René Girard 1 [627]

Girard
Delle cose nascoste sin dalla fondazione del mondo.

René Girard (1923-2015) è stato un antropologo, critico letterario e filosofo francese. Il suo lavoro appartiene al campo dell’antropologia filosofica e ha influssi su critica letteraria, psicologia, storia, sociologia e teologia. Dopo aver passato una vita a leggere migliaia di libri, chi scrive è giunto alla conclusione che due sono gli autori che ci hanno impressionato, per chiarezza d’idee, per sintesi logica, per coerenza e, soprattutto, per aver la capacità di suscitare, nel lettore, profonde riflessioni e desiderio di sviscerare gli argomenti proposti. Mentre del secondo autore parleremo a tempo debito, il primo di cui vogliamo parlare è René Girard, uomo di una lucidità logica addirittura commovente.

Naturalmente, ci sentiamo in dovere di precisare che queste sono solamente le nostre opinioni. D’altronde, francamente, ognuno di noi non può far altro che esprimere opinioni. Influenzate fin che volete, influenzate da ciò che volete ma pur sempre opinioni di un singolo sono. Evitiamo di soffonderci sulla biografia di Girard e su quant’altro: lo scopo di questo scritto è suscitare nel lettore il desiderio di leggere questo autore e, in particolare, il volume proposto. Sarà il lettore stesso, se lo vorrà, ad approfondire la conoscenza della biografia e della bibliografia del nostro caro e stimato Autore.
Noi, come spiegato nell’articolo Lettori Appassionati [613], abbiamo l’abitudine di segnare e sottolineare le pagine contenenti dei punti, a nostro avviso, interessanti. Ebbene: in questo libro di 550 pagine, ne abbiamo segnate, come importanti, ben 93: un record assoluto. Una certa strana dignità ci ha trattenuto dal segnarne altre: che senso avrebbe segnarle quasi tutte? Eppure… convinti di aver quanto meno incuriosito il lettore, passiamo ai concetti del libro.
Il libro è talmente bello e talmente interessante che ci dispiace riassumervene il contenuto, per timore di rovinarvi la sorpresa di scoprirne la stesura stessa.
Il titolo viene da un passo di Matteo 13, 35: “…affinché si adempisse ciò che fu detto dal profeta: Io aprirò la mia bocca in parabole e rivelerò cose nascoste sin dalla fondazione del mondo”.

