I magnifici sette [586]

 Invito scherzoso a votare al referendum del 22 ottobre 2017

votobellunoIl primo dei magnifici sette. Adamo Del Monte, nato e residente a Pieve di Livinallongo del Col di Lana. Belluno. Era un tipo disponibilissimo. Famoso per dire sempre sì. Piuttosto giovane, aveva il difetto che, col passare degli anni, purtroppo, invecchiava. Si narra che una volta, non potendo partecipare al consiglio comunale, lasciò un biglietto con scritto: “Dico sì. Del Monte”.

Il segretario comunale che non era olandese ma che era comunque dei paesi bassi, non conoscendolo, lesse il biglietto al sindaco e disse: “Chi è Del Monte? una donna? un uomo?”

Il Sindaco rispose: “Uomo. Del Monte. Ha detto sì: consideriamolo presente a tutti gli effetti. Fra noi montanari…”

votopadovaIl secondo dei magnifici sette. Romano Caretta. Chiamato Mano dagli amici e dai familiari.

Dato che i padovani sono gran dottori (secondo il noto detto) Mano Caretta, che era di Trebaseleghe (non si dica Tre Basiliche, per l’amor di Dio: è proprio Trebaseleghe) in provincia di Padova, si laureò in lettere di ritorno. Appena laureato in lettere di ritorno, si mise a scrivere tali lettere come pubblico scrivano di ritorno. A chi volesse chiedere perché di ritorno, si risponderà subito che una volta c’erano gli analfabeti; poi non ci sono stati più: ora ci sono gli analfabeti di ritorno. La gente andava da lui ed usava la mano caretta di (Ro)mano Caretta per farsi scrivere le lettere di ritorno. La mano di Mano era caretta perché si faceva pagare bene. Tuttavia, scrivendo egli per gli analfabeti di ritorno delle lettere di ritorno, nessuna lettera ebbe mai risposta perché, essendo per l’appunto di ritorno, arrivava all’ufficio postale e tornava al mittente.

votorovigoIl terzo dei magnifici sette. Dino Conta, agricoltore, residente a Giacciano con Baruchella in Provincia di Ruììu.

Cosa dire di Dino Conta? Era una persona molto intelligente ma in matematica era una vera e propria frana. Alle elementari, il maestro diceva sempre ai genitori di Dino che a casa avrebbe dovuto esercitarsi parecchio per recuperare la mancanza di attitudine. Non tutti sanno fare tre per tre.

I genitori gli dicevano sempre: “Devi fare somme, addizioni, sottrazioni, devi esercitarti a contare. Conta, Dino… conta, Dino… altrimenti dovrai fare il contadino.

Dino rispondeva: “Fare il contadino non è certo un mestiere disonorevole: dato che non do i numeri, faro proprio il contadino.” E così Dino Conta che non aveva i numeri per contare, dimostrò di avere i numeri per fare il contadino.

vototrevisoIl quarto dei magnifici sette. Si chiamava Giano Botter ed era di Isola dei Morti nel comune di Moriago della Battaglia in provincia di Treviso. Era nato il 2 novembre. Aveva cominciato a fare il cantiniere in giovane età, quando nel 1834, il 2 novembre, giorno del suo compleanno, si recò a Lovadina, frazione di Spresiano, dove in tal giorno si tiene la Fiera della Zucca, festa molto allegra, sponsorizzata da una nota industria di casse da morto. Le zucche sono tutte intagliate come un mascherone, usanza del 31 ottobre (Halloween, due giorni prima). Alla sagra bevve un bicchiere di Vino, Onoranze Funebri & Marmi di Sesto San Giovanni (Milano). Il titolare, Paolo, gli fece un gioco di parole sul vino divino, ricordando a Giano che nel vino c’era appunto qualcosa di divino e lo consigliò di lavorare nel settore del vino. Giano (nomen omen = il nome è un presagio) aveva un carattere indeciso, quasi come se avesse due teste pensanti, l’una all’insaputa dell’altra e non sapeva se apprezzare o meno. Poi rincasò trionfante e disse ai familiari che aveva di fronte ed anche alla moglie che stava di fronte ma da un’altra parte: “In questo colloquio bifronte, vi dico che sono stato a Lovadina per la festa dei morti ma che è anche il mio compleanno, ho assaggiato del vino divino e Veni, Vidi, Vici (latino, Giulio Cesare). Son venuto, ho visto ed ho vinto l’indecisione: farò una cantina che chiamerò VVV, per ricordare Veni, Vidi, Vici. E così, costruì la cantina ma la gente, per semplificare, invece di dire ’VVV’, diceva ‘Tre Vi’ e lui era noto come Giano della cantina Tre vi: Insomma Tre Vi Giano. Inoltre era chiamato Giano Bifronte per il suo carattere indeciso. Per festeggiare la decisione di rinunciare all’indecisione, la moglie andò al cinema con Giano Bifronte: Fronte del Porto era il film che parlava di un vino portoghese. Questa è la storia di Tre Vi Giano Bifronte Botter.

