René Girard 3 [631]

Girard3
René Girard (1923-2015): Delle cose nascoste sin dalla fondazione del mondo.

Proseguiamo dal precedente articolo [629], con la parte successiva del libro stesso, che s’inizia con un capitolo intitolato “Somiglianze tra i miti biblici e la mitologia mondiale”.

Nell’Antico Testamento, troviamo tre argomenti essenziali:

La distruzione dei nuclei delle comunità, tramite l’annullamento delle gerarchie e delle differenze: per evitare questo, bisogna mantenere le individualità, eliminare i doppi ed evitare il disordine; così operando, si evita la distruzione delle gerarchie.

Il tutti contro uno, della violenza collettiva, va incanalato, esorcizzato, ritualizzato, riducendo i contenuti violenti al sacrificio di una vittima innocente, che non possa dare il via a faide e vendette.

Come proclamare i divieti relativi e come organizzare i rituali relativi.

In realtà, in tutto l’Antico Testamento, non si parla altro che di questi tre punti.

Le righe iniziali del Genesi, circa la creazione del mondo, riguardano Adamo ed Eva, che non seguono delle norme e creano disordine; Caino ed Abele e la violenza non ritualizzata di Caino, la vendetta libera contro Caino, per ben settantasette volte dovrà essere regolamentata e canalizzata; la confusione, il disordine della Torre di Babele, la corruzione per ottenere i doppi a Sodoma e Gomorra, il diluvio universale. Tutto questo fa parte delle conseguenze della mimesi non ritualizzata degli uomini. Questo è il tema, frequentissimo, dei doppi e dei gemelli: Caino ed Abele, Giacobbe ed Esaù, Giuseppe che si differenzia dagli undici fratelli e inoltre, evitando la mimesi, si allontana dai fratelli ed assume un comando di rilievo in Egitto. La risoluzione della crisi e il ritorno alla differenziazione avvengono sempre in modo violento, non ritualizzato, con l’espulsione o l’eliminazione di uno dei fratelli, di uno dei doppi e questo, per la comunità, è male. In tutti gli episodi principali esiste, quindi, l’osservazione che, non essendoci ritualizzazione e regolamentazione, l’assassinio e la connaturata violenza sono l’eredità che viene lasciata al genere umano. D’altronde, l’uomo ha fatto Dio a sua immagine e somiglianza e non viceversa. Non si deve dimenticare che, in realtà, la storia di Adamo ed Eva, di Caino ed Abele sono opera degli uomini. Vi si rappresenta un Dio violento, che assume la violenza come strumento e fonda l’umanità, cacciando Adamo ed Eva lontano da sé.

Esaù e Giacobbe aleggiano attorno alla violenza. La lotta di Giacobbe, con l’angelo, è una lotta di doppi. La lotta è equilibrata e all’inizio della disputa l’angelo è chiamato “uomo”: un doppio di Giacobbe. Solo vincendo e perdendo le sembianze confuse di uomo, l’angelo si toglie dal doppio di Giacobbe e, solo allora, Giacobbe si inginocchia. Fin che erano, entrambi, i costituenti di un doppio, l’angelo e Giacobbe lottavano. Solo la fine del doppio riporta l’ordine e la pace. Noè si toglie dal doppio con gli altri uomini ed acquista una differenziazione, un’identità, un riconoscimento, quando solo lui rimane. Solo Lot, con la sua famiglia appresso, sfugge a Sodoma e Gomorra: non ci sono più doppi, non c’è più mimesi. La moglie di Lot, comunque, che si volta indietro, a contemplare il disastro della mimesi e della violenza, diventa una statua di sale perché la via che toglie dal doppio è irta di difficoltà e richiede un capro espiatorio che paghi innocentemente: non voltarti indietro, prosegui verso la ritualizzazione che annienterà la mimesi e quindi la violenza. Lot non si può vendicare della morte della moglie: la vendetta non può proseguire. La moglie di Lot non ha obbedito alla proibizione di voltarsi indietro. La moglie di Lot reintroduce il concetto di vittima unica.

Venendo al terzo punto, l’elaborazione dei divieti e dei rituali, Abramo salva il figlio Isacco perché Dio gli concede un rituale, una vittima sostitutiva: un agnello. Il sacrificio andava comunque fatto: nell’Antico Testamento, Dio lo vuole..

Giacobbe compera la primogenitura da Esaù. Per placare l’eventuale ira del padre Isacco, che lo dovrebbe maledire per il gesto, Giacobbe offre al padre un pasto propiziatorio, immolando dei capretti. Nel momento in cui Isacco dovrebbe lanciare la maledizione a Giacobbe, Giacobbe, nascosto sotto la pelle dei capretti, viene scambiato dal padre per Esaù e la maledizione non può aver luogo. Il sacrificio dei capretti ha propiziato il tutto ed ha salvato Giacobbe. Inoltre, notare che l’eventuale maledizione richiederebbe l’osservanza assoluta e scrupolosa del rituale, del cerimoniale. Anche presso i Romani, una cerimonia non ha alcun valore, non può raggiungere i suoi obiettivi se la cerimonia stessa non sia scrupolosamente osservata nei dettagli: tutto ciò, serve ad inibire il gesto inconsulto, l’improvvisazione.

