Un amore stroncato [588]

bruttaQuesta storia è successa nel 1961, quando il mio amico XY, classe 1942, aveva 19 anni e cominciava ad uscire con una sua compagna di scuola, ZA.

Era costei, francamente, obiettivamente… insomma, non era Brigitte Bardot e nemmeno una sua lontana parente.

Abbastanza simpatica ma non troppo, con degli occhiali a fondo di bottiglia che almeno nascondevano l’evidente strabismo, si rendeva conto perfettamente dei suoi limiti estetici ma… aveva una dote che XY apprezzava molto, nonostante avesse solo 19 anni. La dote era l’enorme disponibilità finanziaria. Non possiamo dire che professione facesse il padre della ragazza, né dove il padre esercitasse la professione, perché sarebbe come dire chiaramente chi fossero (e probabilmente sono ancora) queste persone. Anche le iniziali del mio amico e della ragazza sono inventate. Il resto è tutto vero.

XY teorizzava. Teorizzava, tra lo stupore e lo sconcerto di tutti gli amici, che anche se una non è poi tanto bella… ma veniva corretto immediatamente perché noi gli suggerivamo di dire pane al pane e vino al vino. Era molto brutta e non era ‘non tanto bella’. All’età in cui si sognavano principesse dorate, vedere uno di noi che si vendeva per vile denaro ci faceva un certo ribrezzo.

Aggiungeva poi che era in compenso simpatica: veniva corretto perché la verità era che simpatica lo era appena appena appena. Era figlia unica e quindi erede di una fortuna colossale.

XY era infastidito dalle nostre critiche e noi dicevamo di parlare per il suo bene.

Qualcuno di noi diceva che tra le gambe le sarebbe passato un cane con una fascina di legna in bocca. Era anche un poco ingobbita da una forma di scoliosi e aveva un tic duplice, probabilmente di natura psichica: tirava sempre su col naso e contemporaneamente, col mignolo della mano sinistra, rincalzava gli occhiali pesantissimi che tendevano a scendere sul naso, questo perché aveva l’attaccatura dell’orecchio destro più alta dell’attaccatura del sinistro (o forse viceversa) e quindi gli occhiali comunque stavano di sghimbescio. Pur essendo giovane, aveva pochi capelli con una notevole quantità di forfora che le costruivano un bianco manto regale attorno alle spalle.

In tono scherzoso gli dicevamo: vedrai che la prima notte di matrimonio si sviterà un braccio e lo metterà sul comodino… era inoltre soprannominata, a voce udibile ma non troppo, quando passava: “Giornale radio: in questo periodo, nella guerra fredda, calma piatta…”, perché non aveva il minimo accenno di un seno. Si diceva ad XY: “Non pretenderemmo che ne avesse due: almeno uno…”. Poi dicevamo che probabilmente non poteva stare seduta a lungo, in quanto il lato B era di là da venire e quindi dicevamo scherzosamente: “Quando si siede, si ammacca sicuramente.”

Gli suggerivamo di cercar di conoscere sua nonna, che sicuramente non sarebbe potuta essere peggiore. Poi, siccome non l’aveva ancora baciata, gli consigliavamo di prendere lezioni di alfabeto dei muti perché la ragazza aveva dei denti che al primo bacio gli avrebbero staccata la lingua. La battuta sui denti più in voga era: “Che differenza c’è fra i cavalloni del Lido (onde del mare infuriato) ed i denti di ZA? Nessuna…” perché non erano denti cavallini ma denti cavalloni. C’era chi aggiungeva: ”XY, ma sei sicuro che ZA sia una donna? o vai per sentito dire?”

Al che XY andava su tutte le furie e, giustamente, concludeva che nessuno poteva comandargli qualcosa e che se proseguivamo su quel tono avrebbe rotto l’amicizia eccetera eccetera.

Bene. Eravamo curiosi di vedere come sarebbe andata a finire, sempre che fosse andata a finire e non fosse continuata per sempre.

