Sabato Festa 2 [587]

sabato
22 ottobre 2017 – La regione veneta, dopo il referendum, sorride: e chi può resistere ad un tanto lusinghiero sorriso?

Il sindaco di un comune del Piave ed un grosso possidente agricolo sono andati a pranzo assieme per tenere buoni rapporti. Sono arrivati al dessert e l’atmosfera è molto buona. Il pranzo avviene il giorno di San Martino, quando in agricoltura si fa il bilancio della stagione agricola chiusa.

Sindaco: “El pòl stàr conténto lu e pòsse star conténto ànca mi: lu, parché l’ha tànta tèra da fàr paùra e sto àno passà l’ha fàt el pì bèl racòlto de sémpro e mi, parché lu el ghe dà da lavoràr a θinqueθénto òpere, θénto mezàdri e dièse fatóri. Bràvo, bràvo… pénse che’l varà ‘nca lù el so bèl da fàr co tùta ‘sta tèra…” [Lei può stare contento e posso star contento anch’io: lei perché ha tanta terra da far paura e l’anno appena passato ha fatto il più bel raccolto di sempre ed io, perché lei dà da lavorare a cinquecento braccianti, venti mezzadri e dieci fattori. Bravo, bravo… penso che avrà il suo bel da fare con tutta questa terra…]

Possidente: “Sì… sì… il raccolto è andato molto bene: bisogna dire che avevo dato istruzioni ai fattori di usare la massima severità con chicchessia, contadini e braccianti. Il risultato è stato un record assoluto di raccolto, anche se siamo stati agevolati dal tempo atmosferico favorevolissimo: pioggia al momento giusto, sole al momento giusto…l’azienda ha dato anche un premio extra a tutti i braccianti.”

Sindaco: “E par sto àno? Se ghe fùsse n’àntro prèmio, el comùne se tirarìe su… quàndo quéi che lavóra stà bén, stà bén tùti…” [E per quest’anno? Se ci fosse un altro premio, il comune si rafforzerebbe… quando coloro che lavorano stanno bene, stanno bene tutti…]

Possidente: “Quest’anno, signor sindaco, vorrei modificare le disposizioni: allentare la severità, dire ai fattori di essere meno pignoli, di avere, insomma, più disponibilità nei confronti della gente che lavora. Sono convinto che il risultato della prossima stagione potrebbe essere altrettanto buono, come quello della stagione passata.”

Sindaco: ”Puìto, puìto… ma com’éo che’l fa a ésser cussì sicùro…” [Benissimo, benissimo… ma come fa ad esserne così sicuro?]

Possidente: ”Resti tra noi, è un segreto che mi ha detto il mio povero padre, prima di morire: lei sa che era laureato in matematica…”

Sindaco: “Me piasarìe tànt savér, se sa che’l restarìe un sacréto… savér còssa che el ghe ha dìta el so pòro siór pàre…” [Mi piacerebbe tanto sapere, ovviamente resterebbe un segreto… sapere cosa le ha detto il suo povero signor padre…]

Possidente: “Mio padre mi consegnò un foglio con annotati gli ordini da dare ai fattori all’inizio dell’anno agricolo. Poi mi disse: <Ecco, figlio mio, questo è quanto devi dire ai fattori. Se il prodotto agricolo sarà buono, vuol dire che tutti avranno lavorato con lo spirito giusto e allora l’anno successivo puoi cambiare, perché chi ha studiato un poco di matematica sa perfettamente che cambiando l’ordine dei fattori il prodotto non cambia>”.

Sindaco: “Aaaah… el so pòro siór pàre el jèra ‘na persóna studiàda…” [Aaaah… il suo povero signor padre era una persona colta…]

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Per far sì che sia sempre come la prima volta, non incontratevi mai una seconda.   (Anonimo).

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Il famoso nobiluomo Giacomo Ferrandi, conte di Colfrancui, era figlio di padre e madre, che rispettando una tradizione, erano parenti piuttosto stretti. Così avveniva da generazioni e la consanguineità aveva purtroppo depauperato le qualità intellettive un po’ di tutti i membri della casata. L’alto lignaggio della famiglia faceva sì che, nonostante tutto, ci fosse un notevole rispetto verso tutti i componenti della stirpe. Avevano tutti un sussiego distinto: noblèsse oblìge. [La nobiltà obbliga ad avere un atteggiamento irreprensibile].

Fu così che nessun soprannome fu affibbiato a Giacomo Ferrandi, conte di Colfrancui. Nessuno lo avrebbe mai definito ‘un povero demente’. Con una distinzione pari al personaggio, era di solito definito ‘un tocco di classe’.

