempre un impiegato che deve obbedire a delle regole.

Anche la magistratura deve far rispettare le leggi stabilite all’inizio dalle varie costituzioni per chi, come la Catalogna, vorrebbe rendersi indipendente: il capo catalano rischia pertanto parecchio.

Su quanto detto sin’ora, non ci piove e quindi è inutile abbandonarsi a sentimentalismi e sperare chissacché.

Dice il lettore: “Ma allora… bisogna sparare? altrimenti niente indipendenza?”

Eh, no! Queste cose non servono oggi ma serviranno in futuro.

Prima di proseguire, tuttavia, precisiamo:

  1. Chiedere l’autonomia non serve assolutamente a niente, se non come premessa per chiedere l’indipendenza, la quale comunque, per il momento presente, non servirà assolutamente.
  2. Chiedere l’indipendenza non serve a niente solo per ora e dipenderà poi dalla diplomazia internazionale.

Siamo pronti ora per un bel discorso sulla Diplomazia.

Gli ambasciatori e i diplomatici di un paese sono molto importanti: su questi argomenti, sono molto più importanti dei politici. I politici, in realtà, si adeguano alle decisioni della Diplomazia. Il diplomatico ha studiato soprattutto i rapporti tra i vari stati.

Esiste una definizione: i Consessi Internazionali, l’assieme di coloro che pensano di usare i diplomatici per dirimere le controversie. Con questa espressione si implica che, quando gli stati sono ai ferri corti, i casi sono due:

  1. Ammazzarsi di botte subito.
  2. Prima dell’ammazzarsi di botte, vedere se i diplomatici riescano a cavare il famoso ragno dall’altrettanto famoso buco.

Nel caso della funivia del Cermis, l’Italia e gli USA erano ai ferri corti e la Diplomazia ha sistemato la questione.

I diplomatici, quando si riuniscono per le decisioni, lo fanno ovviamente solo quando la situazione è difficile. Per loro, soffondersi sui dettagli del Congresso di Vienna del 1815 è come bere un bicchier d’acqua. Il trattato alla fine della Prima Guerra Mondiale è un altro bicchier d’acqua e così pure i vari trattati tenutisi in giro per il mondo alla fine della Seconda Guerra Mondiale. Loro sanno che la Seconda Guerra Mondiale è finita com’è finita perché a Yalta le grandi potenze hanno deciso in un certo modo: apparentemente, Roosevelt, Stalin e Churchill hanno preso le decisioni ma in realtà una grandissima parte degli accordi era stata presa dalla Diplomazia e i capi di stato, praticamente, hanno firmato il deciso.

Di cosa parlano in genere i diplomatici? Della storia passata.

I diplomatici sanno che i tedeschi, per vari motivi che abbiamo affrontato altrove, vanno tenuti con le redini tirate. Si sa che i francesi sono irragionevoli e pensano, senza realismo, alla grandezza della Francia. Si sa che i curdi non hanno grossa esperienza di autonomia amministrativa. Si sa che la Catalogna, per il motivo A o per il motivo B, non è mai stata indipendente. Si sa che l’Austria, a differenza della Germania, ha avuto, amministrativamente parlando, stima e considerazione: se, per fare un esempio, ci fosse una disputa nella zona di confine per un territorio, la Diplomazia, a parità di ogni altra condizione, probabilmente affiderebbe il territorio all’Austria. Gli slavi sono gente difficile e lo saranno probabilmente ancora e così via. Gli inglesi sono irremovibili e cocciuti.

I veneti hanno dimostrato, dopo l’Impero Romano, di sapersi distinguere in tutta Europa per serietà, disponibilità, senso degli affari, capacità di ben amministrare le colonie occupate, una Repubblica iniziata attorno al VII° secolo e terminata nel 1797 per mano di Napoleone, il quale è considerato dalla Diplomazia il nemico della Diplomazia: a Vienna nel 1915, la Diplomazia prese delle decisioni che dimostrarono come loro considerassero Napoleone uno che non era mai esistito.