Ebbene: andò a finire…sapevamo che da due mesi XY e ZA non si vedevano più.

Ecco il racconto di XY:

 “Ah, fiói, gavévi tànta ragión che méxa bastarìa…  ormài xe dó mési che no ła védo più… gavé da savér che un giórno, péna fóra da scuòła, gèro drìo compagnàrla càsa, cóme che fassévo sémpre e ghe gò dìto: ZA, ti fa tànto ła difìssiłe, no ti me gà mài dà gnànca un bàso, ti podarìssi degnàrte de dàrmin inmànco ùno… ła me ga rispòsto che quèl giórno, prìma de saludàrse, ła gavéva decìso de dàrmene ùno se mi ghe ło gavésse dimandà.

Dèsso che védo mègio, ve dirò che mi no gèra gnànca tànto vogióso de basàrla. Insóma, in strùco, ła gò compagnàda fìn càsa. Savé che ła stà rénte del pónte de San (WK) e quàndo che sémo rivài, al moménto de ‘ndàr die bóne, sul pónte, quàndo che ghe so ‘ndà rénte e che gèro drìo par basàrla, prìma de dìrghe ‘ciào, se vedémo’, gò dìto che gèro drìo par basàrla, nàsse… nàsse… ànime de tùti i me mòrti… nàsse che un cołómbo el pàssa de vołàta sóra de ła tósa e… el ghe sgnàca un schìto schifóso, che el và a finìr sùi so’ ociài e sul so’ nàso. Na ròba che me fa vègnar el mòto de stómego ‘ncà ‘dèsso.

Mi gavaràve dovésto fàr calcòssa, tiràr fóra un fassołéto, netàrla, dìrghe calcòssa… ma me gà parésto un ségno del destìn.

No gò fàto gnénte, fiói, xe stà più fòrte de mi. Gò girà ła tésta da nàntra bànda, de cólpo, cóme se no gavésse vedùo gnénte e gò dìto: <Ciào, se vedémo>… ła gò łassàda łà, in quéi po’po’ de stàti e so scampà vìa. Da quèła vòlta, gavémo finìo tùto. No se gavémo gnànca più sentìo. Gèra destìn. Xe stà un destìn càncaro…”

[Ah, ragazzi, avevate tanta ragione che metà sarebbe sufficiente… adesso sono ormai due mesi che non la vedo più. Dovete sapere che un giorno, usciti da scuola, stavo per accompagnarla a casa come al solito e le dissi: ZA, fai tanto la preziosa, non mi hai dato mai nemmeno un bacio, potresti anche degnarti di darmene uno. Mi ha risposto che quel giorno, prima di salutarci, aveva deciso di darmene uno se glielo avessi chiesto. Vi dirò, ora che mi sono fatto una ragione, che non ero nemmeno tanto ansioso di baciarla. E così, per farla breve, l’ho accompagnata sino a casa. Sapete che abita subito giù del Ponte di San (WK) e quando siamo arrivati al momento fatidico, sul ponte, quando, insomma, mi sono avvicinato e stavo per baciarla prima del ‘ciao, ci vediamo’, ho detto che la stavo per baciare, succede… succede… anime dei miei morti… succede che un piccione passa a tutta velocità sopra la ragazza e lancia una deiezione schifosa, la quale va a finire sui suoi occhiali e sul suo naso. Una cosa che mi fa venire il voltastomaco anche adesso. Avrei dovuto far qualcosa, tirar fuori un fazzoletto, pulirla, dirle qualcosa… ma mi sembrò un segno del destino. Non feci niente, ragazzi, è stato più forte di me. Girai altrove la testa, di scatto, come se non avessi visto niente e dissi: <Ciao, ci vediamo>. L’ho lasciata là, in quegli stati e me ne scappai via. Da quella volta, abbiamo chiuso. Non ci siamo nemmeno più sentiti. Era destino. Destino cane.]

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