I punti fondamentali del libro sono il seguente decalogo:
1. La violenza è diffusa nel mondo.
2. Il motivo generatore è la mimesi: la voglia di guardare gli altri e di apprendere, la voglia innata di emularli e di cercare di essere, alla fine, per gli istinti di conservazione e di procreazione, i migliori.
3. L’uomo sa di essere violento e si è inventato un Dio violento, a sua immagine e somiglianza. Non Dio, pertanto, ha fatto l’uomo violento, a sua immagine e somiglianza ma, invece, l’uomo ha creato l’immagine di un Dio violento a sua immagine e somiglianza.
4. Esempi innumerevoli vengono riportati per chiarire come i riti sacrificali siano stati istituiti, in tutto il mondo, per diminuire, esorcizzare, sopire provvisoriamente, la violenza, molte volte esacerbata da ingiustizie, commesse anche dai potenti. Anzi: proprio le violenze commesse dai potenti sono necessarie per fare di loro dei capri espiatori, catartici per il popolo. Il re deve commettere mancanze e violenze, deve commettere tutte le mancanze che il popolo vorrebbe commettere, perché rappresenta il popolo stesso, è il popolo stesso ed il suo sacrificio estinguerà, almeno per un periodo, il senso di colpa del popolo, per aver commesso tali violenze: anche le violenze, solo pensate dal popolo (adultèri eccetera) ricadranno sul re e saranno estinte col sacrificio del re, rappresentante il popolo stesso. E questo, almeno per un certo periodo, contribuirà alla pace ed alla tranquillità sociale. Questi meccanismi possono sembrare strani ma sono diffusi in tutto il mondo: le comunità umane non sono riuscite ad inventare nulla di migliore.
5. L’Antico Testamento è permeato di questa violenza e cerca di spiegarla alla meno peggio, auspicando, tra le righe, la fine della violenza stessa, in forma pudica e riservata. Dio, ad esempio, per essere in armonia con le tradizioni assassine esistenti, viene raffigurato, immaginato, come richiedente ad Abramo il sacrificio di Isacco ma, in realtà, successivamente Dio interviene, per evitare che Abramo sacrifichi il figlio e lo invita a sostituirlo con un agnello. Ecco, in questo caso, uno dei primi aneliti di non violenza. La Bibbia stessa si apre con l’assassinio di Abele e la preoccupazione di Caino è quella della vendetta che subirà (settanta volte sette…): il seme della violenza è in tal modo innescato e si propagherà attraverso la vendetta.
6. Con varie argomentazioni, Girard arriva alla conclusione e cioè che c’è un solo sistema per estirpare la violenza: non reagire alla violenza, alla vendetta, se non addirittura porgere l’altra guancia e subire così la reazione, incredula e rabbiosa, delle istituzioni. Questo fece il Cristo, allontanandosi definitivamente dalla violenza e pagando in prima persona. Questo è il profondo significato di Matteo 13, 35. La reazione rabbiosa delle istituzioni, che crocifiggono il Cristo, si spiega perché, per mantenere l’ordine (apparente) in un mondo violento, non restava che applicare la violenza. Il messaggio del Cristo quindi risulta avulso da ogni realtà ed  è incomprensibile. Come previsto dal Cristo stesso, il messaggio delle non-violenza doveva per forza essere cancellato dalle autorità: non sarebbe potuto essere diversamente.
7. Nella spirale di violenza, sempre crescente, siamo arrivati al nazismo, il Male con la M maiuscola e vorremmo, forse, peggiorare ancora ma l’arma atomica ha creato una pietra miliare, uno spaventoso deterrente, nella storia umana: per evitare la fine, bisognerà evitare la violenza. Da Hiroshima e Nagasaki, l’istinto umano di violenza continua a sussistere ma è come contenuto in una camicia di forza, impone riflessioni attente, per evitare ciò che Giovanni chiama l’Apocalisse. Per la prima volta, ci si rende conto che la violenza potrebbe essere senza ritorno. Sinora, i regnanti avevano pensato di non pagare, se non a prezzi ragionevoli, la conseguenza dei loro soprusi e delle loro perversità ma, questa volta, l’arma atomica ha servito da dissuasore. Consci dell’Apocalisse probabile ed imminente (Giovanni definisce per ben 27 volte Gesù Cristo come l’Agnello Immolato, Colui che ha la missione di abolire la violenza, la quale è il vero male dell’Uomo), gli uomini, con l’incubo dell’atomica, stanno cominciando a capire che la violenza deve finire. Lo fanno tuttavia per paura del peggio ma è sempre meglio che niente.
8. Nel senso del punto precedente, si vorrebbe quasi dire che l’atomica non sia stata un male assoluto, se ha dato il via ad una certa ragionevolezza, anche se soltanto per paura, nei potenti della Terra.
9. Con una lettura colta, scientifica, filosofica, coerente, Girard spiega e disserta su come, nel Nuovo Testamento, NON CI SIA TRACCIA DI VIOLENZA PROFESSATA O DICHIARATA, benché ci siano, ovviamente, dei riferimenti alla violenza dell’Antico Testamento, letti tuttavia in chiave negativa, di dissuasione necessaria.
10. Dall’avvento del Nuovo Testamento, le istituzioni religiose lo hanno pur predicato ma non hanno colto la necessità di dare il vero, profondo insegnamento in esso contenuto: forse a parole ma non certo con l’esempio. Nessuno ha ripetuto la vera non-violenza del Cristo.
Questi i punti salienti del libro. Procederemo ora con alcuni passi, tratti dal libro stesso, per chi non si fosse ancora convinto della necessità assoluta di leggerlo. Gli eventuali numeri che troverete tra parentesi quadre, ad esempio [5] fanno riferimento ad un punto del decalogo qui sopra esposto.

CITAZIONI DAL TESTO

C’è, in ogni epoca, una organizzazione autoritaria del sapere per la quale ogni scoperta che lo metta in discussione costituisce una minaccia. [6]

Non c’è nulla o quasi, nei comportamenti umani, che non sia appreso per imitazione. Se gli uomini, ad un tratto, cessassero di imitare, tutte le forme culturali e sociali svanirebbero. Nel bene e nel male, la mimesi è dunque la chiave dell’evoluzione sociale umana. Dalla mimesi deriva quindi quasi tutto.  [2]

La dimensione mimetica è anche la dimensione conflittuale. Fin da piccoli, imitiamo i gesti: se esiste una unica noce di cocco, posso imitare colui, che mi ha preceduto nell’afferrarla, solo impossessandomene ma, se temo le conseguenze, devo reprimere il mio desiderio. Gli esseri viventi devono quindi prevenire i conflitti inevitabilmente provocati dalla convergenza di gesti (voglio anch’io la noce di cocco, perché imito l’altro) in difetto di obiettivi disponibili (non ci sono due noci di cocco). In caso di scontro, si genererà violenza, invidia, rancore, desiderio di vendetta, perché ogni contendente, per istinto naturale, pensa di essere migliore e di non dover né voler soccombere: accetta magari la perdita della battaglia a breve, ma non si rassegna e vuole vincere, istintivamente, la guerra a lungo termine. [2]

Sperimentalmente, arriviamo a dire che l’istinto di vincere è più profondo e non dipende solo dalla carenza delle noci di cocco. Mettete venti giocattoli, tutti uguali identici, in una stanza con dieci bambini piccoli: la mimesi spingerà a voler impossessarsi del giocattolo in mano all’altro bambino. Voglio quello, proprio quello. Se l’altro bambino ci sta giocando, sarà probabilmente un giocattolo migliore, anche se non sembra. [2]

