Luca Cavalli Sforza 1 [623]

LCS
Luca Cavalli Sforza (1922 – 2018)

Il 31 agosto 2018, è venuto a mancare Luca Cavalli Sforza, genetista italiano che insegnava a Stanford, in California, la seconda università al mondo per prestigio. Tra le altre questioni da lui poste e risolte, ne citeremo una sola: se i gruppi sanguigni hanno un significato (come lo hanno, in effetti), tali gruppi sanguigni umani dovrebbero avere una distribuzione, sulla superficie del pianeta, analoga a quella dei dialetti e delle lingue.

E così fu stabilito, dopo vari accertamenti. I linguisti, stimolati dal nostro eroe, hanno confermato, dopo studi prolungati, tali ipotesi. Ad esempio, se è vero che le lingue protosarda (sarda antica), albanese e basca sono di origine diversa da quella delle altre lingue europee, dovrebbe essere vero che anche i gruppi sanguigni dei sardi attuali, degli albanesi attuali e dei baschi attuali hanno in sé delle differenze dai gruppi sanguigni degli altri europei. Era, ed è, proprio così. A livello delle conoscenze approssimative, si sa che i gruppi sanguigni sono Zero, A, B, AB. I più preparati di noi sanno anche cosa sia il fattore RH, il quale può esserci (RH positivo) o può mancare (RH negativo). Questo, è niente: in realtà, le categoricizzazioni che si possono fare, a proposito dei sottogruppi sanguigni, sono decine e decine. In questa apparente complessità, i tre popoli sopra riportati hanno delle originali configurazioni sanguigne. E qui, chiudiamo. Oltre ad invitarvi a leggere la bibliografia dove troverete alcuni libri consigliati di Cavalli Sforza, vi ricordiamo che abbiamo parlato di questi argomenti nelle categorie ANTROPOLOGIA, GENETICA, LINGUISTICA, SCIENZE, STORIA, per un totale di 60 articoli.

Ma in questo articolo vogliamo parlare di alcune osservazioni, fatte da Luca Cavalli Sforza, al di fuori dalla sua professionalità, ovvero come uomo pensante, nella pace della sua casa di Belluno. Il libro di cui vi stiamo parlando è

‘La scienza della felicità’

Non sono osservazioni tradizionali. Sono abbastanza inconsuete. Egli parla, ad esempio, della filosofia degli indù e degli asiatici confinanti con l’India: la filosofia delle Upanishad, che si trovano in appendice ai Veda, libri scritti in sanscrito. Le Upanishad sostengono che l’unico vero Dio è l’uomo e l’argomentazione è la seguente:

Sacrifica a questo Dio… sacrifica a quel Dio… la gente dice queste cose ma in realtà ciascuno di questi dei è di sua creazione, perché lui stesso è tutti questi dei.” E poi, riporta il namasté. Il namasté è il saluto tradizionale, che fanno gli indù, giungendo le mani all’altezza della fronte, che significa: “Io mi inchino dinanzi al dio che è in te.” Se non avessimo appena imparato quanto scritto nelle Upanishad, non saremmo in grado di capire questo saluto. La grande differenza con le grandi religioni monoteiste è che qui Dio sono io e vengono proposte delle tecniche per dimostrare questa affermazione. L’Io, di cui ciascuno di noi ha l’esperienza, costituisce l’universo intero. In questo insegnamento, non vi è differenza tra anima e corpo: la coscienza è tutto ed è anche tutto ciò che in realtà esiste. Inoltre, chi non se ne rende conto, conoscerà la sofferenza. 

 

 

AshokaChakra
Ashoka Chakra, la ruota sacra nella bandiera indiana.

Chi se ne rende conto, partecipa all’infinita armonia del tutto, perché la mente, che sa di essere divina, rende una persona sempre felice e mai addolorata. Se provi dolore, quindi, è perché non credi, al cento per cento, di essere il vero e unico Dio. Non potrai che migliorarti. Da qui, discendono le seguenti, stupefacenti, osservazioni:

 

 

 

  • Il respiro dentro di me, che sono Dio, e il sole su nel cielo, sono la stessa, identica, cosa.
  • Chi capisce questo, è al centro della ruota, dove gli altri sono alla estremità dei raggi della ruota. Tuttavia, ognuno contemporaneamente è al centro della propria ruota, oltre che nel raggio della ruota altrui. Tale ruota (riportata nell’immagine), chiamata Ashoka Chakra, si trova nella bandiera indiana.
  • Tutti sono dei in un unicum, nella ruota sacra. Nessuno può impedire niente ad alcuno. Così, quando un uomo venera un’altra divinità, pensando ‘Egli è uno ed io sono un altro’, vuol dire che non ha capito.
  • In ogni caso, gli dei primigeni avevano bisogno degli uomini. Se non ne avessero avuto bisogno, ci sarebbe un tutto diverso.
  • Se nella tua vita non arrivi a capire questo, la tua ricerca della comprensione proseguirà di vita in vita.

