Nomi veneti 8 [621]

Julia
La variante femminile, russa, del nome Giacomo, cioè Joscha, è motivo per parlare della Divisione Julia: vedere la nota alla fine del nome Giacomo.

I nomi veneti del presente articolo sono:

Fausto, Federico, Felice, Ferdinando, Ferruccio, Filippo, Flavio, Francesco, Gabriele, Giacomo.

Fausto – Deriva dal latino Fàustus, collegato al verbo favere = giovare. Il personaggio più famoso è il negromante Johann Faust, vissuto tra il 1400 e il 1500, taumaturgo e ciarlatano tedesco che, secondo la leggenda, aveva venduto l’anima al diavolo. Questa storia ispirò numerosi scrittori, tra cui Malrlowe in Inghilterra e Goethe in Germania. Aveva venduto l’anima al diavolo per avere in cambio, novello Promèteo, il dono dell’universale Conoscenza. La storia ispirò anche dei musicisti: Berlioz, Gounod, Arrigo Boito (il Mefistofele). Per finire, ricordiamo Fausto Coppi.

Federico – Uno dei nomi importanti tedeschi, Friedrich, che a sua volta viene da Frithurich (frith-u = pace, rich = potente), colui che è potente nelle amicizie, che ha molto amici. In francese abbiamo Fédéric, in inglese Frederic o Frederik, spagnolo Federico. Il diminutivo, in tedesco, è Fritz. Nome di imperatori svevi, Federico I Barbarossa, e Federico II, re di Sicilia e di Germania, imperatore, tedesco-normanno di sangue, italiano di nascita. Una schiera di poeti, filosofi, musicisti, hanno portato questo nome.

Felice – Oltre all’ovvio significato, i latini usavano felix che significava propriamente fertile. Ci sono stati quattro papi e un antipapa con questo nome.

Ferdinando – Diffuso nome di origine germanica e più propriamente visigotica, il che spiega la sua grande diffusione in Ispagna. I latini lo avevano trascritto come Fredenandus, che a sua volta veniva da un probabile Frithunanths, che, come Federico, è originato da frith-u = pace e nanths = audace. Colui che è audace nelle amicizie. In Italia ed in Ispagna è molto diffuso anche come Fernando. Fernando il Cattolico (1452-1516), re di Spagna assieme alla moglie, Isabella di Castiglia, finanziò l’impresa di Cristoforo Colombo. Nella lingua castigliana ( = spagnola) si usa anche Hernàn. I portoghesi hanno Fernão.

Ferruccio – Anche Ferrante o Ferrèro o Ferrèr. Vengono tutti da ferro, nome artigianale ed il gruppo ha dato origine a molti cognomi. L’origine sembra essere con Ferrèr, che viene dalla Catalogna. Ricordiamo Francesco Ferrucci, del 1503, eroe dell’indipendenza fiorentina.

Filippo – Molto diffuso, dal greco phìlos e hìppos: amico del cavallo. Ricordiamo Filippide, emerodromo ateniese (Filippide = figlio dell’amico del cavallo) e la maratona. (Emerodromo: specie di postino, velocissimo ed allenatissimo, che portava messaggi urgenti). Secondo altri, il nome è Fidippide. Mentre in greco si mette l’accento sulla prima lettera i, (Phìlippos) Fìlippo, in latino si usa l’accento sulla seconda lettera i, (Philìppus). Perché si dice filippica per designare un discorso fatto contro qualcuno? Perché Demostene scrisse delle orazioni contro Filippo II di Macedonia, padre di Alessandro Magno. Dopo Filippo II di Macedonia, va ricordato Filippo II di Spagna (1527-1598), primogenito di Carlo V imperatore: sul regno di Carlo V non tramontava mai il sole. Il nome di Filippo fu messo da parte per un lungo periodo, con molta impressione, e nessuno battezzò i propri figli con tale nome: il fatto è che, dopo varie vicissitudini, Filippo il Bello (Filippo IV) di Francia assieme a Clemente V, papa in Avignone, la notte di venerdì 13 ottobre 1307, fece arrestare tutti i Templari, che erano diventati uno stato nello stato,  praticamente indipendenti, ricchissimi, per impossessarsi delle loro ricchezze. (per questo, il venerdì 13 si dice che porti sfortuna). La farsa si concluse nel 1314, con la condanna al rogo di tutti i Templari superstiti, che non fossero morti durante le torture. Il Gran Maestro dei Templari, Giacomo de Molay, salendo al rogo, lanciò gridando, che tutti sentissero, una terribile maledizione contro i suoi carnefici: tu, Filippo, assassino, sarai al cospetto dell’Eterno entro un anno e un giorno. E tu, Clemente, disonore dei papi, assassino, sarai al cospetto dell’Eterno entro quaranta giorni. E così fu. Clemente V morirà trentasette giorni dopo il rogo dei Templari e dopo otto mesi morirà Filippo il Bello. Francese: Philippe; inglese e tedesco: Philip; spagnolo: Felipe; russo: Filipp.

