René Girard 4 [633]

Girard4

Proseguiamo dal precedente articolo e cioè dal numero [631]

Il primo martire: Santo Stefano

Sintomatico è l’assassinio di Santo Stefano, primo martire, il quale ripete (Luca, Atti degli Apostoli 7, 51-58) quanto detto da Gesù davanti al Sinedrio: “…siete come i vostri padri: avete ucciso il Giusto, Gesù, perché vi diceva la verità: volete punire la violenza ma in verità siete violenti più dei vostri padri.

La legge che punisce il violento con la violenza ricadrà su di voi ed i vostri figli vi rinnegheranno, così come voi state rinnegando i vostri padri. Perché, in voi, nulla è cambiato. Udendo queste parole, essi fremevano di rabbia e si aizzavano l’un l’altro contro Stefano. Per non ascoltare, si turarono gli orecchi e si avventarono contro di lui, lo cacciarono fuori le mura e si diedero a lapidarlo.”
La legge, ipocritamente, non voleva violenza all’interno delle mura: fuori le mura, si può usare la violenza rituale. La lapidazione è riservata ai delinquenti peggiori. La lapidazione non ha un assassino ma tante mani assassine indifferenziate e quindi non c’è l’assassino, non è identificabile: l’assassinio è fatto dalla comunità. Se avessero ascoltato Stefano, avrebbero ascoltato un bestemmiatore che stava distruggendo le leggi della comunità: sarebbe stata l’anarchia. Si volevano quindi eliminare i pericoli, nei quali il bestemmiatore poteva gettare la comunità.

Si uccide chi vuol cambiare la legge sulla violenza, definendolo un violento (da violare, che vïola la legge) e praticando su di lui nuova violenza: la nemesi satanica.

In questo ultimo passo sta tutto il significato del Nuovo Testamento.

D’ora innanzi, anche ostinandosi a ripetere i riti, i sacrifici appariranno chiari nella loro essenza: sono e saranno, sempre e soltanto, dei comuni delitti.

Ma i cristiani, nei secoli successivi, ne penseranno un’altra: per non riconoscersi oggetto del messaggio del Cristo, decidono che il messaggio del Cristo e la sua implicita maledizione nemetica, riguardano soltanto gli Ebrei.

Colmo dei colmi, i cristiani, ben decisi una volta per tutte a sbarazzarsi della violenza, creano la violenza a spese di un nuovo capro espiatorio: l’Ebreo.

Questa volta, sono i cristiani a dire: “Vero è che al tempo dei nostri padri è stato versato il sangue innocente del Cristo e di altri santi: se noi fossimo vissuti allora, la violenza sarebbe stata evitata. Col rispetto di leggi severe, gli Ebrei non avrebbero potuto fare quello che hanno fatto. Vanno puniti.” La nemesi satanica, esattamente come prima, si tramanda, si perpetua.

Dimostrazione che il testo evangelico non è sacrificale.

Matteo 9, 13: “Andate, dunque, a imparare il significato vero della Parola che fu detta: Misericordia, io voglio, e non sacrificio.”

E poi, in Matteo 5, 23-24: “Quando presenti la tua offerta all’altare, se lì ti ricordi che tuo fratello ha del risentimento contro di te, lascia la tua offerta là dinanzi all’altare e va’ prima a riconciliarti con tuo fratello; poi torna e presenta allora la tua offerta.”

AgnusDei
ECCE AGNUS DEI

Abbiamo negli orecchi il concetto, secondo la logica dell’Antico Testamento, che la Passione di Gesù Cristo sia stata un sacrificio. Ci soccorre infatti l’immagine cristiana dell’agnello sacrificale senza macchia, che per i cristiani indica la crocifissione, per rimettere i peccati del mondo.

 

 

Non c’è nulla nel Nuovo Testamento che parli della Passione di Gesù come sacrificio. Benché tale sia tutt’ora la lettura dominante, che ha portato alla creazione della comunità cristiana così come la conosciamo e al concetto che comunemente attribuiamo alla crocifissione, quello del Cristo è stato un non-sacrificio. In realtà, non può essere un sacrificio perché non c’era nulla da sacrificare, non c’era alcuna cerimonia, alcun rituale non c’era alcuna violenza da sopire né alcuna questione da dirimere: era semplicemente un assassinio ma sentiamo, comunque, dire che Cristo si è sacrificato per noi. Questo punto di vista perpetua la violenza mimetica. Il Cristo ha voluto, anzi, sovvertire il sacrificio, impedirgli per sempre di funzionare, costringendo il meccanismo fondatore (l’assassinio) a uscire dal suo ritiro, esponendo alla luce del sole il nefasto meccanismo vittimario. Il Cristo si è fatto uccidere perché tutti capissero che in realtà si è trattato comunque e soltanto di un assassinio. La distinzione è oltremodo sottile. Vedremo più avanti come, per un non violento, non ci fosse alternativa.
Nonostante questo, i cristiani non hanno creduto nel messaggio e tutti i delitti-sacrifici commessi nel nome del Cristo, successivamente, dimostrano che il tempo dell’Apocalisse (scomparsa di Satana e della mimesi, avvento del nuovo regno della non-violenza) è ancora lontano.