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Al Duce d’Italia, Benito Mussolini, competeva il titolo di Eccellenza. Questo lo sanno tutti ma non tutti sanno che, a causa di questo titolo, per ratificarlo, per sottoscriverlo ed anche per legittimarlo, insomma per avallarlo o se preferite per sancirlo, nonché omologarlo, col chiaro scopo di convalidarlo agli occhi di chi non volesse approvarlo od accettarlo e, tutto sommato, per confermarlo e definitivamente dichiararlo (e se sancirlo non fosse chiaro, per sanzionarlo) egli volitivamente protendeva la mascella verso il futuro, orientato all’orïente sole, perché all’occasionale occaso (non definiamolo ‘occidente’ ché troppo somiglia ad accidente), casualmente si protende solitamente la mandibola o ganascia o calaverna, sinonimi meno invalsi e vieppiù dispregiativi, quando eziandio il destino è al tramonto. Per questo motivo, per evitare assonanze  e maldicenze, mai concionò in quel di Tremonti, né di Sopra né di Sotto. Chi in tal guisa dovesse destreggiarsi sarebbe per l’appunto un decadente ma il Duce, in contrasto con tale appunto aveva una punta sobria e invece di un decadente ne aveva trentadue (per l’ignaro: denti oppure anni?) quando scoppiò la prima guerra mondiale, essendo nato nel 1883 ed alcuni presaghi di presagi forieri di accidenti (non occidenti) volevano battezzarlo, nomen omen, Mal-giunto. Il prete di Pretappio optò, sua sponte ed inopinatamente, sostenitore del nomen nemo (dove nemo palindromeggia inequivocabilmente omen) per Ben-andato, cioè Ben-ito, ribaltando provvidamente l’improvvido auspicio. E così se ne andò (non il prete, bensì il Duce), in politiche faccende affaccendato, verso la gloria imperitura (d’altronde, c’era l’Impero.)

Nel zig-zaghismo (direttore dell’Avanti con successiva sterzata destrorsa) la mascella era ora mento (compli-mento), ora ganascia (offesa, nel senso forse di percossa?)

Insomma, protendeva la mascella ad oriente verso il futuro per sottolineare il titolo che, come abbiamo esposto, gli competeva. Con le mani ai fianchi, si atteggiava, seguendo la lezione di Gustave Le Bon, a capo carismatico.

L’inclito iscritto al fascio non faceva caso ma l’osservatore critico, dotato di bussola, faceva caso al mento e non al naso: pronto a parlare di calaverna se il mento non fosse stato proteso al giusto punto cardinale. Il vescovo era della stessa opinione ma per eccellenti fini.

L’osservatore romano imparziale (non il quotidiano vaticano ma un burino qualsiasi) chiedeva:

“Le mani sono sui fianchi?”

“Sì”

“Il mento è orientato ad oriente?”

“Sì”

“Quando compare agli astanti, lo chiamano non ecce-homo ma eccellenza?”

“Sì”

“Hai tu inoltre rilevato con lo strumento di Flavio Gioia se l’inclita volitiva facies concordi col cardinale (non il vescovo, ma il punto della rosa)?

“Non ho capito niente.”

“Dicevo: facciamo la supposta che la bussola sia stata inventata da Flavio Gioia di Bussolengo: cosa ti dice la bussola? ti dice che l’ecce-homo-lenza guarda verso est?”

“Adesso ho capito: la risposta è sì”

“Allora, è lui.”

“Lui chi? Mussolini? Flavio Gioia? il vescovo? il cardinale?”

“Non hai capito niente della mia perfetta spiegazione, farò come Amatore Sciesa, un carneade al Coro dei Lombardi.”

“Questa me la devi spiegare.”

“Amatore Sciesa voleva, mentre stava andando al patibolo, in quel di Milano, fermarsi a baciare la moglie per la penultima volta, perché sperava di far la Franca (il nome della moglie). Gli austriaci lo avrebbero concesso ma i lombardi, dopo un doveroso referendum organizzato da un reverendo (che non voleva, come nell’iconografia, dire l’ultima prece), cantarono in coro: <Tiremm innanz>. Come dire: <Orsù, chi ha da tempo tanto tempo non aspetti tempo, cosa sono queste svenevolezze, podi no, sun ciapà, go da fa>. Analogamente, io volevo comunicarti che proseguirò, anche se la tua comprensione lascia a desiderare. In questa mia decisione mi conforta anche il sommo poeta quando scrive: curati di lui, se guardi e passi.”

Insomma è chiaro come un uovo: assodato che si trattava del Duce, concluderemo.

Era doveroso per tale personaggio avere, col mento in fuori, l’atteggia-mento di eccellenza.

L’attegia-mento di eccellenza riguarda quindi sua Eccellenza il Duce che atteggia il mento in nessun’altra direzione che verso il sol nascente.

Ecco perché l’accordo coi giapponesi ed ecco il perché dell’Inno a Roma, scritto nientepopodimenoché da Giacomo Puccini nel 1919, quando i denti erano diventati 36.

Sole che sorgi libero e giocondo
sul colle nostro i tuoi cavalli doma;
tu non vedrai nessuna cosa al mondo
maggior di Roma, maggior di Roma!

Noi, da bravi iconoclasti, preferiamo rimeggiare altrimenti:

Questa poesiola costa 1866 ducati  (ai) veneziani.

Sole sbiadito, non sembri più un’inezia
il grande risultato che tutti ci emoziona:
ritornerai, splendente, su Venezia
con gente veneta, del suo destin padrona.

 

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