Uno diverso [266]

Fotografia ed elaborazione grafica di Ernesto Giorgi ©
Fotografia ed elaborazione grafica di Ernesto Giorgi ©

Da quando capiva qualcosa, lui si sentiva diverso dagli altri: ignorava le cose che lo sminuivano e considerava invece moltissimo le cose che gli davano prestigio: la realtà, secondo lui, la realtà non era reale ma era reale quello che lui pensava. 

Pensava seriamente: “Da quàndo che so’ nàto mi, el móndo xe drìo cambiàr: no exìste łe combinassión par càso ełóra vól dìr che mi so’ speciàl…” [Da quando sono nato io, il mondo sta cambiando: non esistono le combinazioni casuali e allora ciò significa che io sono speciale…”

Per la verità, ogni tanto sospettava ma solo ogni tanto, di essere esattamente come gli altri, cioè uno qualsiasi, ma scacciava la brutta idea con un gesto, lo stesso gesto che si esegue per scacciare un insetto fastidioso.

Certe volte, pensava che i dodici segni zodiacali erano per la gente comune ma lui, sì, proprio lui, avrebbe meritato un segno zodiacale per conto suo… poi, venne a sapere che esisteva il segno di Ofiùco, il tredicesimo segno dello zodiaco: ciò gli fece decidere che quel segno era là, che attendeva lui e si convinse ancora di più di essere diverso. Ofiùco era il suo segno zodiacale, diverso per uno diverso.

Il suo nome e cognome confermavano la sua individualità: era lui solo a Venezia ad averli, almeno così diceva l’elenco del telefono. Quando cercò su Internet il suo nome e cognome e si accorse che di omonimi al mondo ce n’erano a decine, cercò di dimenticare l’episodio, dicendo a sé stesso che il nome e il cognome in realtà non significavano alcunché.

Quando parlava coi conoscenti, se si azzardava ad esprimere un’idea nuova, la reazione delle persone era come se dicessero: “Sénti che ràssa de stupidàe…” [Senti che razza di scempiaggini]. Se invece esprimeva qualcosa di invalso, di conosciuto, la reazione delle persone era come se dicessero: “’Sta ròba i ła sà tùti, còssa ghe pararà mài de dìr…” [Questa cosa la sanno tutti, cosa mai gli sembrerà di dire…].

Eppure, lui si sentiva diverso e non era un’impressione: ne era sicuro.

Gli dava estremo fastidio avere i dieci comandamenti in comune con tutti gli altri: forse per questo qualcuno diventava Testimone di Geova ma anche i Testimoni di Geova si ritrovano poi in numerosa compagnia.

Faceva capire all’ascoltatore, tra le righe, che il suo pensiero era: “Mi so’ difarénte da quéi àltri, mi so’ speciàl!” [Io sono differente dagli altri, io sono speciale!]

Al che, l’ascoltatore gli rispondeva mentalmente, sempre tra le righe: ”Sènti, sénti… difarénte su cóssa, siór móna… mi sì che so’ speciàl, àltro che tì…” [Senti, senti… differente su cosa, signor sciocco…io sì che sono speciale e non tu…]

Quando ancora nessuno o quasi si faceva fare i tatuaggi, se li fece fare lui, per dimostrare che era uno speciale ma la reazione degli altri fu che lo prendevano in giro perché la diversità è disprezzata, soprattutto in un piccolo centro come Venezia (nemo profeta in patria, nessuno è profeta a casa sua].

Quando, poi, tutti coloro che volevano i tatuaggi li ebbero, lui fu considerato come il due di briscola. Aveva un bel dire: “Mi so’ stà uno dei primi…” [Io sono stato uno dei primi…] Riceveva inevitabilmente una risposta spazientita: “E łóra, cóssa ti vorèssi dìr, che ti xe stà un gènio…” [E allora, cosa vorresti dire, che sei stato un genio?]

Certe volte, pur di essere diverso, aveva pensato di uccidere qualcuno ma poi pensava che in prigione erano in tanti…

Poi pensò di mettersi in politica ed altre cose del genere ma non gli sembrava che gli fosse garantita la diversità a cui aspirava e che indubbiamente meritava.

Pensò pure che per distinguersi avrebbe potuto impegnarsi a fondo nel lavoro ed avere successo ma convenne tra sé e sé che sembrava una strada molto faticosa. Poi, se non fosse riuscito, avrebbe suscitato compatimento e se fosse riuscito avrebbe suscitato invidia e tutti avrebbero detto che con le sue misere doti era stato fortunatissimo.

Ogni tanto era contento, quando guardava i cani o i gatti perché erano tutti uguali: meno male che lui era un uomo ma, soprattutto, un uomo diverso e speciale.

UN giorno pensò: “’Sta matìna, vògio fàr ‘na ròba originàl, divèrsa, còme che so’ mi: xe quàtro mèsi che no bèvo un cafè fàto co l’órzo. Dèsso vàdo in bàr e m’in bévo ùno…”  [Questa mattina, voglio fare una cosa originale, diversa, così come sono io: sono quattro mesi che non bevo un caffè fatto con l’orzo. Adesso vado in bar e me ne bevo uno…]

Ordina il caffè con l’orzo e il barista gli dice: “Sarà stà quàtro mèsi che nissùni ordinàva cafè de órzo. A lu no ghe intaressarà ma co lù, stamatìna, quèsta xe ła quìnta ordinassión… no exìste łe combinassión par càso ełóra sto fàto el vorà pùra dìr calcòssa…” [Saranno stati quattro mesi che nessuno ordinava più caffè di orzo. A lei non interesserà ma con lei, stamattina, questa è la quinta ordinazione…non esistono le combinazioni per caso e allora questo fatto vorrà pur dire qualcosa…]

Prima di morire, si preoccupò moltissimo per l’epitaffio e decise di farvi scrivere: “Qui giace XY, uomo veramente speciale, incompreso dai suoi simili.”

Avrebbe dovuto far scrivere piuttosto ‘incompreso e dimenticato dai suoi simili’, perché dimenticato lo fu effettivamente dopo qualche mese e per sempre. Come tutti gli altri, tranne qualche piccola eccezione: ed è quella eccezione che tutti vorrebbero.

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