Flàvio – dal latino flavus, biondo, dorato. Il nome costituì una dinastia di imperatori, conosciuta come  Flavia; vedi Tito Flavio Vespasiano, Tito e Domiziano. Ricordiamo l’amalfitano Flavio Gioia, il quale a cavallo tra il 1350 e il 1450, avrebbe inventato la bussola.

Francesco – Franco, Cecco, Cesco, Checchino, Chino e Ciccio; francese: François; inglese: Francis, Frank (Fanny al femminile); spagnolo: Francisco, Pancho e Paco (il nome, storpiato dai bambini in Pacheco, diventa poi Paco); tedesco: Franz, Franziska. L’origine è il nome della tribù germanica dei franchi (Frankisk, che i latini trasformarono in Franciscus). La tribù, a sua volta si chiamava franka (da uomo libero). Il significato di libero permane nei termini franchigia, affrancare, rinfrancare. I luoghi geografici che contengono tale termine erano stati affrancati (= liberati), in qualche momento della loro storia, da tasse, balzelli, regalìe, tributi o altri vassallaggi. Così, Castelfranco, Francavilla, Campofranco. Francia era la terra dei franchi, che erano i conquistatori germanici. Francesco d’Assisi, patrono d’Italia, fu così battezzato dal padre Giovanni di Pietro di Bernardone, mercante di tessuti, che aveva contatti con la Francia. Francesco Petrarca, segue ad Avignone, a sette anni, il padre esule. Inutile elencare tutti coloro che hanno portato il nome di Francesco, da Francesco Sforza (1402-1466) a Franz Schubert (1797-1828).

Gabrièle – Femminile Gabrièlla o Gabriela. Alcune forme sono anche Gabri, Gàbrio, Gabrièllo. Proviene dall’ebraico Gabri’el, da gabar, del gruppo semitico gbr, essere forte, forza ed ‘El, abbreviazione del nome di Dio, anche in aramaico. Gesù non parlava, come lingua propria, l’ebraico, bensì l’aramaico, ancora oggi esistente; dice infatti Gesù, prima di morire: ‘Elì, Elì, làma sabachtanì’ (Dio, Dio, perché mi hai lasciato). Per cui, i legionari romani si chiesero se, per caso, non stesse invocando il profeta Elìa. Il nome significa quindi ‘Colui che trae la sua forza da Dio’. Gabrièle rientra tra i nomi teoforici, cioè che ricordano Dio, come Daniele, Michele, Emanuele ed altri. Una grossa spinta alla diffusione del nome è dovuta alla figura dell’Arcangelo Gabrièle, il messaggero divino per eccellenza, considerato anche dai musulmani come colui che rivelò il Corano a Maometto. Da qui, la grande diffusione del nome. Oltre a Gabriel e Gabriele, diffusi in tutto il mondo cristiano senza significative varianti, abbiamo anche il russo Gàvril e l’ungherese Gàbor.

Giacomo – Giacobbe è lo stesso nome di Giacomo. Altro nome teoforico. Il nome della divinità, infatti oltre che essere ‘El, che si può pronunciare, è anche Yâ, che fa da riferimento prepositivo all’impronunciabile gruppo semitico IHWH, o Yahweh, che si trova anche in Jeremiah e in Jesuh. Impronunciabile in quanto tabù, sacro, in segno di totale rispetto. Così, Yâ’aqobh, che, probabilmente, significa ‘Dio ha protetto’ e, date le associazioni intraducibili e per noi incredibili dei gruppi consonantici semitici, anche ‘che tiene il tallone’. Il nome Giacomo veniva spesso imposto al secondo nato di due bambini gemelli, cioè in realtà (ora sappiamo) il primo concepito, il quale, uscendo dal grembo materno, teneva per il tallone il primogenito, che ora sappiamo secondo concepito. Il patriarca Giacobbe aveva tal nome, infatti, per essere il gemello di Esaù. Esaù nacque per primo e Giacobbe (che teneva il tallone di Esaù, da cui il nome) nacque per secondo. A quei tempi, la primogenitura comportava l’eredità di quasi tutto e non si considerava il secondo genito come primo concepito, come oggi sappiamo. Esaù, facendo tutto sommato una cosa giusta, come se sapesse che il primo concepito era, in realtà, Giacobbe, vendette la sua primogenitura a Giacobbe per un piatto di lenticchie.