Rispettando i rituali, Noè ottiene l’alleanza con Dio. Jahvé fa la grande promessa ad Abramo, circa il futuro del suo popolo, dopo il sacrificio rituale che ha risparmiato Isacco.

Approfondendo il discorso di Caino, dobbiamo notare che, senza motivo alcuno (se non antropologico, dove il sistema era basato sui pastori e quindi l’agricoltore Caino “stava uccidendo” i pastori), Dio accetta le offerte di Abele e respinge quelle di Caino. Il sottile messaggio è che, comunque, anche se Dio avesse accettato le offerte di Caino, si sarebbe creato un doppio. Dio non vuole il doppio e respinge, non accetta, le offerte di Caino. Ma la mimesi insita negli umani obbliga Caino a non essere da meno di Abele e lo uccide. L’omicidio primigenio è necessario, nella storia biblica, per creare il presupposto e per regolamentare così ritualmente gli eventuali impulsi omicidi del futuro. Caino dice infatti che la pena inflittagli da Dio è troppo grande (sarai ramingo e fuggiasco) perché tutti vorranno vendicare Abele. Ma Dio, per interrompere immediatamente la mimesi vendicativa, dice: Orbene, chiunque ucciderà Caino, sarà punito sette volte tanto. Guai a proseguire nella vendetta. Dio, per ottenere il suo scopo, avrebbe potuto semplicemente rendere Caino irriconoscibile e Caino non avrebbe corso il rischio di subire vendette: ma allora tutta la storia non sarebbe più stata educativa. Caino, invece, viene segnato (il segno di Caino) perché sia chiaro che Caino non sarà perseguitato perché irriconoscibile, anzi egli è affatto riconoscibile, in quanto ha il segno: eviterà la persecuzione semplicemente perché Dio vuole che il ciclo delle vendette si interrompa. Nei passi successivi, uno dei discendenti di Caino, Lamec, dice: se sette volte sarà vendicato Caino (ovvero chi lo toccherà), Lamec sarà vendicato settantasette volte. Ovvero: questa è la legge, è proibita assolutamente la vendetta, il tutto deve essere svolto in termini rituali, di assemblea giudicante, di tribunale.

In conclusione, pur essendo l’assassinio il fondatore della nemesi umana, l’assassinio di Abele costituisce un unico prodromo differenziato da tutti gli altri omicidi futuri, non costituendo così un doppio. Le altre violenze successive, vanno regolamentate differentemente, scoraggiando la mimesi ed il conflitto generalizzato.

In qualche modo, la Bibbia è riuscita a spiegare (per la verità non troppo bene), l’assassinio primordiale e la sua degenerazione ovvero propagazione successiva: per i capi delle comunità, non era in effetti molto importante dissertare sul perché la natura umana fosse tale: la violenza che porta all’assassinio c’è e tanto basti; l’importante era cercare di porre rimedio alla mimesi ed alla violenza stessa.

Per lo meno, l’assassinio di Remo da parte di Romolo ha un minimo di ragion d’essere. Nel caso di Caino, invece, il fatto preponderante è una non spiegata preferenza per le offerte di Abele, praticamente una ingiustizia ma si doveva creare artatamente il presupposto. Resta il fatto che, sia che si attribuisca un errore iniziale a Dio, per non essere stato equo nell’accettare le offerte, sia che lo si voglia attribuire a Caino, c’è una sola vittima veramente innocente: Abele, un capro espiatorio. La razza umana, comunque, parte da un assassinio.

Il libro prosegue e cita esempi su esempi, che non avrebbero significato alcuno se avulsi dalla chiave di lettura che abbiamo illustrato.

Rivelazione evangelica di come l’assassinio sia il fondatore della storia umana.

Come abbiamo detto ampiamente, benché l’Antico Testamento cerchi di ripudiare la violenza, nei fatti la stessa permane, anche se si cerca di ritualizzarla. Per avere una ferma, assoluta, totale condanna della violenza, il Nuovo Testamento usa sempre e soltanto termini, frasi ed osservazioni che mai sono stati usati nel precedente Vecchio Testamento. Infatti, leggiamo in Matteo 23, 34-36:

“Ecco, io vi mando profeti, sapienti e scribi; voi li flagellerete nelle vostre sinagoghe e li perseguiterete di città in città e in questo modo ricadrà su di voi tutto il sangue dei giusti, sparso sulla terra, dal sangue di Abele sino al sangue di Zaccaria, figlio di Barachia, che voi avete ucciso tra il tempio e l’altare! In verità vi dico, tutto questo ricadrà su questa generazione.”

