Il dialetto veneziano 2 [592]

incubo
INCUBO – Johann Heinrich Füssli (Germania, 1791) – Goethe Museum di Francoforte. Il testo dell’articolo spiega il quadro.

No par dir, sa, che no ti crédi…

No par dir Non per dire. Ovvero: non sto parlando per far chiacchiere ma sto parlando per una cosa alla quale dovresti dare importanza.

sa            Che tu sappia bene. Che tu abbia capito bene.

che no ti credi   Che tu no interpreti male, che tu  non pensi che io voglia dire chissà che cosa differente da quanto sto dicendo.

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… el ghe tóca łe téte a ła regìna… [tocca i seni della regina]

Frase usatissima. Supponiamo che Nane offra a Toni un bicchiere di vino molto buono.

Nane: “Còssa te pàr, Tòni, par mi el xe un vìn tànto bón…” [Cosa ti sembra, Antonio? per me, è un vino tanto buono…]

Tòni: Bòn xe dir gnénte… el xe un nétare… el ghe tóca łe téte a ła regìna…” [Buono è come dire niente… è un nettare… tocca i seni della regina…]

Il sarto di corte, quando prova o drappeggia un vestito per la regina, deve controllare che il vestito stia bene e, durante la prova, può capitare che lo stesso sarto, più o meno inavvertitamente, più o meno maliziosamente, sfiori con le mani i seni della regina. Questo è un privilegio del sarto: un privilegio, supponendo che la regina sia motivo di ammirazione, riservato a pochissimi fortunati. Allo stesso modo, il vino è così buono che sarà sicuramente riservato per l’appunto a pochissimi fortunati.

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“… so stàda par mèxa óra a spétar che’l rivàsse, co ‘sto frèdo… a Riàlto, puxàda su ła ringhèra de Goldóni e dòpo so’ ‘ndàda via, che no ti crèdi: pa’l me caràtere, go spetà ‘nca màssa.”

“…méxa óra a rinfrescàrse el bòcoło, par un Pampùrio che no rìva… un fiòr cóm ti… ti gà da éssar pròpio in amór… ‘sìnque minùti xé da zénte de móndo, parchè pól sémpre éssar nàto calcòssa ma de più, bambìn, ti fa ła figùra de córarghe ‘ncà drìo… ‘sto peòcio refà… no’l te mèrita… no, sa, no te consìlio de far de quéste… ricòrdite che ti fa pèxo…”

 

[sono stata per mezz’ora ad aspettare che arrivasse, con questo freddo… a Rialto, appoggiata sulla ringhiera del Goldoni (in realtà di tratta di Campo San Bartolomeo, con la statua di Carlo Goldoni, attaccato al Ponte di Rialto: è quindi una sineddoche) e poi sono andata via, che tu non creda: per il mio carattere, ho aspettato anche troppo.]

[… mezz’ora a rinfrescarsi il bocciolo di rosa (letteralmente: le parti intime), per uno sciocco che non arriva… un fiore di bellezza come te… devi essere proprio innamorata… {aspettare per} cinque minuti è da gente di mondo (da persone educate), perché può sempre essere successo qualcosa ma di più, figlia mia, fai la figura di corrergli anche dietro… questo pidocchio rifatto … (questo miserabile che cerca di rifarsi un’immagine), non ti merita… no, sappilo bene, non ti consiglio di fare cose del genere… ricordati che così fai peggio…]

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“… ma no’l gèra to amìgo… gò vìsto bén, sa, che no ti crédi: gavé fàto de no vedérve, no ve ‘ssé gnànca dìti móna…”

“Xe da un ‘tòco che sémo in smàra, questiòn de moróxe…”

 

[ma non era tuo amico… ho visto bene, sappilo, che tu non creda che mi sia sfuggito: avete fatto finta di non vedervi, non vi siete nemmeno detti cretino…]

[è da un pezzo che il nostro rapporto è un incubo, questioni di morose…]

smàra: denota tutta una serie di stati d’animo negativi, come collera, corruccio, rabbia, rancore, rovello, stizza. Parola usata anche in quel di Trieste. L’origine, molto controversa, per chi scrive, sembra essere una parola franca-teutonica-paleo-germanica: mara (franco), mahr (teutone), da cui il francese cauchemar (incubo) e l’analogo normanno risoltosi poi nel sassone nightmare (incubo notturno): protogermanico maron che viene dal franco. Tutti nomi femminili, norvegese, svedese, islandese: mara. Faroer: marra. Danese: mar. Olandese (nacht) merrie. Tedesco recente (nacht) mahr. Polacco: mara. Ceco: mura. Slovacco: mora. In croato, mara è uno spirito notturno che non lascia dormire. Il tutto si spiega con la radice proto-indo-europea

*mer, strofinare, sfregare, irritare.

La fabulazione vuole che una cavalla spettrale giunga durante la notte presso colui o colei che ha sonni agitati, recando sulla groppa un mostriciattolo che poi si strofina sul petto del dormiente, togliendogli il sonno: un incubo, insomma.

Johann Heinrich Füssli (Germania, 1791) ha realizzato parecchi quadri sull’argomento. Nel quadro che riproduciamo, si vede la cavalla spettrale giunta in una stanza che ha scaricato l’incubo (mara) che a sua volta si strofina sul corpo di una donna dormiente, in preda quindi all’incubo. Il quadro si trova al Goethe Museum di Francoforte.

 

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