Gli elementi portanti delle Upanishad hanno alimentato l’induismo, il taoismo, si trovano nel buddhismo, che mira anch’esso a ricongiungere l’individuo al tutto, come la goccia d’acqua, che trova pace solo quando riesce a ricongiungersi all’oceano. Nel buddhismo, infatti, scompaiono i sacrifici, perdono importanza le divinità. Tutto viene considerato illusorio. Non c’è venerazione per l’Io-Dio e l’esistenza degli stessi dei è illusoria, parto di fantasie. Non c’è nascita, non c’è morte: si trasmigra da un corpo all’altro, diretti a nuovi stati di coscienza e a nuova vita. Il respiro è, quindi, il centro di tutto e il respiro stesso porta con sé la meditazione verso la consapevolezza. Tutte queste idee fanno sì che, piuttosto che di religione, si debba parlare di una scienza (o filosofia) dello spirito. Questa filosofia-scienza ha raggiunto, dall’India, l’Estremo Oriente, ovvero il Tibet, la Cina e il Giappone. Questi stati meditativi si chiamano dhyana in India (in lingua sanscrito), o jhana (in lingua pali). Jhana, a sua volta, dà origine a Ch’an in Cina (o Zan) e a Zen in Giappone.  

Il concetto chiave di Io-Dio fa assurgere, come detto, allo stato meditativo, mentre invece le religioni rivelate si combattono tra loro. Per quanto si possa capire, sembra difficile che un Dio che ha rivelato le tre religioni del Libro (Cristiani, Ebrei, Maomettani) li abbia messi in conflitto tra di loro, creando le premesse per guerre continue.

In realtà, la vera differenza con le Upanishad sta nella bramosia di potere. Maometto II lanciò i musulmani, in nome di Dio (Allah) alla distruzione di altri uomini e all’espansione di un impero. Nel medioevo europeo, la scomunica papale privava l’imperatore dell’investitura divina e, molto più grave, scioglieva i sudditi dall’obbligo di fedeltà.

Mentre le Upanishad non parlano di intermediari perché ognuno è Dio, fin dai tempi più antichi nelle religioni tradizionali la volontà divina ha potuto essere conosciuta solo attraverso le parole dei preti. Ne sono nati tutti gli abusi possibili e immaginabili, perché il fedele non può mai sapere se il prete sia veramente in contatto con Dio o se si tratti solo di una mistificazione.

A parte le Upanishad, ogni società umana ha mantenuto, per millenni, caste sacerdotali parassitiche con dei poteri terribili. Dice, letteralmente, Luca Cavalli Sforza: “Detenere le chiavi che decidono della felicità o infelicità ultraterrena si è rivelata una tecnica infinitamente efficace per soggiogare, in questa vita, gli esseri umani.

Il prete, dice Cavalli Sforza, si intromette nella vita interiore della persona, distingue tra ciò che è lecito e ciò che non lo è, approvando, condannando. Soggioga la persona ponendogli a fianco un nemico che non lo abbandonerà mai: la persona stessa. Per controllare le persone, il prete racconta che l’amore è peccato. Per il fatto stesso di essere nati (peccato originale) siamo peccatori e quindi siamo colpevoli: secondo questa logica, se non ci fosse il prete, avremmo ipso facto (automaticamente) la dannazione eterna. Dopo aver bevuto acqua, aver mangiato cibo ed aver dormito, sentiamo l’impulso, nato biologicamente, di esercitare il sesso. Questo, tuttavia, avrebbe dato troppa felicità alle masse, le quali non sarebbero state più controllabili, non essendo per niente interessate al sogno della felicità in una vita ultraterrena. Solo chi è privato della felicità in questa terra segue il prete, per sperare nella felicità della prossima vita. Di nuovo testuali parole (pagina 75, op.cit.): “Le religioni tradizionali hanno inventato una terribile affermazione, cioè che il piacere sessuale va condannato, perché allontana da Dio. Certo, sarebbe un Dio perverso quello che crea esseri sessuati, per poi chiedere loro di astenersi dal sesso se vogliono fargli cosa grata.

Non vorremmo che tale perversità fosse invece inventata del prete. O meglio, speriamo proprio che sia una sua invenzione. Il capo spirituale che così parla, in realtà, odia la vita. La impostura più grande è, comunque, quella di attribuire a Dio queste menzogne. Queste affermazioni sono profferite invece da uomini malati da desiderio di potere: promuovere una divisione netta tra istinto sessuale e comandamento morale, indurre sensi di colpa, minacciare punizioni ultraterrene e la collera di Dio, è la strategia più efficace, sadica, perversa, che si possa mettere in opera per dominare le persone.

Ancora, letteralmente: “Se esiste un Dio creatore, sembra più ragionevole pensare che approvi la propria creazione, completa di istinti vitali.

E qui, ora, dobbiamo per forza riparlare delle umane, umanissime Upanishad. Dice Cavalli Sforza un qualcosa di addirittura commovente, che dimostra quanto male ci faccia l’educazione permeata dalle religioni, attualmente più diffuse in occidente.

Ecco cosa dice Luca Cavalli Sforza a completamento del suo discorso sulle Upanishad: “Nell’orgasmo sessuale, quando per qualche istante il pensiero scompare, quando il tempo e lo spazio si dissolvono e quando non c’è più un Io e un Tu, perché gli amanti si fondono l’uno nell’altro, la donna e l’uomo hanno la prima intuizione di uno stato di coscienza in cui non sono più individui separati, ma diventano una cosa sola con il tutto. Una volta provata questa esperienza…” Ora, però, riassumo: gli esseri umani che hanno provato questo, possono riavere esperienze analoghe con la meditazione e con l’attenzione silenziosa a tutto ciò che ci circonda: proveranno meraviglia e gratitudine per ciò che esiste, per un Dio che, se esiste, non può essere altro che amico delle sue creature. Forse, così, ci si può avvicinare al paradiso in terra. Preti permettendo, naturalmente.     

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