Il Nuovo Testamento dice quindi che anche uccidendo ritualmente, tra il tempio e l’altare, per esorcizzare la violenza, non si fa altro che procrastinare la fine della violenza stessa, tenendola viva, commettendo al contempo un altro assassinio. Dall’assassinio originario, nonostante la ritualizzazione, la violenza è sempre in agguato. La novella, che promana dal Cristo, è: la violenza deve scomparire ed anche i riti che la esorcizzano. Anche il capro espiatorio, animale, l’agnello vero e proprio, è sangue che richiamerà sangue. L’unica soluzione è la non violenza, la lotta sarà che i capri espiatori volontari (il Cristo), solo sacrificando sé stessi potranno, col loro olocausto, far capire che la violenza deve finire.

Satana è il nome del processo mimetico e qualunque sacrificio, anche rituale, appartenendo al processo mimetico, appartiene a Satana. Fin dal principio, Satana fu l’omicida per antonomasia, alias, il processo mimetico è l’omicida per antonomasia. Per questo Gesù dice che: Sino a quando sarete immersi nei riti, non capirete che Satana è con voi. Queste parole, per le autorità religiose del momento, le quali erano ben lungi dal comprenderle, suonavano come bestemmia.

Quando Gesù parla della violenza, i Farisei, per rifiutare la violenza, non trovano di meglio che affidarsi alla violenza stessa. Quando una persona viene condannata a morte per aver ucciso e quindi per aver usato la violenza, non si trova di meglio che usare altra violenza e il bello è che questa ultima frase, nonostante la sua evidenza solare, ci lascia perplessi: la nostra perplessità deriva dal fatto che la violenza ormai è endemica, connaturata in noi e ci sembra impossibile che l’uomo possa cambiare: non ci crediamo.

L’uomo non è altro che una denegazione più o meno violenta della sua violenza. A ciò si riduce la legge degli uomini e così fa l’Antico Testamento, benché cerchi di allontanare la violenza il più possibile: come una nemesi, ci si ricade. Ma il Nuovo Testamento è senza violenza, è la vera parola di un Dio nuovo, diverso. Affermando ciò senza esitazione, il Cristo ci dice che, con le leggi attuali, più si cerca di evitare la violenza satanica e più essa s’impone, anche se solo ritualmente. Gesù, in questo modo, distrugge la legge e coloro che si uniscono contro di lui, a dimostrazione della profonda incomprensione di ciò che il Cristo sta sostenendo, dicono: “Vero che al tempo dei nostri padri è stato versato del sangue innocente: se noi fossimo vissuti allora, la violenza sarebbe stata evitata col rispetto di leggi severe.” Ovvero, usando altra violenza… la nemesi satanica non demorde.

Il Cristo conclude dicendo che questa verità, magari tra millenni, prenderà vita: ecco Giovanni e l’Apocalisse, la distruzione cioè del concetto di violenza e del suo artefice, Satana. Tutto ciò che è nascosto, sarà rivelato. Satana non ha fatto altro che quanto segue: finché l’uomo vorrà essere non sé stesso ma l’altro uomo che ha di fronte (mimesi), il paradiso in terra non ci sarà. L’opera di Satana consiste in questo: instillare, nelle menti, il desiderio di essere uguali all’altro. Il dramma è tutto nella frase: “Anch’io, anch’io…”. Ciò innesca tutto il processo satanico. Ed ogni rimedio, rituale o meno, non fa altro che aumentare la dimensione del processo stesso e quindi la perpetuazione della violenza.

Mi sembra che una cosa sia da far notare: essendo il re uno dei principali candidati al ruolo di capro espiatorio, vogliamo sottolineare, se ce ne fosse bisogno, che Gesù, oltre che porsi volontariamente come capro espiatorio, viene ricondotto a tale ruolo dai legionari romani, i quali lo travestono per l’appunto da re, con la corona di spine, lo scettro di canna e un manto regale color porpora.

Ma il tempo della violenza rituale è finito: per la prima volta, Cristo dice che le colpe del rito ricadranno su coloro che l’hanno celebrato.  Le vittime sacrificali, da sempre, hanno avuto una tomba a ricordo del loro sacrificio. Ma la tomba di Cristo non ci sarà, perché i riti sacrificali hanno fatto il loro tempo. Nessuno vuole, comunque, essere responsabile della Passione di Cristo, per il semplice motivo che nel rito collettivo si perde l’identità dell’assassino, che diventa indifferenziata. Ma questa volta, sia chiaro: “Il sangue di Cristo ricadrà su questa generazione.” Come dire che anche i sacrifici rituali sono violenza mascherata, e nelle Nuove Scritture non potranno rimanere impuniti.

[segue]

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