L’Osservatore Toscano [40]

soffiettoIl genio dell’Osservatore Toscano (d’ora in poi OT), famoso milanese, è stato ereditato, compresa l’arte fotografica correlata, tramite il padre che è stato il primo fotoreporter del Corriere della Sera. Non è facile essere figlio d’arte.

Il nostro eroico eroe si chiede, dieci volte al secondo, perennemente: “Il merito di quello che faccio: è mio oppure io sono soltanto una brutta copia di mio padre? e se mio padre non fosse stato fotografo, io cos’avrei fatto?” Assillato da questo dubbio, il nostro eroico eroe OT, magari anche lui davanti ad un’ombretta, sogna mondi dove l’identità paterna non esiste, oppure, quanto meno, non la fa da protagonista.  In tal caso, la sua arte fotografica non dipenderebbe dai lombi del padre ma sarebbe spontanea, genuina. Peccato quindi avere un padre ben noto e protagonista: se non fosse che l’immagine materna ne risulterebbe irrimediabilmente danneggiata, preferirebbe forse che il padre non fosse nemmeno esistito? (leggasi: nemmeno conosciuto?) Non si sa. Molte volte, personaggi del genere hanno la sensazione di non essere noti per la loro vera natura, ma per la natura dell’augusto padre. Sembra una raccolta di figurine negative: ogni volta che viene complimentato, il nostro eroico eroe aggiunge una figurina nera, negativa, alla sua raccolta perché sente il complimento come dovuto al padre, non a lui stesso e quindi lo sente come una umiliazione. Completato l’albo delle figurine negative, si sente autorizzato al premio negativo che spetta a chi ha completato la raccolta: allora tira fuori la testolina dalla tomba per viventi e spara la sua vera, recondita, celata personalità, dicendo:

«I veneti sono un popolo di ubriaconi. Alcolizzati atavici, i nonni, i padri, le madri (…) Poveretti i veneti, non è colpa loro se uno nasce in quel posto, è un destino (…) Basta sentire l’accento: è da ubriachi, da alcolizzati, da ombretta, da vino». Ipse dixit. Amen.

 Questo atteggiamento viene chiamato dai francesi con lo stereotipo beau geste [bel gesto]: si ritiene che si faccia per l’incomprimibile bisogno di manifestare se stessi, nella propria vera profondissima essenza. Che mi conoscano! Che sappiano chi sono veramente! Non sono soltanto l’ombra (nel senso vero, non del vino) di mio padre!

Subito dopo, richiude il suo vero essere nella tomba per viventi, rilasciando nuovamente spazio a quanto acquisito atavicamente, non prima di essersi goffamente scusato perché goffi personaggi gli hanno chiesto delle inutili scuse: non esistono scuse per costui, perché questa, rivelata improvvisamente, è la sua vera natura. Dovremmo eziandio essere contenti che si sia espresso in tal modo. Diceva un gondoliere, nel dialetto degli ubriaconi: el mona ga bisogno de far savèr chi ch’el xé [lo sprovveduto ha l’impellenza di  far sapere chi egli sia veramente]. Non può farne a meno. Non sarà il caso di OT?  non lo sappiamo e, nel dubbio, meglio non infierire.

Valga per i posteri il seguente racconto: una rana si trovava in riva alla Piave (il raccontino in dialetto alcoolizzato risale ai tempi in cui il Piave era una signorina, al XIII secolo), quando uno scorpione la pregò di traghettarlo sull’altra riva, perché non sapeva nuotare, come molti scorpioni ma non tutti. La rana si rifiutò, temendo di essere punta ed avvelenata. Lo scorpione la rassicurò, dicendo che sarebbe stato stupido da parte sua (dello scorpione) pungere la rana eccetera eccetera. Questo dialogo monotono proseguì per un certo tempo, sino a quando la rana, gentilissima, si lasciò convincere e se lo caricò sulle spalle, per traghettarlo. A metà del guado lo scorpione punse la rana, inoculandole il veleno. La rana quindi tra poco morirà avvelenata e lo scorpione morirà annegato. Mentre stanno per morire entrambi, la rana chiede allo scorpione: “Perché?” Lo scorpione, quasi annegato, risponde: “Non posso farci niente: è la mia natura.”

Le scuse, perciò, sono ridicole: certe manifestazioni sono nella natura dello scorpione. Comunque, il discorso di OT è stato utilissimo: tutti i veneti che bevono imparino a moderarsi e tutti i veneti che non bevono imparino a non essere veneti, perché i veneti bevono e basta… OT non può soffrire (rileggete le sue parole) quelli che ereditano qualcosa dal padre, esattamente come nel suo caso, anche  se questo può essere un destino cane.