Alcune osservazioni, anche sulla violenza di Dio padre, così come viene postulata nell’apocrifa Epistola agli Ebrei.

Ravvisando nella Passione un ulteriore sacrificio, si tende a minimizzare l’opera del Figlio e quindi anche il Padre dovrebbe, per logica coerenza, essere ancora imbevuto di violenza. Infatti:

La Lettera agli Ebrei, inserita nel Nuovo Testamento e precisamente negli Atti degli Apostoli, non è una lettera, non è di San Paolo, non è diretta agli Ebrei (chi fosse desideroso di approfondire, la può leggere altrove). Si tratta di un tentativo apocrifo di reintrodurre il sacrifico e la violenza. Parliamo prima, per dimostrarlo, di Matteo 5, 44-45:

“Avete inteso che fu detto: Amerai il tuo prossimo e odierai il tuo nemico. Ma io vi dico, invece: amate i vostri nemici, pregate per coloro che vi perseguitano; così sarete figli del Padre vostro che è nei cieli.”

Nella cosiddetta Epistola agli Ebrei, invece, avremmo un Dio che, miserabilmente, necessiterebbe di vendicare il suo onore, compromesso dai peccati dell’umanità ma così ci sarebbe la grande contraddizione: reclamare vendetta per la morte del Figlio, il che, comunque, vanificherebbe il concetto del sacrificio, istituito comunque per non dar luogo a violenza. Pur se ancora tollerabile per la mentalità medioevale, l’aggancio offerto dall’Epistola agli Ebrei, che ripropone il sacrificale, è stato causa di pogrom e di violenze, ponendosi in un contrasto evidente con Matteo. Tale apocrifa Epistola ha pescato nelle menti ancora inquinate dalla violenza e la nemesi della violenza, ancora una volta, non si estingue.

Ed ora, un’osservazione personale. Sin da piccoli, in Chiesa, ascoltando le Letture, ci si trovava di fronte ad una bontà, ad una generosità nei Vangeli, talmente profonda che destava perplessità, incoerente al massimo col Vecchio Testamento. Increduli, dentro di noi pensavamo come fosse possibile anche solo concepire tali Letture. Nessuno ci aveva mai spiegato chiaramente il Messaggio, così come ha fatto René Girard: ora, a fronte di queste nuove conoscenze, tutto risulta, invece, chiarissimo. Il Nuovo Testamento, quindi, propone un tema che Gesù ha riproposto infinite volte nella sua predicazione: una riconciliazione assoluta, costi quel che costi, senza riserve mentali e senza intermediario sacrificale. Dio, quindi per la prima volta viene rivelato per quello che è e non per quello che gli uomini vorrebbero che fosse: la verità di cui ci parla il Cristo è che il Padre rigetta ed aborre la violenza e che per nessun motivo la userà mai, nemmeno per mantenere la giustizia. Per l’uomo, abituato alla violenza quanto meno ritualizzata, ciò è al di fuori di ogni comprensione. I non violenti, quindi, sono due: il Padre ed il Figlio. Per questo motivo, il Figlio è l’unica via per giungere al Padre ed alla comprensione di cosa Egli sia.

Come e perché la violenza, dopo l’avvento del Nuovo Testamento, sia insopportabilmente più grave.

Nell’Antico Testamento, il fatto che Dio sia violento ed ispiratore della violenza e, inoltre, il fatto che il meccanismo fondatore sia l’assassinio, collegato a tali violenze, rende il tutto più accettabile, perché alla fin fine, la violenza di Dio, se togliamo l’assassinio prodromico di Caino, è catartica, a fin di bene, insomma Dio ha uno scopo positivo finale quando usa la violenza. Nel Nuovo Testamento, invece, la violenza è tanto più terribile in quanto fine a sé stessa e in quanto completamente avulsa da Dio Padre che la rigetta. La violenza conoscerà, pertanto, una recrudescenza che porterà gli uomini verso l’Apocalisse, dove la violenza, la mimesi satanica e la ritualità sacrificale saranno sconfitte per sempre.