votoveneziaIl quinto dei magnifici sette. Si chiamava Gustavo Fiorini, era arci-miliardario, veneziano e teneva pertanto fede al detto ‘veneziani gran signori’.

Aveva avuto la fortuna di essere figlio di una famiglia agiatissima e non aveva mai fatto niente in tutta la sua vita. Aveva votato, il 22 ottobre 1866, il famoso plebiscito e aveva preso una tal stomacata che decise di non morire sino al prossimo referendum, quello del 2017. A chi gli chiedeva cosa pensasse del fatto inoppugnabile di essere ancora vivo, rispondeva: “Non mi interessa niente, vado avanti fino al 22 ottobre 2017, voglio votare come si deve. Il fatto che si tratti di nuovo del 22 ottobre, ha un significato profondo: a meno che non porti male, porterà sicuramente bene.”

Da quella volta, attende tanto, tanto non ha niente da fare. Una volta il suo tappezziere voleva parlargli dei drappeggi alle finestre della sua casa principesca (di Gustavo, non del tappezziere) e gli disse: “Signor Gustavo, la tenda…” ma Fiorini capì ‘l’attenda’ e disse: “Attendo, attendo, prima o poi farò giustizia, son passati solo 151 anni, in confronto, la Repubblica di Venezia… ma lasciamo perdere.”

votoveroneseIl sesto dei magnifici sette. Si chiamava Clemente Savio e gli amici e i familiari lo chiamavano Mente, come abbreviativo di Cle(mente). Quasi volesse tener fede all’adagio popolare ‘veronesi tutti matti’, era nato il 13 maggio 1978, anno della promulgazione della legge 180, detta altrimenti legge Basaglia, legge sui disturbati mentali che doveva successivamente dare parecchio sollievo in quel di Verona. Era nato nel comune di Marano di Valpolicella, nei pressi di una casa di cura per veronesi semplici e per quei veronesi forti bevitori di raboso veronese (non valpolicella: troppo leggero).

Figlio di Pietro e di Domenica Savio. Lui di domenica era savio, il che non è poco e fu per questo che decise di fare lo psichiatra. Stranamente, Mente decise per questa professione. Era anche agevolato dal fatto che sua madre Domenica Savio era proprietaria di molti ambulatori. D’altronde, si dice che lo scarparo ha le scarpe rotte e quindi Savio Mente poteva ben essere debole di mente ma la domenica savio. Domenica Savio lo confermava. Dal lunedì al sabato non faceva ambulatorio. L’ambulatorio di psichiatria era aperto solamente di domenica quand’era savio. Praticamente il suo paziente era un demente ed era ricevuto la domenica solamente: sistematicamente. Quindi, veramente il suo cliente era il ‘paziente demente’: tenetelo costantemente a mente. Se sentite qualcuno dire diversamente, mente sfrontatamente.

Evidentemente, solamente un ‘paziente demente’ demente avrebbe evitato di farsi curare la mente da Mente, per il fatto che Mente tenesse aperto l’ambulatorio di Domenica la domenica. Sì, perché l’ambulatorio era della madre di Mente, ovviamente.

votovicenzaIl settimo dei magnifici sette. Si chiamava Manlio Felini (non Mangio Felini: si chiamava Manlio Felini) ed era nato in provincia di Vicenza, nel comune di San Vito di Leguzzano, detto ‘il comune amico del gatto soriano’. Il comune ha voluto, con aggressività ferina (non felina, si badi bene) questa pubblicizzazione aggiuntiva per sfatare, una volta per tutte, l’odioso detto popolare, certamente non autoctono, ‘vicentini mangia-gatti’. Lo stesso appellativo del soriano se lo son dato anche i comuni di Arzignano, Camisano, Marano, Rossano, Arcugnano, Zugliano, Bolzano, Barbarano, Sossano, Grisignano, Brogliano, Cartigliano, Orgiano, Chiuppano, Caltrano, Mossano, San Germano, Asigliano, Gambugliano. Sono la bellezza di venti comuni ‘amici del gatto soriano’. Non c’è che dire, il gatto, in quel di Vicenza, ha una bella tutela.