I diplomatici sanno quindi perfettamente perché è caduta la Repubblica di Venezia: per mano di uno che è stato considerato poco più di un avventuriero. Nel 1866, la Francia ricevette l’incarico di amministrare il Veneto, perché bisognava toglierlo agli austriaci e l’altro paese più vicino era la Francia. I francesi avevano un contentino da dare ai Savoia, per tacitarli di certi loro crediti, morali e materiali. Quando i francesi annunciarono nei Consessi Internazionali che il Veneto era stato assegnato ai Savoia, la risposta della Diplomazia, chiamata ad analizzare la cessione, fu:

“No! Il Veneto è la Repubblica di Venezia, più civile di tutti noi messi insieme: non possiamo calpestare i diritti di chi, per oltre un millennio, ha dimostrato quel che ha dimostrato. Cari francesi, dovete chiedere ai veneti se sono d’accordo!”

I francesi dissero: ”Va bene: fa lo stesso se il plebiscito lo organizzeranno i Savoia?”.

I Consessi Internazionali risposero: “Basta che le cose siano fatte come si deve.”

Il plebiscito fu organizzato dai Savoia e in questo articolo NON VOGLIAMO FARE POLEMICHE SUL PLEBISCITO. Gli aspetti del plebiscito sono arcinoti: qui ci basta far presente l’opinione internazionale sul Veneto e cioè che la Diplomazia ed i Consessi Internazionali tutti si erano espressi per il rispetto dei veneti.

I Catalani, purtroppo per loro, non hanno frecce nel loro arco come il Veneto. E concludiamo questa parte: se c’è una comunità che, per storia, per civiltà, per durata del relativo stato, per cultura, per equilibrio nel commercio, per equilibrio nella gestione dei rapporti di coloro che erano colonie e per aver dimostrato di essere, nonostante lo sfruttamento attuato dall’Italia, all’altezza della Baviera, questo è il Veneto. Siamo cioè, nella scaletta dei diplomatici, al numero uno nella classifica di coloro che sono da considerare come esperti nell’arte di governare e quindi come candidati ad una futura indipendenza.

Tuttavia, i Diplomatici, i Consessi Internazionali, i Tribunali dell’Aja, di Strasburgo, l’Onu, NON HANNO TITOLO per pronunciarsi sull’autonomia regionale perché questo è un fatto interno dell’Italia.

Adesso, facciamo attenzione:

  1. Viene richiesta a Roma, dal Veneto, l’autonomia.
    1. Risposta, sì: benissimo, adesso, dopo un tempo ragionevole, chiediamo l’indipendenza.
    2. Risposta, no: dalla fine della guerra, ogni anno, anche nel 1951 con la grande alluvione, son più i soldi che ci hanno spillato che quelli che ci hanno dato. L’Italia è quindi una matrigna e questo sfruttamento non deve durare. A maggior ragione, chiediamo l’indipendenza.
  2. Viene richiesta ai Consessi Internazionali (non all’UE) l’indipendenza: per i motivi suesposti, se dicono no al Veneto dovranno dir no a tutti e allora, purtroppo, la situazione europea si sarà evoluta male e saranno probabili dei sommovimenti di piazza. Ci sarà una di quelle fasi violente al termine della quale fase sarà redatta una nuova Costituzione.

Quando guarderete i notiziari televisivi, se ricorderete queste poche osservazioni, avrete le idee chiare sulla superficialità di chi parla e vi renderete conto che i politici non fanno paura. Strombazzano a destra e a manca ‘libertà e democrazia’, hanno sempre in bocca queste parole ma la realtà è che conta solo la violenza perché nessuno sarà mai disposto a concedere alcunché, anche perché, se lo facesse, ne pagherebbe per primo le conseguenze. Inoltre, nessuno affronta l’argomento come si deve ed i giornalisti molte volte non sono minimamente preparati.

Conclusione:

Ma allora, per lo stesso motivo, la provincia di Treviso potrebbe chiedere l’indipendenza e così pure la provincia di Rovigo…

Subito dopo, Oderzo potrebbe chiedere l’indipendenza… anche Feltre…

Difficile per non dire impossibile.

Sono i Consessi Internazionali e la Diplomazia che decidono se c’è titolo: con buona pace dei politici.

 

 

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