…penso che i conflitti provocati dalla mimesi di appropriazione possano chiarire subito una questione etnologica fondamentale: la questione del divieto. [2] Non esiste cultura che non proibisca la violenza all’interno di gruppi in coabitazione: essendo la mimesi all’origine della violenza, all’interno del gruppo la mimesi va proibita. Bisogna quindi astenersi, per evitare la violenza, di copiare i gesti di altri membri della comunità, di copiarne anche le parole. Tutto ciò che è copia, magari non si sa bene come, può essere causa di violenza. Uno specchio che genera copie visive deve essere messo all’indice, per rafforzare il concetto che le copie non sono ammesse. Gli specchi sono frequentemente associati al diavolo. Lo stesso dicasi per i gemelli, i quali sono una sorta di copia. Non desiderare la roba d’altri o la donna d’altri sono dettami per evitare approcci mimetici. Non si deve poter dire ‘anch’io’: la violenza, distruttrice della comunità, sarebbe in agguato. L’imitazione raddoppia l’oggetto imitato: operazioni magiche potrebbero colpire l’oggetto imitato per danneggiare l’oggetto originale. Ciò suggerisce come i primitivi colgano perfettamente il rapporto esistente tra il mimetico e il violento. Caino, in realtà, diceva: Anch’io vorrei vedere accettate le mie offerte, perché solo quelle di Abele sono accettate? Ogni riproduzione mimetica evoca subito la violenza: perché non anch’io? Sono forse inferiore? Ne va del mio istinto di sopravvivenza. [3]

La mimesi genera anche la terminologia. Concorrente: che corre assieme (allo stesso obiettivo). Rivale: Vuole ciò che voglio io sull’altra sponda del fiume (rivierasco)[2]
Nei tempi moderni, abbiamo i tribunali e i giudici. Nei tempi antichi, avevamo il desiderio mimetico che fa uccidere per sottrarre il bene al rivale ma anche la legge del taglione è una forma mimetica, la vendetta di sangue implica una forma mimetica: assassinare un assassino. Una volta instaurata una faida mimetica, essa sarebbe la distruzione della comunità. La mimesi, quanto più divide, tanto più si riproduce. Il principio esseno di Hillel, non fare agli altri ciò che non è stato fatto a te, implica: non c’è stata mimesi, fermati.[2] [4]

I divieti mirano ad escludere tutto ciò che minaccia la comunità. Il diluvio universale si abbatterà sugli uomini violenti, che vogliono le cose degli altri. [5]
Il desiderio di mimesi è talmente profondo che non può essere proibito e basta. Deve essere lasciato affiorare e questo lo si fa nelle cerimonie religiose, sotto il controllo ferreo dei capi della comunità. Nei loro rituali religiosi, le società primitive si abbandonano, volontariamente, a ciò che, per il resto del tempo, temono più di tutto e cioè la dissoluzione mimetica dell’intera comunità. Concedendo ai membri della comunità di gettarsi, sotto controllo, ritualizzando, l’approccio al male maggiore, cioè alla mimesi, si cerca di evitare che il male esploda in modo inconsulto. Non dimentichiamo che il rituale prevede come l’episodio andrà a finire. Se temo, nella mimesi di proprietà, l’assassinio di colui che ha il gregge più grande da parte degli altri, nella cerimonia che lo rappresenta, tale assassinio sarà condotto con un coltello finto e quindi il risultato sarà incruento. Parecchie storie etniche parlano di dei che avevano enormi greggi eccetera. In buona sostanza, si pensa che l’assassinio simulato possa evitare l’assassinio reale. [4]

All’opposizione di ciascuno contro ciascuno, dove ciascuno può essere contemporaneamente il persecutore e ciascuno può essere contemporaneamente anche la vittima, situazione che si potrebbe avere nella realtà delle comunità, viene istituita una cerimonia, dove il sacerdote rappresenta tutta la comunità persecutrice e il montone rappresenta tutta la comunità vittima. Il sacrificio del montone, da parte del sacerdote, dovrebbe estinguere, almeno nelle intenzioni ed almeno per un certo periodo, le necessità insoddisfatte della comunità; se non estinguerle, quanto meno sopirle. Ma il montone non ha solidarietà da parte di alcuno e quindi il sacrificio non può suscitare faide o desideri di vendetta. Con una violenza in più, col sacrificio di UNA VITTIMA INNOCENTE, si sopiscono le violenze, usando una violenza ultima. Il capro espiatorio DEVE essere una vittima innocente, ieratica, avulsa dalla realtà delle abitudini quotidiane: il suo sacrificio merita la santità, è morto per noi. A differenza di quanto sostenuto da Freud, viene in primo luogo la crisi mimetica (uno vuole ciò che ha un altro), poi subentra l’assassinio collettivo che ne costituisce al tempo stesso il parossismo, la catarsi e la conclusione. La colpa della violenza umana, col rituale, viene posta addosso al dio della comunità (anche i nostri dei sono così, ma noi sappiamo come liberarci dalla violenza), inoltre, viene posta addosso  al re.  [3] Vedere in bibliografia Il Ramo d’oro di J. Frazer.

[segue]

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