Imparate, o gente: è lapalissiano che, se non siete ubriaconi, allora non siete veneti. OT dixit…

Tuttavia, su una cosa OT ha perfettamente ragione: sul dialetto veneto! dialetto da ubriaconi sicuramente, neanche da mettere a confronto col dialetto milanese, suo proprio di OT.

Nel sedicesimo secolo, infatti, ci fu la famosa questione se la lingua italiana dovesse diventare il dialetto milanese (la lingua di OT) o il dialetto fiorentino: poi, come quasi tutti sanno, tranne forse gli scorpioni,  si decise per il fiorentino ma il dialetto milanese ne ricavò gloria imperitura e universale riconoscimento. Ad esempio, la frase ‘gutt i tecc’ qand pieuf’ [i tetti gocciolano quando piove] è un bell’esempio di italiche armonie e non di dialetto contorto.

O anche: Luisìn, ste fé su lì… sun mi se fu: sefùli… [Luigino, cosa fai lassù… sono io che faccio: fischio…] è una frase milanese che viene sicuramente compresa in tutto lo Stivale…

Poi ce n’è una che calzerebbe a pennello: ‘A criticà, in bun tucc’ [a cricare sono buoni tutti] che il nostro eroico eroe sembra non conoscere.

Ne aggiungeremo una ultimissima, che pure calza: El gh’ha el dun de Dio de capì nagott [ha il dono di Dio di non capire niente.]

Altro che il dialetto degli alcoolisti! Questo è un dialetto vero, possente, da premio letterario! Questo sì che è un dialetto universalmente apprezzato…

Scusate ma… mi ha telefonato un lettore: mi fa notare che non era il dialetto milanese in concorso per la lingua italiana, bensì il dialetto veneziano, prescelto dalla Crusca. Possibile? Ma allora, OT, cosa dici mai?  Il lettore sicuramente si sarà sbagliato: non è forse il dialetto veneziano un dialetto da ubriaconi? Come poteva concorrere per la lingua italiana? meglio credere ad OT, non foss’altro che per il quieto vivere.

Mio padre diceva che ognuno di noi, Einstein compreso, ogni giorno, ha cinque minuti di stupidità: di solito questi cinque minuti sopravvengono di notte, mentre uno dorme: ma questo non accade sempre. Che sia toccato ad OT il fatto di avere i cinque minuti stupidi durante il giorno? Honi soit qui mal y pense… [Sia vituperato chi ne pensa male, Ordine della Giarrettiera]. Fatalità, solo fatalità e nient’altro che fatalità sono stati i cinque minuti di stupidità diurna…

Carlo Maria Cipolla disse che si possono suddividere gli uomini, a seconda delle azioni, in quattro categorie:

  • L’eroe: commette un’azione dannosa per sé e vantaggiosa per gli altri.
  • Il leader: commette un’azione vantaggiosa per sé e vantaggiosa per gli altri.
  • Il delinquente: commette un’azione vantaggiosa per sé e dannosa per gli altri.
  • Il cretino: commette un’azione dannosa per sé e dannosa per gli altri.

 Secondo voi, il proclama di OT, in quale delle quattro categorie va annoverato? In una delle quattro, bisogna pur metterlo, obbligatoriamente…

Per concludere primamente, ho scritto quattro versi per i bambini e per qualche imbecille, che sono ispirati alla favola di Esopo, ripresa da Fedro ed anche, successivamente da Jean de la Fontaine:

 Il corvo gracchiò,
la sua voce ostentò,
ma perse il formaggio
e ottenne il dileggio.

Per concludere definitivamente, sapete come si dice in milanese  che è meglio bersi un bicchiere?
Ne a l’ustaria ne in lecc’ se diventa vecc’ [Né all’osteria né a letto si diventa vecchi].
I milanesi… che bevano anche loro? tutti? forse chi più o chi meno?

Per concludere questa volta veramente, riportiamo il consumo di vino elencato in base al maggior consumo pro-capite (si prega  di controllare):

  1. Val d’Aosta (massimo consumo per persona nel 2013)
  2. Friuli
  3. Marche
  4. Liguria
  5. Toscana
  6. Emilia-Romagna
  7. Veneto (miserabili astemi! solo settimi! chi l’avrebbe mai detto? forse OT?)

Con buona pace di chi non è ancora in pace.

 

 

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