Italiano: Giacomo, Giacobbe, Jacopo, Jacomo, Mino, Como, Lapo, Puccio.

Francese: Jacques, Jacqueline.

Inglese: James, Jacob, Jimmy.

Spagnolo: Yago, Thiago, Jaime, Santiago.

Tedesco: Jacob, Jockel.

Sloveno e Croato: Josko.

Russo: Iacov, Jascha, Joscho, Joscha.

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(Ecco ora  il nome, della famosa canzone:

Joscha, Joscha,

salta la mura,    

fin che la dura,  [Vedi sotto, Nota 1]

Joscha, Joscha,

salta la mura,

balla con me.

Famosissima canzone, con la nostalgia di casa, cantata in Russia dalle Gavette di Ghiaccio, gli Alpini della Julia.

Joscha, cioè Giacomina, era una ragazzina russa che, trincerata e protetta all’interno del muretto di casa propria, guardava gli Alpini, sorridendo, incuriosita.)

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Nota[1] Fin che io sono (oppure noi siamo) ancora in vita.

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Appendice a Giacomo – Joscha.

La Brigata Alpina Julia fu fatta prigioniera nel 1942 – 1943.

Ben pochi ritornarono e comunque solo 10 mila su 220 mila (in totale s’intende, non solamente della Julia) ebbero dai sovietici il permesso di rimpatriare, nel 1947.

Su 220 mila inviati in Russia, tra morti trovati e dispersi non ritrovati (quindi ormai presumibilmente morti) abbiamo la somma di 87799 mancanti all’appello. Dei rimanenti, 43166 sono tornati feriti. Il che porta il totale fra morti, feriti e dispersi a 130965, che su 220 mila è il 59.52%. Il rimanente 40.48%, tuttavia, non tornò immediatamente dopo il 1947, se non in piccola parte. Il nucleo principale, che costantemente si assottigliava, e che fu mandato in Siberia a tagliare legname, tornò infatti, mediamente, attorno al 1953.

La canzoncina è piena di un tragico presentimento.

Ho avuto l’onore di conoscere Virginio Sessolo, alpino della Julia, tornato nel 1954 , soltanto grazie al suo fisico indistruttibile. Era alto un metro e novantacinque e, alla chiamata alle armi, pesava oltre un quintale e dieci. Nel 1954, al ritorno, pesava 38 chilogrammi, aveva i piedi dimezzati dal congelamento ed era l’elenco vivente delle affezioni traumatiche da freddo. Del suo gruppo di centocinquanta, sono ritornati in otto. Tagliavano alberi ad una temperatura non si sa di quanto, perché non ebbe mai modo di saperlo. Dalle cinque della mattina sino alle due del pomeriggio. Ogni giorno, nove ore. Compreso il sabato e la domenica. C’erano vivaci discussioni su quale fosse il vero giorno di calendario, perché, chi aveva preso nota, non concordava con altri, che pure avevano preso nota. Né, alcuno, toglieva loro questo dubbio. Sta di fatto che, quando uscivano dalla capanna per fare la pipì, la stessa arrivava a terra sotto forma di palline di ghiaccio. Non ha mai visto la carne da mangiare, dal 1943 al 1954. C’è stato un solo episodio di tentato cannibalismo: la punizione da parte delle guardie, affibbiata al mancato cannibale, fu tale, che nessuno ci provò più. Molte volte, ho chiesto a Virginio che mi parlasse di tale punizione; la risposta fu sempre, invariabilmente: “Non la dirò mai a nessuno.”

Lui fu caricato in treno, vicino ad Irkutsk (Siberia), nel 1950 ed arrivò a casa nell’estate del 1954, dopo quattro anni di trasporti, in vagoni di origine e destinazione ignota, via Svizzera, con soste anche di sei giorni filati. Quando Primo Levi raccontava cose del genere, circa la durata del suo rimpatrio, sembrava quasi impossibile. Quando ho letto Levi, a me non sembrava impossibile: sapevo già la realtà da Virginio.

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