Coriandoli 12 [598]

Coriandoli2018
La grafica è ottenuta, secondo la tradizione delle maschere veneziane, ruotando gli stessi elementi di base – Ernesto Giorgi©

Ribadiamo, ove fosse necessario, che tutte le notizie di questo articolo sono scientificamente provate e ricavate da libri che si trovano in bibliografia.

 

Ci sono, in tutti i paesi del mondo, delle parole che sono tabù: parole proibite (dal polinesiano tabu, proibito, intoccabile).

Prendiamo, ad esempio, la parola che designa la professione più antica del mondo. In un salotto buono, il termine sarà tabù e si useranno degli eufemismi, delle circonlocuzioni, come se colui che parla volesse dire che lui è lontano, distaccato e si userà quindi una di quelle signore, oppure una donnina allegra, oppure una ragazza di vita oppure ancora una meretrice, una peripatetica (greco) invece di passeggiatrice, oppure call-girl: usando una lingua diversa, si è più distanti. In questo caso, la ragione del tabù è la contaminazione. Tale ragione vale anche per le malattie serie oppure incurabili: difficilmente si sentirà dire ‘cancro’ ma si opterà per brutto male, così come non si diceva ‘tubercolosi’ ma tbc oppure mal sottile. In questo caso, non si parla apertamente del male quasi che così facendo lo si tenesse più lontano da noi. Non si dice ‘è ubriaco’ ma ha alzato il gomito eccetera.

Il tabù può essere anche una forma di rispetto per la divinità, come suggeriscono d’altronde anche i dieci comandamenti che invitano, nel secondo a ‘Non nominare il nome di Dio invano’

Può essere interessante la storia del nome di Dio in ebraico. L’ebraico, come le altre lingue semite, non scrive le vocali ma soltanto le consonanti. Ad esempio, il gruppo HSN vale ‘salvezza’: abbiamo hosia-nna, osanna, salvaci e si può notare il nome di Hosni Mubarak, arabo e quindi semitico, dove HOSNI ha il gruppo HSN e sta per qualcosa che vuol dire ‘salvatore’.

Dio, in ebraico, YHWH, è impronunciabile, non nel senso fonetico ma in senso di rispetto: è tabù, non si può assolutamente dire per non uscire dai buoni costumi. Si dovrebbe pronunciare YaHWeH ma non si può e non si deve assolutamente dire. Se conserviamo lo schema delle consonanti YHWH e vi aggiungiamo le vocali di un’altra parola… forse si può dire… chissà…

Prendiamo allora il gruppo consonantico DNY, che significa comando, prestigio, dominio ed abbiamo aDoNaY, ’mio signore’. Prendiamo le vocali di quest’ultima parola ‘a o a’ e mettiamole nel gruppo YHWH:

otterremo Y a H o W a H, che non è tabù, è pronunciabile e mantiene il rispetto verso la divinità.

I testimoni di Geova sono in realtà i testimoni di Yahowah, nome che si può pronunciare. Sembra una cosa incredibile ma è la pura realtà.

Abbiamo spesso citato proverbi veneti nei nostri racconti ma una cosa la dobbiamo dire: benché tutti noi si sia in grado di intuire immediatamente se qualcuno stia profferendo un proverbio, una definizione scientificamente esatta di proverbio non è ancora stata data. Provateci e vedrete che esistono dei proverbi che sfuggono, almeno in parte, alla definizione che voi stessi avete formulato. Alcuni hanno detto che il proverbio si identificherebbe con cinque condizioni:

  • brevità
  • concisione
  • buon senso (ovvero il senso comune)
  • arguzia
  • diffusione

Se ad esempio manca l’arguzia, il proverbio vien definito piuttosto col nome di aneddoto. Il proverbio si rifà probabilmente ad un mondo astratto, platonico e mitico. Come un mito: Erodoto dice che un mito è una cosa sempre esistita e mai successa. Il proverbio non è proprio così: eppure ha qualcosa del mito, dell’idea astratta di cui parla Platone.

I proverbi vengono usati in Africa, dai Watutzi (o Watussi) per stabilire chi debba diventare sindaco della comunità. I due pretendenti al titolo di sindaco si siedono uno di fronte all’altro in presenza degli anziani e disputano a suon di proverbi. Ad esempio:

  • L’unione fa la forza!
  • Si ma chi fa da sé fa per tre.

Il sindaco è colui che dimostra di conoscere meglio le tradizioni, gli usi e le consuetudini, le quali ovviamente sono considerate funzione dei proverbi.

Non suoni strano, anche perché il Codice Civile italiano parla nei primi articoli di usi e consuetudini che sono alla base del diritto positivo.

La common law inglese è nient’altro che questo e il giudice inglese, come i Watussi, deve essere un esperto di usi e consuetudini.

Una particolar branca di proverbi sono i wellerismi (dal nome di Weller, personaggio di Carlo Dickens, Circolo Pickwick, che si esprimeva in tal modo):

wellerismo significa molto semplicemente  metter in bocca ad un animale oppure ad un oggetto parlante un’espressione proverbiale: il classico esempio è quello della volpe e l’uva, quindi Fedro, Esòpo, La Fontaine e così via. Nella ‘cicala e la formica’, la madre della formica quando dice che bisogna essere laboriosi, esegue un wellerismo. Adesso sappiamo anche questa.

Ci sono delle forme sapienziali diverse, come il cinese hsieh-hou-you, dove bisogna essere in due:

  • L’enunciatore annuncia la prima parte di un proverbio.
  • L’ascoltatore dovrebbe completare il proverbio nel modo conosciuto ma se ne è capace, può inventare la seconda parte in modo da evidenziare una notizia del momento.

