Un paio di guanti [673]

balconi1961a

Venezia, Riva Schiavoni, anagrafico Calle Pescheria, 3975

Una casa a Venezia, sulla Riva degli Schiavoni. Un sogno… che per chi scrive non era un sogno: era una realtà.

Potete vedere la casa, piccolina, tra un palazzo del 1700-1800 sulla sinistra e l’albergo Gabrielli sulla destra. L’appartamento dove abitavo coi miei genitori era al primo piano, piano nobile, contrassegnato sulla foto di sinistra da un cerchio rosso. Sulla foto di destra, vedete una foto in bianco e nero del 1961, coi due balconi (molto propriamente: una finestra con terrazzino che sporge, si definisce balcone). Ai due balconi sono affacciati i miei due genitori. I balconi erano una condanna perpetua.

Il legno dei balconi risaliva a metà del XVIII secolo circa (cioè attorno al 1750) ed erano in uno stato pietoso. Ma non si potevano toccare, per le disposizioni severissime del Comune di Venezia. Il motivo per cui mio padre voleva intervenire era semplicissimo: ogni santo giorno, chiudendo i balconi, c’erano delle schegge di legno in agguato, pronte a perforarti una mano.

Il legno era larice del Cansiglio, la quale zona faceva parte della Repubblica di Venezia e il larice è considerato, ancora oggi, il miglior legno per fare gli antoni, cioè gli scuri esterni. Cambiare gli scuri non sarebbe stato difficile, a patto che si trovasse un falegname disposto a garantire al Comune che il legno usato sarebbe stato larice del Cansiglio, stagionato almeno 6 anni (¿come facevano a capire che non fossero stati cinque anni?).

Per farla breve, non si trovava un falegname disposto a garantire tali caratteristiche, perché, “…el vàrda, siór Giòrgi, mi fàsso el marangón e no go copà nissùni, sti qua del Comùne i vól che ghe garantìssa quésto, che garantìssa quéło, łe fattésse ga da éssar cóme l’originàl, a incàstri de òto tòchi, uno par sóra de st’àltro ma non łe xè ciàcołe: i vól garansìe scrìte… par no parlàr del fràvo… i vòl tùti i mecanìsmi come quéłi de na vòlta voltòna: ła fassàda de ła càsa ła xe un monuménto nassionàl… me dispiàse ma no fémo gnénte. Se po’ el vól pròpio che i fémo, i ghe vignarà a costàr un òcio. Ma ghe convién prìma sentìr el vernizadór…” [guardi, signor Giorgi, io faccio il falegname e non ho mai ucciso nessuno (non ho nessuna colpa da espiare, non merito questa punizione) questi signori del Comune vogliono che garantisca questo, che garantisca quello, le forme devono essere come l’originale, ad incastri di otto pezzi, uno sopra l’altro ma non sono chiacchiere: vogliono garanzie scritte… per non parlare del fabbro… vogliono tutti i meccanismi come quelli di una volta: la facciata della casa è monumento nazionale… mi dispiace ma non facciamo alcunché. Se poi lei vuole proprio che li facciamo, le verranno a costare un occhio della testa. Ma le conviene prima sentire il verniciatore…]

E aveva ragione: il verniciatore e i problemi della verniciatura si rivelarono l’ostacolo insuperabile.

La vernice, che doveva essere usata, era il protocollo manutenzione numero… il quale protocollo constava di ben 23 ingredienti, tra i quali un olio di Candia, che il verniciatore nemmeno sapeva cosa fosse.

Il verniciatore non si rivelò, alla fine, disponibile come il falegname e non fece una questione di prezzo: non li voleva fare e basta. Concluse con la solita litanìa: “no go copà nissun…[non ho ucciso nessuno].

Ma mio padre non si rassegnava e, dopo tre raccomandate, un architetto comunale decise di farci visita. Guardò, riguardò, valutò i pro e i contro e poi disse: “Tutto sommato, lasciamoli come sono: in effetti, il regolamento comunale è scoraggiante.”

Al che mio padre disse: “Si, architetto, va bene, se lo dice lei… ¿e per le schegge?”

Con fare tra l’ironico e il semi-serio, l’architetto rispose in dialetto: “Mi, metarìa, prima de saràr i scùri, un pér de manéze…” [Io, metterei, prima di chiudere gli scuri, un paio di guanti…]

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