Una proposta più drastica era quella di aggiungere, a chi non l’avesse già, il suffisso di ‘Vicentino’ o ‘Vicentina’ per chi non avesse già la rima in ‘ino’ o in ‘ina’. Forniamo pedissequamente un esempio: Lonigo diverrebbe Lonigo Vicentino, così come Villaverla diverrebbe Villaverla Vicentina, per avere poi:

  • Lonigo Vicentino, protettore del gattino.
  • Villaverla Vicentina, che protegge la gattina.

Qualche sospettoso, tuttavia, non è completamente soddisfatto delle proposizioni suddette. Ed il motivo, invero, non sembri ozioso: nel comune di Lonigo si proteggerebbe dichiaratamente il gattino maschio ma… quale fine potrebbero fare le gattine femmine, non protette in Lonigo da dicitura alcuna? Andrebbero trasportate ipso facto e senza indugio nel comune di Villaverla? dove magari, in cambio, si potrebbero consegnare al trasportatore i gattini maschi, sì che siano trasportati seduta stante e sollecitamente nel comune di Lonigo?

La questione è ancora controversa. Implicherebbe comunque di poscia il problema di Vicenza città: come osare chiamare il capoluogo Vicenza Vicentina? Sarebbe una tautologia, un pleonasmo ridicolo che comunque risolverebbe poco: le gattine femmine, infatti, risulterebbero protette, mentre per i gattini maschi… il Malo sarebbe dunque risolto solo a metà, ma i gattini maschi potrebbero essere dirottati tutti a Malo Vicentino, grande amico del gattino.

Un illustre letterato propose quanto segue. Fermo restando che tutti i comuni dovrebbero avere il suffisso ‘vicentino’ o ‘vicentina’ (come suddetto), per il capoluogo si potrebbe creare lo slogan: “Vicenza: mangiar gatti è un’indecenza.”

Al che, il noto buongustaio Melegatti, avvocato in Vicenza e notaro, ha fatto notare: “Definirla un’indecenza non è comunque una proibizione. Sembra un’ambiguità bella e buona, per gettare fumo negli occhi e continuare invece con le usuali tradizioni. Saltando di palo in frasca ma rimanendo coerentemente nell’argomento, è appena il caso di far notare come un mio parente di Verona, mio omonimo, volesse aprire qui, nella zona industriale di Vicenza, una succursale della sua fabbrica di dolci ma è stato sconsigliato perché, come al solito, nomen omen. Un altro mio parente, esperto di gatti e che fa il postino, mi ha detto che c’è ancora molta strada da fare. Era comunque piuttosto vago e non si è capito bene a cosa si riferisse. Un altro argomento di conflittualità sono certi rumeni, che secondo i maldicenti utilizzerebbero la pelle dei gatti per fare delle pellicce di lapin (coniglio), per cedere in seconda battuta la carne ai vicentini. Altre linguacce dicono che sarebbe il contrario, prima i vicentini giustizierebbero (si fa per dire) i poveri animali e poi cederebbero il pellame ai rumeni. Altri dicono ancora che il problema sarebbe stato risolto dai cinesi, i quali, in piena autosufficienza, scannerebbero i gatti, con le pelli farebbero pellicce di lapin e le carni sarebbero servite nei loro ristoranti all’affezionata clientela vicentina, la quale mangerebbe solo tale pietanza, in quanto altri manicaretti cinesi, come scarafaggi, topi, locuste vermetti, vermoni e vermicelli non sarebbero ancora del tutto apprezzati.”