Esempio:

Dal quotidiano si apprende che un ladro è stato preso con le mani nel sacco.

Enunciatore: Tanto va la gatta al lardo…

Ascoltatore: lardo e ladro, il birichino!

L’ascoltatore crea un gioco di parole tra ‘lardo’ detto dall’enunciatore e ‘ladro’, che in realtà è il soggetto che ha commesso il furto e conclude con ‘birichino’ che sottintende una rima con ‘zampino’.

‘Lardo e ladro, il birichino’ sono un calco poetico del ‘che ci lascia lo zampino’.

Il mio amico medico buon’anima Giuseppe Marino mi raccontava che in Somalia esistono i saddehliya. Sono tre massime parallele.

  • La prima massima enuncia anche le altre due.
  • La seconda enuncia il concetto della prima.
  • La terza varia sul tema in modo ironico.

Esempio: Tre cose stanno, tre cose vengono, tre cose separano.

  • Il mercato sta, la carovana viene, il prezzo li separa.
  • Il lido sta, la nave viene, il vento li separa.
  • La ragazza sta, il giovanotto viene, la parola li separa.

Chi enuncia una saddehliya del genere fa parte del top della cultura locale.

Gli indovinelli sono un modo accettato socialmente per esaminare i giovani ma non solo. In molte società gli indovinelli sono tabù per chi ha un particolare rapporto di parentela.

Tra i dogon del Mali, ad esempio, sono tabù gli indovinelli fatti da:

  • Dal padre alla figlia
  • Dalla madre al figlio
  • Tra fratello e sorella
  • Tra un uomo e sua cognata
  • Tra nipote maschio e zia paterna

Dove si raffigura una possibilità di incesto, l’indovinello è tabù.

Presso i Tuareg l’indovinello tra fratello e sorella è tabù.

L’indovinello sembra preludere al matrimonio.

Il lettore dirà: “Sono cose stranissime…”

E invece, no.

Facciamo notare che nelle tradizioni di ogni popolo, l’enigma è spesso una delle prove a cui il pretendente deve sottoporsi per ottenere la mano dell’amata. Nel mito di Edipo il matrimonio incestuoso con la propria madre, Giocasta, è possibile solo dopo la soluzione dell’enigma posto dalla Sfinge. (Per chi non lo ricordasse: Come si chiama l’animale che al mattino cammina a quattro zampe, a mezzogiorno cammina a due e alla sera cammina a tre? [si chiama uomo])

In Russia, un’usanza richiama questi concetti: lo sposo, la notte delle nozze, per accedere alla camera della sposa, deve rispondere ritualmente ad alcuni indovinelli che gli vengono proposti dai suoceri.

La sollecitazione diretta è pochissimo diffusa in tutte le lingue del mondo e di solito sono usate forme di rispetto, certe volte con un numero incredibile di variazioni.

Senza andare tanto distante, secondo la cortesia portoghese non si darà mai del Lei ma si parlerà piuttosto in terza persona.

La frase italiana: “(Lei) ha appetito?” non si può dire. Se è una persona di rispetto, si dirà: “O senhor tem fome?” (Il signore tiene fame?) e se si è in confidenza, si dirà comunque “Meu amigo tem fome?” (Il mio amico ha fame?)

Mentre in italiano si può dire ad una persona: “Per favore apri la finestra” oppure anche “Qualcuno potrebbe aprire la finestra?”, in moltissime lingue la prima forma diretta (per favore, apri la finestra) non è nemmeno pensabile. Così in russo è facilissimo sentir dire: “Una (oppure qualche) persona forse potrebbe aprire la finestra…”

In urdu, linguaggio ufficiale pachistano, la mia casa, di me che sto parlando, è sempre e solo la gheribxàne, letteralmente ‘la casa del medicante povero’ e la casa di chi ascolta, la tua casa, è sempre e soltanto la dewletxàne, letteralmente ‘una casa di altolocati, di potenti’.

Chi parla in urdu, dei propri figli, dirà ‘giovani sempliciotti’ e quando parlerà dei figli di chi ascolta dirà sempre ed invariabilmente ‘rampolli di una schiatta illustre’.

Concludiamo con la traduzione letterale di alcuni discorsi formali in uso nella foresta amazzonica. L’indigeno A passa per caso nel villaggio dell’indigeno B e i loro villaggi distano mezza giornata di cammino. A non ha niente da dire a B e B non ha niente da dire ad A. L’educazione vuol tuttavia che si dicano che esistono (e che si riconoscono come viventi) entrambi ed A esordisce nel seguente modo:

“Un saluto di cuore a questo nuovo amico che forse non avevo visto mai in questa vita ma che avrebbe potuto essere, così come forse sarà in futuro, una persona che potrebbe chiedermi aiuto e che nel caso di bisogno io aiuterei volentieri con tutte le mie forze, anche se le stesse sono limitate. “

B: “Sì, è così, tutta la natura mi è testimone che io la penso allo stesso modo.”

A: “Non ci conosciamo molto ma vedo dalla risposta che, se ci fossimo conosciuti meglio, potremmo avere avuto in comune molte cose e molte idee e potremmo essercele scambiate, per comprendere meglio il mondo che ci circonda e certamente ci rincontreremo e potremo parlare della nostra conoscenza di oggi.”

B: “Sì, è così, tutta la natura mi è testimone che io la penso allo stesso modo.”

A: “Ora il sole si muove in cielo ed ho degli impegni con la mia famiglia. Penso che anche la mia nuova conoscenza, se fosse distante da casa, sentirebbe l’esigenza di farvi ritorno.”

B: “Sì, è così, tutta la natura mi è testimone che io la penso allo stesso modo.”

Si salutano. Molto di più del nostro ‘buongiorno’… o no?

 

 

 

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