Il Discorso della Montagna

Siamo ora maturi per comprendere il Discorso della Montagna che, sin da piccoli, ascoltavamo in chiesa dalla voce di qualcuno. Come già detto sopra più genericamente, tale Discorso ci sembrava, se possibile, ancor più incredibile degli altri passi dei Vangeli. Pensavamo forse che potesse nascondere un messaggio tra le righe; che fosse qualcosa di velleitario e poco significante, se non addirittura che nascondesse qualcosa dal significato occulto. Dopo le nostre nuove conoscenze, rileggiamolo:

“Avete udito che fu detto: occhio per occhio e dente per dente. Ebbene! in verità vi dico: non contrastate il malvagio! anzi, se uno ti percuote sulla guancia destra, porgigli anche l’altra; e a chi ti vuol chiamare in giudizio e toglierti la tunica, lasciagli anche il mantello.” (Matteo 5, 38-40)

Ora, invece, dopo tutto ciò che abbiamo appreso, per la prima volta ci risulta chiarissimo: ma soprattutto ci è chiaro che, per porre termine alla violenza, non può essere diversamente: può essere solo così. Concretamente, stiamo parlando del problema di mimesi satanica che si riduce alla dichiarazione: “Anch’io, anch’io…”. Tutti i problemi dell’umanità partono quindi dal satanico “Anch’io, anch’io…”.

Bisogna quindi accingerci all’opera, che ci sembra inverosimile, di rinunciare a comportamenti che ci sono sempre sembrati corretti. Ci sembra giusto, per esempio, rispondere alle buone maniere con le buone maniere e, viceversa, a quelle cattive con le cattive ma questo è ciò che è sempre successo ed è proprio per questo che siamo comunque immersi nella violenza.

Ci immaginiamo che, per sfuggire alla violenza, basti rinunziare ad ogni iniziativa violenta ma poiché nessuno crede mai di dare inizio per primo alla spirale violenta e tenuto conto di come la violenza sia mimetica, noi tutti siamo convinti che la violenza come legittima rappresaglia sia un’altra cosa: non lo è. In definitiva, poiché la violenza è appunto mimetica (io non voglio essere da meno dell’antagonista) e nessuno si sente mai responsabile della sua prima esplosione, soltanto una rinuncia incondizionata potrà approdare al risultato augurato. Non sembra, tuttavia, nel modo più assoluto, che noi uomini si sia ancora pronti per questo, anche se è vero che “se tutti gli uomini, tutti, porgessero l’altra guancia, nessuna guancia verrebbe colpita”.

Inoltre: se tutti si sottraggono a tale principio, tranne uno, che offre l’altra guancia, la sua sorte è segnata e la sua morte è decisa.

Gesù doveva morire per la logica dei fatti e non per il sacrificio che si vuol credere si sia realizzato.

Una divinità non violenta, se esiste (e pertanto sia coerente) non può segnalare la sua esistenza agli uomini che facendosi cacciare dalla violenza, dimostrando agli uomini che non può rimanere nel Regno della Violenza e coesistervi. Qualunque altro modo tale divinità volesse usare per dimostrare la sua esistenza, sarebbe un modo più o meno violento.

La frase precedente, tuttavia, per chi vive nel Regno della Violenza (praticamente per noi tutti), è priva di ogni significato.

La rinuncia alla mimesi in nome dell’amore.

Non dimentichiamo che l’Antico Testamento, benché debba tener conto di un mondo violento, è sempre propenso all’eliminazione della violenza stessa, collocandosi, tenuto conto dei tempi, su di un piano relativamente evoluto. Per sottolineare quanto appena detto, parliamo di Salomone e del giudizio sulle due madri. Due madri stanno disputando perché, di due figli uno è morto ed entrambe sostengono come il bambino superstite sia il proprio figlio. Portate le due madri al cospetto di Salomone, il re esprime il seguente giudizio: il bambino venga tagliato in due e ne sia assegnata una metà a ciascuna madre. La reazione della prima madre è che il giudizio è giusto, mentre la seconda preferisce rinunciare alla sua metà pur che il figlio resti vivo e contestualmente dice al re di preferire l’affidamento del bimbo all’altra donna. Salomone allora decide di assegnare il bambino alla seconda, che non voleva la morte del piccolo. La madre, che alla fine ha avuto in consegna il bambino, in realtà, ha rinunciato alla mimesi.

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