Non si può chiudere questa nota sul settimo magnifico senza accennare a quanto successo allo stadio Menti di Vicenza in un incontro di foot-ball tra il Lanerossi Vicenza e le Galline Padovane. Radiocronista era un certo Calogero Esposito, dei paesi bassi (ma non olandese) il quale, ignaro di tradizioni locali, commentò, chiosando in radiocronaca: “In questo momento, cari sportivi in ascolto, agli ordini dell’arbitro Lo Brutto si dà il caso che il primo tempo sia finito per sempre. A tempo debito, s’inizierà il secondo. Vogliamo, cari amici sportivi in ascolto, vogliamo, dicevo, rendervi edotti di un fatto strano. Nella curva riservata alle Galline Padovane campeggia uno striscione enorme, grandissimo, che è stato oggetto di dispute feroci tra le tifoserie delle opposte fazioni: mentre i gallinacci padovani si affannano a difendere lo striscione, i tifosi locali stanno facendo di tutto, se non per distruggere lo striscione, almeno per farlo ammainare. Cari amici sportivi tifosi, la polizia è intervenuta più e più volte per calmare gli animi ma senza risultato alcuno, almeno in apparenza. Non è chiaro cosa ci sia scritto sullo striscione. Abbiamo inviato un nostro incaricato, Luigi Panzanella, per leggerne accuratamente il contenuto. Appena possibile, il nostro collaboratore Panzanella ci… eccolo qua! è di ritorno. Dimmi? dimmi, Panzanella, cosa sta scritto?  (pausa: Esposito sta ascoltando il rapporto) Panzanella, sei sicuro? guarda che lo dico in radiocronaca: sei proprio sicuro? bene… cari amici, probabilmente lo striscione non sarà stato letto bene dal nostro Panzanella ma il dovere di cronaca ci obbliga a riferire cosa sta scritto, anche se, francamente, non vediamo il motivo per una zuffa così feroce… anzi Panzanella, a scanso di equivoci ti passo il microfono e leggi tu.”

Panzanella: “Va’bbuo’, Esposito, legghe ie. Ce sta scritte: <Comitato per la protezione del gatto>”.

Calogero Esposito: “Ecco, cari radio-ascoltatori vicini e lontani, non sembra che ci sia scritto gran che… ma s’inizia or ora il secondo tempo…”

Epilogo:

I nostri magnifici sette

autonomiaI nostri magnifici sette si misero d’accordo e, il 22 ottobre 2017, andarono alla Mostra dell’Automobile di Chirignago, in provincia di Venezia.

Una volta giunti a Chirignago, non sapevano bene dove andare e l’uomo Del Monte si prese una borsettata fortissima in faccia perché, vedendo una donna molto grassa a bordo di una piccolissima Bianchina, le chiese: “Scusi, signora, è lei la mostra dell’automobile?”

Dopo aver bevuto qualche bicchiere per gradi, per gradi arrivarono alla vera mostra e videro nel salone della Nomìa, la famosa casa di auto sportive, l’ultimo modello di auto Nomia. Un sogno: quanto costerà mai l’auto Nomìa? Sicuramente avrà un prezzo spaventoso.

La fatina giallo-sbiadita a pallini bluastri tenui, che li sentiva, intervenne e disse: “Se la volete, non serve pagarla: vi faccio una magìa (in realtà, sono le maghe che fanno le magie: le fate fanno le fatalità). Riempite un modulo con scritto: <Vuoi l’auto Nomìa?> e mettete una croce sul SI oppure sul NO. Il SI è quello in alto, con la gambetta della lettera I sottile. Anche gli analfabeti di ritorno possono mettere la croce di ritorno. Siete in sette: se la maggioranza di voi mette la croce sul SI, riceverete tutti l’auto Nomìa, compresi quelli che hanno messo la croce sul NO. Contenti?”

“Altroché! Perbacco! Come no! Chi l’avrebbe mai detto! Eccetera!”

La fatina aggiunse: “State attenti perché, magari in un altro modo, cercheranno di farvela pagare comunque… comunque, il proverbio dice che <Chi ben comincia ha appena cominciato e i cocci sono suoi>. Ciao.”

L’uomo Del Monte, rivolto a Gustavo Fiorini: “Io, veramente, quest’ultimo proverbio non l’avevo mai sentito.”

Gustavo Fiorini: “Capirai… col tempo, capirai…”

 

 

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